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Pascal

095: Padri adottivi

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Un campo scout e un figlio cresciuto dall'assassino del padre
Playlist puntata:
ORPHANS - BECK
THE UNIVERSE - GREGORY ALAN ISAKOV
STAY HERE - HENRY GREEN
SAVING US A RIOT - PHORIA

Prima storia: L'ultima buonanotte da bocia di Sebastiano Borin
"Bòcia" in vicentino significa ragazzino e per descrivere uno ingenuo si dice appunto: "te si on bòcia". Forse si diventa grandi da un momento all'altro, o almeno a me è parso così. Questa è la storia dell'ultima buonanotte da "bòcia" che ho passato. Era l'estate 2012 e avevo da poco finito la quarta superiore, non avevo idea di cosa avrei fatto in futuro. >>>>
Per me estate voleva dire due cose: lavoro con il papà e campeggio parrocchiale. Al campo ero sempre andato fin da piccolo, ma dall'anno prima lo facevo come animatore. Con gli altri animatori prima della partenza si decide una storia che farà da sfondo per la settimana e che viene suddivisa in vari temi che si sviluppano nel corso dei giorni. Quell'anno la storia era Pinocchio e i temi riguardavano l'amicizia, la collaborazione, la verità, la famiglia eccetera, ma io, quell'anno, non ero bene a conoscenza del programma della settimana, visto che avevo lavorato fino a due giorni prima della partenza. Il primo giorno, arrivati al campo, ci disponiamo in cerchio per conoscerci. Ci sono 40 bambini di quarta e quinta elementare. La capo campo ci presenta e ci fa dire il nostro nome. Poi dice: "quest'anno abbiamo 3 coppie di gemelli!". Io e mio fratello, Giulio e Lorenzo di quarta e Alberto e Filippo di quinta. Io e mio fratello sistemiamo le file e gestiamo la partenza del percorso, intanto continuiamo a parlare con i due gemelli più grandi. Hanno gli occhi brillanti, un sorriso sempre stampato, un sacco di lentiggini e pettinatura all'ultima moda. Non stanno fermi un secondo, sono vivaci e simpatici. Scopriamo di avere in comune molte cose: essere nati in 8 mesi, a due minuti di distanza gli uni dagli altri, di essere appunto fratelli gemelli perché dizigoti, però di assomigliarci tanto lo stesso. Ci divertiamo a ripetere le frasi scontate che ci sentiamo dire in continuazione: "Ma i vostri genitori come fanno a riconoscervi?", "Vi leggete nel pensiero?", "se uno sta male anche l'altro sente?" e via così. Chiacchierando io e Filippo decidiamo che siamo i gemelli veri, quelli nati due minuti dopo. Ad un certo punto Filippo mi fa: "perché parli così...piano?" io aspetto un po' e dico: "parlo così piano perché voglio vivere fino a 150 anni". Ridiamo assieme e ci diamo il primo abbraccio di un'infinità che seguirà poi. Intanto la fila scorre e lui deve partire per il percorso, non è in squadra mia. Per me quello della fine delle superiori era un periodo di domande. Non avevo mai smesso di andare a messa la domenica e di frequentare la parrocchia e i gruppi, però sentivo che la fede era debole e non credevo più profondamente. Non sapevo neanche se avrei potuto dare qualcosa a quei ragazzini, in fondo avevo poche conoscenze e nessuna abilità educativa. Ero un ragazzo di 19 anni ordinario. Nonostante mi sentissi abbastanza inadeguato, mi piaceva perché mi divertivo e poi prendersi cura di ragazzi più piccoli è impegnativo, ma dà grandissime soddisfazioni. Intanto la settimana scorre velocemente, si arriva a metà senza neanche accorgersene. Al campo c'è un momento della giornata chiamato "verifica" in cui ci si trova in gruppo e si discute di come sono andate le attività. È giovedì sera e Filippo mi chiede se gli animatori della sua squadra mi hanno riferito cosa aveva detto durante il momento della verifica. Io rispondo di no e allora lui mi dice "ti devo parlare".
Cercavo di prendermi cura di lui come di tutti gli altri, con gesti semplici come: aiutare a chiudere la cerniera del sacco a pelo, cercare i vestiti nella valigia, accompagnare in bagno di notte e solite cose. Certo, ormai eravamo molto legati, parlavamo, scherzavamo, ci abbracciamo, però non avrei mai pensato che dovesse dirmi una cosa seria, mi aspettavo la sua solita battuta. Arriva l'ora di dormire e mandiamo tutti a letto, senza che mi abbia ancora parlato. Noi animatori subito dopo il coprifuoco ci troviamo in cucina e mangiamo qualcosa mentre definiamo il programma del giorno dopo e chiacchieriamo. Siamo tutti amici ed è bello passare ogni sera assieme e raccontarci come è andata la giornata. Finché i ragazzi non fanno silenzio ci diamo il turno per girare nelle tende e tenerli buoni. Così ne approfittiamo anche per controllare che siano coperti per la notte, che abbiano chiuso la tenda e staccato il materasso dalla parete, altrimenti si bagna per la condensa. Soprattutto, però, ne approfittiamo per dare la buonanotte. Sono io di turno e sono nella seconda tenda dei maschi che faccio le solite raccomandazioni e passo da tutti per salutarli. Ci sono 6 letti a castello per tenda e Filippo è sul letto sopra, mi chiama e mi dice: "ricordi che ti dovevo parlare?". >>>
Io finisco il giro di saluti e vado da lui. Stando in piedi di fronte al letto siamo giusti faccia a faccia. "Ecco prima in gruppo ho detto una cosa. Questa settimana avrei avuto nostalgia dei miei genitori, ma non ne ho avuta. Perché c'eri tu che mi hai fatto da papà", si avvicina e mi abbraccia. Sento le lacrime che mi scendono sulle guance e son sicuro di bagnare il sacco a pelo. È come quando aspetti la discesa nelle montagne russe durante la salita lenta fino al punto più alto, poi comincia la discesa e nello stomaco si crea un vuoto. Che responsabilità importante, che gioia. Ci abbracciamo ancora per un minuto, poi mi sussurra all'orecchio "p.s. anche io voglio vivere 150 anni" e mi dà un bacino sulla guancia. Ci guardiamo e sorridiamo.  Ci diamo la buonanotte: "vieni sempre tu alla sera eh!", saluto tutti ed esco dalla tenda. Ho la faccia piena di lacrime e guardo in alto come per tenerle dentro prima di rientrare in cucina dagli altri. È una notte limpida e in cielo ci sono una sacco di stelle, stranamente c’è silenzio, nelle altre tende tutti dormono. Cammino con il sorriso, sono un esempio per qualcuno.

Seconda storia: Ho aiutato a mandare in prigione mio padre
La guerra civile in Guatemala venne combattuta per 36 anni, dal 1960 al 1996 quando vennero firmati, dopo una trattativa durata 4 anni, gli accordi di pace. Il conflitto vide contrapporsi, da un lato il governo, salito al potere nel 1954 con un colpo di stato, sostenuto dai grandi latifondisti del Paese e dalle industrie alimentari del nord America; e dall'altro diversi gruppi di ribelli politicamente orientati a sinistra, formati da gruppi di militari fedeli al precedente presidente. Quest'ultimi erano sostenuti dalla popolazione Maya e ladina, le quali formavano insieme la classe povera di contadini. Trentasei anni dopo essere sopravvissuto a uno dei peggiori massacri dell'esercito, Ramiro Osorio Cristales si è alzato in tribunale il mese scorso, per testimoniare contro uno degli assassini. A rendere complessa la sua testimonianza si è aggiunto il fatto che l'uomo sotto processo, un ex militare di nome Santos López, non solo era accusato dell'omicidio della famiglia e dei vicini di casa di Osorio, ma, dopo il massacro, era diventato anche il suo padre adottivo. Noi abbiamo letto questa storia in un articolo della BBC che si intitola "Ho aiutato a mandare in prigione il mio padre adottivo per 5000 anni". Leggetelo anche voi!


 

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