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Anna Maria Ortese 1 | La casa dei fantasmi

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«Mio padre volle costruire quella casa con le pietre di una cava che aveva comprato assieme con il terreno. Ma non poté mai finirla []. Sembrava la casa dei fantasmi. Senza porte, senza finestre, col tetto metà coperto e metà no, il pavimento mezzo di pietra e mezzo di terra. Da questo pavimento di terra sbucavano scorpioni, topi, scarafaggi. Dalle porte aperte entravano gli sciacalli. Era un inferno».

Così Anna Maria Ortese racconta la sua casa africana, in cui avrebbe dovuto vivere da bambina. La scrittrice nasce a Roma il 14 giugno 1914, pur senza sentirsi per niente romana. I suoi genitori sono Oreste, che fa il funzionario di Prefettura (e vanta origini catalane, infatti pare che Ortese fosse l’esito dell’italianizzazione di un originario Ortez) e di Beatrice Vaccà, la madre, napoletana discendente da una famiglia di apprezzati scultori della Lunigiana del Settecento. Il padre svolge un lavoro che lo porta a viaggiare in continuazione, e fa muovere tutta la famiglia insieme a lui: lasciata la capitale si trasferiscono in Puglia, in Campania, in Basilicata. Ma non solo, a causa delle sue irrequietezze si trasferiscono per tre anni proprio in Libia, colonia italiana, dal 1925 al 1928. E lì Oreste compra questo terreno ai confini del deserto e inizia a costruire quella disgraziatissima nuova casa che ha descritto Anna Maria: eppure, nonostante la fatica e le difficoltà, il periodo africano resta un’esperienza fondamentale nella sua memoria e dice: «Mi ha abituata allo spazio. Questa è la lezione dell’Africa. Essere dentro la natura anziché fuori». Anna Maria Ortese finisce le elementari alla scuola italiana di Tripoli, dopo essere stata bocciata in terza, e dice di se stessa: «Sapevo solo leggere, scrivere poco». Anna Maria è la penultima di sei fratelli di una famiglia «miserrima […] di nessun rilievo sociale», sempre «sopraffatta dal problema del pane quotidiano, della sopravvivenza, sola, senza lavoro, abbarbicata al niente». Gli Ortese dopo l’Africa si trasferiscono a Napoli. La sua casa partenopea è in via Del Piliero e dà sul porto. Anna Maria ha una stanza ad angolo che affaccia sul mare, da cui vede navi, brigantini, golette, che salpano sotto la luce del faro. In quella casa comincia a leggere, ad appassionarsi alla lettura. All’inizio in realtà è diffidente verso i libri, perché le suggeriscono solo la fatica e la noia della scuola, che ha frequentato poco e ha abbandonato al primo anno di un istituto commerciale. Quando lascia la scuola, agli studi preferisce lunghe passeggiate e leggere libri di viaggio e di avventura. La Ortese scrive: «Leggevo moltissimo. Fantasticavo su grandi viaggi che avrei fatto. […]. I miei fratelli sono partiti. Erano maschi. Io no. Viaggiavo con la testa». È una autodidatta, ama anche disegnare, fa ritratti su grandi fogli bianchi si cimenta nel disegno e nello studio del pianoforte, ma infine si appassiona alla letteratura e scopre la propria vocazione di scrittrice. Legge e rilegge i grandi romanzi e trascrive le parole che non conosce. E dice: «Scrivere è una malattia; mi costano molto queste cose luccicanti che cerco di costruire». In Corpo Celeste, una sorta di opera-testamento che condensa il suo pensiero, Anna Maria Ortese dice: «Scrivere è cercare la calma, e qualche volta trovarla. È tornare a casa. Lo stesso che leggere. Chi scrive e legge realmente, cioè solo per sé, rientra a casa; sta bene. Chi non scrive o non legge mai, o solo su comando – per ragioni pratiche – è sempre fuori casa, anche se ne ha molte. È un povero, e rende la vita più povera».

Bibliografia essenziale, per approfondire
Ortese segreta, di Adelia Battista (minimum fax)
Il male freddo di Anna Maria Ortese (su Linea d’ombra, intervista di Goffredo Fofi)
L’Iguana che visse due volte. Omaggio ad Anna Maria Ortese (Elliot)
Il porto di Toledo, Anna Maria Ortese (Adelphi)
 

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"Era un ometto dall'aspetto straordinario, alto meno di un metro e sessantacinque, con un portamento eretto e dignitoso. La testa era a forma di uovo, costantemente inclinata da un lato. Le labbra erano ornate da un paio di baffi grigi, alla militare. Il suo abbigliamento era inappuntabile. Penso che un granello di polvere gli avrebbe dato più fastidio di una ferita, eppure questo elegantone, che zoppicava leggermente, era stato ai suoi tempi uno dei funzionari migliori della polizia belga. Come investigatore, aveva un fiuto straordinario. Poteva vantare al suo attivo numerosi trionfi, era riuscito a risolvere casi davvero complicati".

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