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PRIMA PAGINA del 26 dicembre

PRIMA PAGINA del 26 dicembre
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con Alberto Chiara

Disuguaglianze e crisi sociale:  due facce della stessa medaglia?

 
Klaus Schwab, 80enne accademico ed economista tedesco, fondatore del Forum di Davos che riunisce ogni anno in Svizzera il gotha della politica e dell’economia mondiale, ha dichiarato a La Stampa di considerare le disuguaglianze economiche la più grande minaccia alla stabilità della società e dell’economia globale.

Il problema dell’ economia globale è che, in caso di una nuova crisi, “potremmo ritrovarci senza una locomotiva in grado di trascinarci fuori da una stagnazione”, ha dichiarato Schwab al direttore del quotidiano piemontese, Maurizio Molinari, aggiungendo poi che in un contesto di stagnazione o recessione economica si sedimentino le condizioni che favoriscono l’esplosione delle disuguaglianze e, sul lungo periodo, l’emergere del populismo dovuto alla “diffusa insicurezza e frustrazione”.
 
Con la quarta rivoluzione industriale in via di dispiegamento, a parere di Schwab, la possibilità di una nuova spirale di crescita delle disuguaglianze e del rancore sociale nelle società occidentali è destinato ad acuirsi: “Il cambiamento è così rapido che la gente non riesce a stargli dietro, così vede in prevalenza gli effetti negativi. La conseguenza è la paura per il futuro. Temono un peggioramento delle condizioni di vita, un aumento del costo della vita, una minore tutela dei posti di lavoro. La paura nasce dalle diseguaglianze, dalla sensazione che ci sia venuta meno la giustizia economica”.

Dunque il pensiero di Schwab è chiaro: la crisi ha aumentato le disuguaglianze economiche, rotto il “circolo virtuoso” delle economie occidentali e favorito l’ascesa di una reazione populista di per sé miope, che potrebbe essere tanto sanata quanto esacerbata dalle nuove realtà economiche. La lettura del fondatore del Forum di Davos è, su molti punti di vista, un’esposizione perfetta dell’approccio mainstream al tema delle disuguaglianze ma, al contempo, è profondamente lacunosa.

Le disuguaglianze e la globalizzazione
La risposta migliore alla teoria di Schwab viene dalla realtà politica degli ultimi anni. La crisi economica ha esacerbato i rischi connessi alla globalizzazione e messo le società occidentali e mondiali di fronte a un paradosso di notevole portata: come mai in una fase storica in cui il mondo è connesso più di quanto sia mai stato in passato e in cui la lotta alla povertà estrema ha fatto progressi (1,1 miliardi di persone uscite da questa condizione dal 1990 al 2015) le disuguaglianze sono diventate un problema tanto importante?
Il mondo globale ha amplificato lo scollamento tra economia reale e finanza iniziato nel corso della svolta neoliberista degli anni Settanta e Ottanta. I rapporti sulle disuguaglianze globali, non privi di elementi di criticità, hanno ben delineato le sperequazioni nell’accumulazione di ricchezza tra opposti poli della popolazione mondiale. Stando al World Inequality Report 2018, l’1% più ricco degli abitanti della Terra controlla circa il 27% della ricchezza globale, il 50% più povero solo il 12%.
 E, ad essere puntigliosi, bisognerebbe ricordare a Schwab che proprio su quell’1% si fonda il World Economic Forum, il “partito di Davos” transnazionale che ha a lungo cavalcato lo sdoganamento incondizionato della globalizzazione senza tenere in considerazione le conseguenze che ciò poteva provocare per società, economie locali e popoli. Portando all’emersione una fase di incertezza e complessità in cui la fiducia verso le istituzioni politico-economiche tradizionali viene meno.
Come ha di recente sottolineato Aldo Giannuli, ciò è testimoniato dai recenti accadimenti elettorali in diverse parti del mondo (Usa, Brasile, Italia, Est Europa e così via) che segnalano il fatto che “siamo all’inizio di un’ondata di rigetto della globalizzazione neoliberista”.

Il timore per le disuguaglianze? Sbagliato chiamarlo populismo
E non di populismo bisognerebbe parlare, per qualificare la risposta elettorale o sociale a un crescente stato di inquietudine, ma di una crescente incapacità delle élite politiche ed economiche di ascoltare il disagio di società sempre più disuguali. Disuguaglianze e paura non sono in correlazione, ma nascono dalla stessa fonte.
Come ha scritto Lorenzo Vita, “esistono i cosiddetti Paesi profondi” che in Europa e nel resto del mondo “per troppo tempo hanno avuto una considerazione inferiore rispetto a quanto avrebbero dovuto ricevere. Si tratta delle fasce della popolazione che hanno subito il duplice attacco di due fenomeni internazionali: la crisi economica e gli effetti negativi della globalizzazione. E che sono state le prime vittime dei cambiamenti su scala internazionali. Questa parte di popolazione, tendenzialmente quella povera e quella che invece si è impoverita, appare nel tempo più debole, fragile e incapace di reagire alla trasformazione della propria realtà. E dopo anni di mancata attenzione, questo Paese profondo, che è il Paese reale, esplode” come accade in queste settimane in Francia.

Le disuguaglianze minacciano la società
Schwab forse è superficiale, o forse condizionato dal suo status, nell’analisi che fa delle disuguaglianze. In ogni caso, è innegabile la minaccia da queste poste alle nostre società. La vistosa crescita delle disuguaglianze ha sicuramento contribuito a un progressivo scollamento dei gruppi dirigenti dalle società occidentali mano a mano la costituzione delle super-class si accompagnava a un peggioramento in termini relativi, se non addirittura assoluti, delle condizioni di vita della classe media e della fascia più povera della popolazione in numerosi Paesi, questo perché la concentrazione della ricchezza e dei redditi in poche mani costituisce un freno alla crescita aggregata di un’economia, contrariamente ai dettami propugnati dalla tirckle-down economics.
Maurizio Franzini e Marco Pianta hanno sottolineato come a una concentrazione di ricchezza eccessiva si accompagni necessariamente una stretta restrizione del novero di soggetti depositari di reale influenza nei contesti politici internazionali e statali, portando all’ascesa di un vero e proprio “capitalismo oligarchico”.  Massimo Fini, nel 1985, tracciava un paragone tra le disuguaglianze nel mondo contemporaneo e quelle proprie dell’Ancien Régime, argomentando che “in questa società di democraticamente uguali che è la nostra le disuguaglianze sono macroscopiche. E quindi l’invidia (che è sofferenza) trova il suo massimo alimento: già incoraggiata dal principio di uguaglianza viene ulteriormente esasperata dal fatto che questa uguaglianza è poi clamorosamente disattesa”.
Trent’anni dopo l’analisi di Fini si è dimostrata straordinariamente corretta. Tuttavia, anche i principali critici dell’economia mainstream (come Joseph Stiglitz e Branko Milanovic) hanno faticato nel trovare una reale risposta alla problematica delle disuguaglianze, fiume carsico che erode le società occidentali. Viene da pensare che la loro estremizzazione sia un elemento strutturale del sistema vigente, nato dopo la fine di un trentennio di compromesso sociale che portò, in Occidente, alla più lunga stabilizzazione politica e sociale della storia. Schwab scarica la colpa sul populismo, ma forse anche le disuguaglianze fanno parte del mondo che la sua Davos celebra, con puntualità, ogni anno.

Klaus Schwab - Gli Occhi della Guerra  

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