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Pascal

102: La lezione

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Un professore appassionato e di un villaggio rurale trasformato da un maestro

Playlist puntata: 

LEZIONE DI MUSICA - IL TEATRO DEGLI ORRORI
SOCIETY - EDDIE VEDDER
I PROMISE - RADIOHEAD
SYMBOL - ADRIANNE LENKER

Prima storia: La lezione di Diego Arcari

Ho passato un sacco di anni a studiare. Magari non si vede, ma è così. Quindi quando si parla di lezioni, be' sull'argomento sono abbastanza ferrato. Nella mia vita ho preso lezioni di tutto: dal tennis alla statica degli edifici passando per religione e spagnolo, quello per colpa di una fidanzata iberica. Facendo due conti ho scoperto che ho passato quasi 20.000 ore della mia vita a lezione, eppure le lezioni scolastiche che ricordo sono pochissime. Devo andare al di fuori della sfera educativa per trovarne altre importanti, ma quelle ormai le catalogo come lezioni di vita. Poche o tante che siano le lezioni che ho ricevuto, c'è però una costante per tutte, ovvero per ricevere una lezione ci vuole un maestro. Qualcuno che per vocazione o per esasperazione ti mostri una verità importante cui tu non eri arrivato. La lezione che vi racconto me l'hanno fatta il 6 novembre 1975, verso le 11 di mattina e fu una lezione data per esasperazione. Cosa si può dire per inquadrare il '75? Vediamo: sia il "The Köln Concert" di Keith Jarrett che il primo singolo dei Ramones sono del '75, e questo vorrà pur dire qualcosa. La Thatcher fu eletta nuova leader del partito conservatore inglese, e, mentre in Cambogia i Khmer rossi prendono il potere, in Vietnam, le truppe americane abbandonano Saigon. A Beirut un attentato è la causa scatenante dello scoppio della guerra civile, che durerà 15 anni causando centinaia di migliaia di morti. Sempre nel '75 Bill Gates crea la Microsoft Corporation e Re Nudo organizza la quinta edizione del Festival del proletariato giovanile al Parco Lambro. A Parigi l'aereo supersonico Concorde effettua il suo primo volo con passeggeri a bordo e in ottobre Radio Milano Centrale (dal 1976 Radio Popolare) comincia le sue trasmissioni. Il 2 novembre a Ostia: viene barbaramente ucciso Pier Paolo Pasolini. Ecco, siamo arrivati. Io avevo 16 anni. Ero acerbo, ignorante, superficiale ed ideologizzato, in una parola profondo ma confuso, il mondo attorno a me vorticava ed io non capivo nulla. La morte di Pasolini avrebbe potuto passarmi sopra senza lasciare traccia, in quegli anni di gente ammazzata poi, erano pieni i giornali, invece no e probabilmente, fu la reazione della gente comune che mi colpì. A nessuno l'assassinio di Pasolini, il barbarico assassinio, passò inosservato. Nei discorsi, anche quelli fatti nei bar, la notizia turbò molto e mi parve strano. Pasolini per quanto ne sapevo era un intellettuale, un comunista, un omosessuale o per essere coerenti con il linguaggio dell'epoca, un invertito, capace comunque di far sentire forte la propria voce in un'Italia che navigava con l'ancora galleggiante della Chiesa. Non era un calciatore o un cantante famoso. Insomma, non capivo il perché di tutta quella emozione.
Quel mercoledì 6 novembre, alla terza ora avevo lezione di disegno. Il mio professore era un siciliano, si chiamava Ugo Caruso e non so quali vicissitudini l'avessero portato a Milano in un liceo di piazzale Abbiategrasso. Insegnava disegno tecnico e storia dell'arte. Per quanto ricordo era un quarantenne barbuto, non alto, con incarnato scuro ed occhi da contadino, segnati da rughe profonde. Me lo ricordo vestito di scuro, con un abito di velluto, o forse era panno, sicuramente marrone adatto ad un uomo pacato e paziente, un artista probabilmente, che si barcamenava insegnando. Sulla sua cattedra era posato in bella vista un blocco di tufo della sua terra, grosso, squadrato e del colore del suo vestito. Il complesso scolastico era si in periferia, ma nuovo di zecca ed avevamo addirittura l'aula di disegno, uno stanzone con tavoloni alti e sgabelli che sembrava fatta apposta per far festa. La liturgia si ripeteva identica ad ogni lezione di disegno: uno sparuto gruppo di ragazzi seguiva dai primi banchi la spiegazione in mezzo al casino più assoluto. Quel 6 novembre ero tra i ragazzi che seguivano storia dell'arte. Dire il perché fossi li non saprei, ma c'ero. Non ricordo l'argomento, ma la lezione era avvincente tanto che il solito fracasso che proveniva dal fondo dell'aula mi risultava molto fastidioso. Ad un tratto accadde qualcosa, si rovesciò un tavolo che fece tremare l'aula ed a questo punto il prof. Caruso smise di parlarci e cominciò ad urlare. Ci urlava quanto ci dimostravamo stupidi ed inutili a noi stessi, incapaci di vedere che l'apprendere, il capire, il ricevere insegnamenti ci avrebbe fortificato. Ci sgridò a lungo. Una delle frasi che ci disse lavorava sull'immaginifico stimolato dalle descrizioni che venivano fatte sui giornali della morte di Pasolini e mi rimase impressa: "Voi non capite. La società è un copertone che vi schiaccerà, giorno dopo giorno, e voi o avrete le stesse armi della società per difendervi, o vi farete schiacciare". Il discorso che ci fece fu lungo e in qualche modo drammatico, ma ciò che mi impressionò molto fu che intercalava al discorso una frase che pronunciava con aria minacciosa. Ci diceva: "E da questo momento, o mi chiamate Ugo, o mi chiamate Maestro." Ecco io questa lezione io non l'ho mai dimenticata. Ci ho riflettuto sopra per anni cercando di metterla in pratica, di farmi trovare armato per non farmi opprimere, ma soprattutto cercando di assomigliare a quel povero professore così generoso. In quelle frasi c'era tutto. Tutto quello a cui un maestro deve preparare un allievo. C'è la descrizione della forma del pericolo, quello che dovrai per forza affrontare, ma c'è anche l'indicazione per come dovrai essere attrezzato per confrontarti con quello, ed infine ci forniva anche l'istruzione per distinguere chi ti vuole bene da chi no. Che bravo che era, e quanto teneva a noi. Nella mia vita ho cercato di chiamare per nome tutti i miei maestri e, quando sono diventato a mia volta un maestro, ho provato anche io a farmi chiamare per nome e, spesso credo d'esserci riuscito.

Seconda storia: Il maestro desaparecido

«Quell'uomo ha trasformato tutti noi, 
scolari di un paese sperduto, 
in cronisti della nostra realtà.
Ed è una storia che non posso dimenticare».
Stiamo raccontando la storia del maestro Antoni Benaiges che nei primi anni 30 viene spedito nella scuola di un minuscolo borgo isolato nella regione di Burgos, in Spagna. Dove con i suoi studenti realizzò i quaderni di Bañuelos. Prima di diventare desaparecido. Fino a quando la fotografia che vedete qui non finì nelle mani di un gruppo di ricercatori che sta cercando di fare chiarezza sugli uomini e le donne scomparsi durante la dittatura di Franco. Noi abbiamo scoperto questa storia grazie al documentario "El retratista". 

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