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Tempesta e quiete

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G. Rossini, Finale dal Guglielmo Tell

Guglielmo Tell è il testamento teatrale di un compositore che non abbandona la sua musica (sappiamo che Gioachino Rossini continuerà a scrivere quasi fino alla morte) ma lascia la scena, quella scena che lo aveva visto trionfare in patria e fuori. Dai documenti si evince che l’idea di abbandonare le scene nel pieno del successo e della giovinezza non venne improvvisa ma fu maturata nel tempo; segno questo dei disagi che sempre più si faranno spazio nello spirito e nel corpo del musicista. E per questo addio, come più tardi per quello alla vita, Rossini scelse la Francia.

Rossini aveva già conquistato l’ambita e impegnativa piazza di Parigi dove il teatro d’Opera (ossia l’Académie Royale de Musique, fondata nel XVII secolo) aveva leggi ed esigenze tutte sue: oltre ad aver abituato il suo pubblico alla grandiosità di scene ed organici vocali e strumentali, aveva imposto la presenza di momenti riservati alla danza (generalmente nel I e nel III atto); esisteva all’Opéra anche un comitato che per ogni produzione passava rigorosamente al vaglio ogni singolo elemento dello spettacolo, dal libretto alle scene ai numeri musicali.

In Francia il talentuoso musicista pesarese era stato ben accolto (ricambiandone l’amore la eleggerà più tardi a sua seconda patria); dal 1825 ogni anno si rappresentava un’opera di Rossini, originale o ricavata dalla versione italiana - nell’ordine: Il viaggio a Rèims, Le Siège de Corinthe (già Maometto II), Moïse et Pharaon, Le Comte Ory. Per il Tell, che aveva come garanzia il nome del notissimo operista italiano, il comitato di cui sopra si mise al lavoro come di consueto ma la fama dell’autore creò una situazione pressoché paradossale: appena fu reso noto che Rossini avrebbe musicato la suggestiva storia del patriota elvetico resa celebre da Schiller nel suo Wilhelm Tell (1804), ossia presumibilmente all’inizio del 1828, la macchina pubblicitaria e produttiva si mise in moto.

Si annunciò subito che quella sarebbe stata l’opera più grande del grande Rossini; lo scenografo Ciceri (italiano, come nella grande tradizione barocca) fu spedito in Svizzera a spese del teatro per visionare i luoghi da rendere al meglio nelle scenografie; Il libretto, già pronto da qualche anno, venne sottoposto a revisione; l’editore Troupenas, ottenuti preventivamente da Rossini i diritti esclusivi, ne organizzava già la concessione ai colleghi tedeschi; tutto ciò ancor prima che Rossini - impegnato col Conte Ory, previsto in scena ad agosto ‘28 – avesse scritto una benché minima parte dell’opera.

Rossini del resto ci aveva abituato a lavorazioni-lampo, mentre mettere mano al lavoro a più riprese (con tagli censori, modifiche testuali sceniche o musicali ma anche spesso per motivi di natura commerciale) era consuetudine anzi obbligo nel teatro parigino; nel caso del Tell la creazione durò di più, come racconta l’autore: “Cinque mesi impiegai a comporre il Guglielmo Tell, e mi parve assai … io avevo preso una gran passione per la pesca alla lenza e perciò mandavo avanti il mio lavoro con poca regolarità. Ricordo di aver abbozzato la scena della congiura una mattina, stando seduto sulla riva dello stagno, in attesa che il pesce abboccasse all’amo. Ad un tratto mi accorsi che la canna da pesca era sparita, trascinata da un grosso carpione, mentre ero tutto infervorato ad occuparmi di Arnoldo e Gessler”

Mentre alcune difficoltà nella definizione del lavoro riguardavano l’eccessiva lunghezza dell’opera e la complessa sintesi di scene rilevanti, altre erano del tutto materiali: oltre all’indolenza di cui sopra (e all’atteso parto della cantante scelta come protagonista) Rossini non esitava a prendere tempo per chiari motivi di marketing. Per il rinnovo del suo contratto con la casa Reale il musicista aveva fatto richieste molto impegnative (oltre a un compenso altissimo, un nutrito vitalizio) e in attesa che Re Carlo X approvasse l’accordo arrivò anche a ritirare la partitura dalle scene mentre cantanti e strumentisti erano in prova…. la regal firma fu messa all’inizio di maggio; il 3 agosto 1829 finalmente il Tell va in scena, e trionfa.

Trionfa con quest’opera un musicista che qui accenna al cambiamento – cambiamento del quale in forma lirico sinfonica avremo solo la concretizzazione sacra nello Stabat mater e poi nella Petite Messe Solennelle. La giustapposizione di due mondi, quello serio e quello comico, aveva caratterizzato la cifra rossiniana senza reali contrasti; eccelso in entrambi, il musicista ci aveva abituato a considerare per lo più indipendenti quei due registri, e anche cercando nella sua personalità Rossini risulta quasi impermeabile ai conflitti, dovunque risolti o dipinti senza eccessiva partecipazione.

Definito da alcuni il primo esempio di Grand-opéra il Guglielmo Tell aggiunge alla questione elementi nuovi,: troviamo qui nuances sonore ed espressive non frequenti nel compositore pesarese, le tematiche riportano più dichiaratamente ai climi accesi del periodo (qui centrali temi considerati poi verdiani per eccellenza come patriottismo e amor filiale); evidentemente nuove le intenzioni costruttive che, nell’orchestrazione e negli sviluppi, abbandonano i propri riuscitissimi clichées quasi a preparare tanta musica a venire.

Quello di sapere come sarebbe stata un’ulteriore opera teatrale, se mai Rossini l’avesse scritta, è dubbio destinato evidentemente a rimanere tale; considerato ponte operistico tra ‘700 e ‘800 possiamo immaginare Rossini forse anche tramite ben più esteso tra epoche e stili; il Finale del Guillaume Tell appare così una solenne e convincente Quiete dopo la tempesta musicale che anticipa quella poetica di Leopardi, datata settembre 1829.

Gioachino Rossini

Dall’opera Guglielmo Tell:

 - Atto IV, scene I-X

Guglielmo Tell: Peter Glossop

Arnoldo: Luigi Ottolini

Gualtiero Farst: Plinio Clabassi

Jemmy: Renata Mattioli

Edwige: Anna Di Stasio

 

Orchestra Sinfonica e Coro di Roma della Rai

direttore, Gennaro D'Angelo

maestro del Coro, Nino Antonellini

Registrato a Roma, Auditorium del Foro Italico, gennaio 1966

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