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Gettoni di Letteratura

Anna Maria Ortese 4 | La zingara sognante 

Anna Maria Ortese 4 | La zingara sognante 
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«Potrei ricominciare da capo, se volessi, aggiungendo tante altre cose che mi sono sfuggite. Ma tutto quello ch'è passato davanti ai miei occhi, in tutti questi anni, si stende già in un solo tono uniforme, in un solo colore azzurro, dove questo o quel particolare non hanno più importanza di un vago arricciarsi di spume o brillare di pagliuzze d'argento. Il mare! Ecco cos'è una vita quando gli anni si mettono a correre tra noi e la riva diafana sulla quale siamo apparsi la prima volta: assopito, remoto, mormorante mare»,
Lo scrive Anna Maria Ortese ne Il Porto di Toledo. Le città marine in cui sceglie di vivere, i fratelli morti in mare, il pensarsi e raccontarsi come “naufraga”, tutto nella sua vita sembra essere ispirato e segnato dal mare. Il romanzo Il porto di Toledo inizia a scriverlo a Napoli nel 1969 “nell’aria infuocata della contestazione” afferma lei stessa, e per finirlo impiega sei anni. Usando una “lingua da gitane” misteriosa, metaforica. Dario Bellezza, poeta e suo caro amico, racconta che per Anna Maria la scrittura di quel romanzo è stata lunga e faticosa, infilava fogli uno dietro l’altro nella sua Olivetti Lettera 32 e a volte proprio non riusciva ad andare avanti. Il libro viene pubblicato da Rizzoli dopo l’approvazione di Enzo Siciliano, eppure non viene pubblicizzato e viene ritirato presto dalle librerie. E lei si lamenta di questo che ritiene un insuccesso programmato a tavolino dall'editore. Un libraio romano suo amico, della libreria di Monte Mario che lei frequentava, riguardo al fallimento del Porto di Toledo le disse: «Voi scrittori dovrebbero ammazzarvi tutti. Prima gli scrittori e poi i libri». La Ortese, qualche anno dopo, rivolge questa preghiera alla poetessa e scrittrice Lalla Romano: «Il mio libro [Il porto di Toledo] nel '75 ha venduto in un anno 200 copie. Cioè, R[izzoli] ha rinunciato a venderlo. Non mi ha mai detto perché. E ora devo ammettere che preferisco non saperlo più. Di questa storia sono malata, e così tu - Lalla - mi sarai amica non parlandomene mai». Ma lentamente, dalla malattia del Porto di Toledo la Ortese comincia a guarire, anche se la vicenda del romanzo rimane la sua ossessione, fino alla fine.
Arriva il 1975. E dopo una vita a Roma molto solitaria, decide di lasciare la capitale. Sistema nelle scatole racconti e poesie appuntati su quaderni. Anna Maria abbandona l’appartamento di piazza Ennio, a Monte Mario, e va a Rapallo, nella “casa dei venti” di via dei Frassini, una casa all’ultimo piano con un grande terrazzo che affaccia sul parco. Con lei va a vivere, come sempre, sua sorella Maria, i gatti e la vecchia Olivetti Lettera 32. La Ortese raccoglie le lettere che riceveva da amici, scrittori e studenti in una cartella e porta con sé solo pochi inseparabili libri, tra cui Pnin di Nabòkov. A Rapallo vive momenti di sconforto: «Scrivere è diventato faticoso e doloroso, confessa, al di fuori di quelle due ore ogni mattina, il mio paradiso è stare lontano da tutti i ricordi del mio lavoro». I suoi biglietti e lettere li scrive a mano su fogli o cartoncini bianchi con inchiostro blu. Dice di non avere una bella grafia e per scrivere non usa il tavolo, preferisce appoggiare i fogli sulle ginocchia, perché il tavolino le ricorda troppo il lavoro, e non lo usa. È una «zingara assorta in sogno» dice di lei Italo Calvino. E quella «zingara sognante», Anna Maria Ortese, in Corpo celeste scrive: «Credo in tutto ciò che non vedo, e credo poco in quello che vedo… Credo che la terra sia abitata, anche adesso, in modo invisibile. Credo negli spiriti dei boschi, delle montagne, dei deserti… Credo anche nei morti che non sono più morti… Credo nelle apparizioni. Credo nelle piante che sognano… Nelle farfalle che ci osservano, improvvisando, quando occorra, magnifici occhi sulle ali. Credo nel saluto degli uccelli, che sono anime felici, e si sentono all’alba sopra le case. Ma forse le cose amate sono soltanto invisibili: non perse».

Bibliografia essenziale, per approfondire
Ortese segreta, di Adelia Battista (minimum fax)
Il male freddo di Anna Maria Ortese (su Linea d’ombra, intervista di Goffredo Fofi)
L’Iguana che visse due volte. Omaggio ad Anna Maria Ortese (Elliot)
Il porto di Toledo, Anna Maria Ortese (Adelphi)
 

Ultime Puntate e Podcast

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Il primo Poirot

07/10/2019

"Era un ometto dall'aspetto straordinario, alto meno di un metro e sessantacinque, con un portamento eretto e dignitoso. La testa era a forma di uovo, costantemente inclinata da un lato. Le labbra erano ornate da un paio di baffi grigi, alla militare. Il suo abbigliamento era inappuntabile. Penso che un granello di polvere gli avrebbe dato più fastidio di una ferita, eppure questo elegantone, che zoppicava leggermente, era stato ai suoi tempi uno dei funzionari migliori della polizia belga. Come investigatore, aveva un fiuto straordinario. Poteva vantare al suo attivo numerosi trionfi, era riuscito a risolvere casi davvero complicati".

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08/10/2019

C'è una foto che rivela che la scrittrice di gialli Agatha Christie fu una delle prime persone, in Gran Bretagna, a provare a surfare stando in piedi

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09/10/2019

È il 3 dicembre del 1926 quando Agatha litiga per l'ennesima volta con suo marito Archie. Era stato un matrimonio felice, ma lui col tempo si è innamorato della sua segretaria, quindi vuole lasciare la moglie e chiedere il divorzio.

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10/10/2019

"L'edificio della spedizione, costruito in mattoni, si stende sul lato orientale di una collinetta e comprende una cucina, un soggiorno che diventa sala da pranzo, un piccolo ufficio, un laboratorio, un magazzino, una camera oscura. Noi dormiamo in tende. Sulla porta dell'edificio c'è un cartoncino su cui è stampato in caratteri cuneiformi 'Beit Agatha' ovvero la casa di Agatha".

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