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Pascal

026: Verso Oriente

Ascolta l'audio
Un incontro in Mongolia e un gruppo di sovietici che s'è spinto ad est

Playlist puntata:

CHINA GIRL - DAVID BOWIE  
WILD HORSES - ROLLING STONES  
ODESSA - CARIBOU  
LENIN - ARCADE FIRE

Prima storia: Cavalli in Mongolia di Rossella Panuzzo 

Poco dopo aver conosciuto Luca ed esserci innamorati, lui mi confidò che aveva un sogno da quando era piccolo: andare in Mongolia, una terra talmente remota da qualsiasi cosa eravamo abituati a vedere che quasi non riusciva a immaginarsela. Io dissi subito: "Perché no? Quest'estate ci andiamo!". Riuscii a mettere insieme un gruppo di persone che avrebbero viaggiato con noi e condiviso le spese; trovai persino una ragazza mongola che viveva a Milano e organizzava viaggi nella sua terra. Tempo un paio di mesi tutto era deciso: itinerario, equipaggio, voli. Insomma il sogno di Luca si stava avverando. Partimmo un pomeriggio da Malpensa e dopo uno scalo arrivammo all'alba a Ulan Bator. Prima di atterrare l'aereo planò verso un'immensa pianura dove l'unica traccia umana erano delle minuscole capanne circolari. Il mondo come doveva essere agli albori del mondo. Dopo una breve sosta in città per rifornirci del necessario siamo partiti in direzione del Gobi seguendo invisibili piste nella steppa che il nostro autista sembrava riconoscere senza tentennamenti. Passammo così tre settimane in questo incredibile paese, un viaggio intenso, a volte stancante ma pieno di soprese. Io a ogni viaggio che faccio cerco di capire qual è il momento per cui è valsa la pena andare fin là. Quasi tutti i viaggi portano un'esperienza, un incontro che non potevi che fare lì, che se fossi rimasto a casa ti saresti perso e in qualche modo la tua vita non sarebbe stata arricchita da questa "epifania", questa rivelazione che ti apre nuovi orizzonti. In Mongolia questo momento speciale è arrivato a metà percorso, un giorno in cui siamo arrivati in una vasta pianura al centro della quale si trovava, chissà per quale processo geologico, un enorme masso nero, che i mongoli considerano sacro. 
Ci accampiamo con la nostre tende qualche chilometro più in là, vicino alla riva di un fiume. Dopo cena ci fermiamo a chiaccherare attorno al falò, commentando gli accadimenti del giorno e facendo piani per l'indomani. Il cielo era tutto sgombro di nubi e, se ci si allontanava dal fuoco, si poteva vedere una stellata che solo il deserto o la steppa ti possono regalare. Per questo ci sembrò strano quando cominciammo a udire un suono come di temporale. Veniva da lontano, forse era proprio il masso che ci nascondeva i lampi che spiegavano quei tuoni. Poco a poco però il suono diventava più vicino. Nella poca luce rimasta ci sembrava di vedere delle nuvole molto basse che però diventavano sempre più grandi. Erano nuvole di polvere e chi stava correndo erano cavalli. Rimanemmo impietriti. Stavano venendo verso di noi. C'era poco da fare, non avremmo mai fatto in tempo a smontare le tende e correre via. Il nostro autista, un signore mongolo molto canterino e che a volte indulgeva nella vodka, era impassibile, continuava a fumare la sua sigaretta. Così facemmo anche noi, sperando che i cavalli si fermassero a poca distanza da noi e ci graziassero. Trattenevamo il respiro, cercando di dominare la paura di essere travolti. Il galoppo si fece sempre più vicino e pochi attimi dopo un centinaio di cavalli ci superarono per fermarsi solo quando ebbero le zampe dentro l'acqua. Bevevano, liberi, come se fosse una festa. Non c'era nessun mandriano a seguirli, a imporgli dove fermarsi, quale strada fare. Non avevano briglie, morsi o altro segno umano. Liberi di andarsi a fare una bevuta con gli amici. Noi eravamo stati solo sfiorati dalla loro corsa, le tende e tutti i nostri averi erano intatti. Adesso finita la paura ce li potevamo godere anche noi, a poca distanza. Felici e selvaggi. L'essenza stessa della libertà. 

Seconda storia: Il viaggio di Hartmut Beil

"Quando mi svegliai, il mattino dopo, la luce era alta e la giovane donna era sparita. Al suo posto nello scompartimento c'erano cinque uomini che mi facevano paura. Oltre alla giovane donna era sparito pure metà del mio denaro."
Questo è stato solo il primo incidente di percorso vissuto da Hartmut Beil, un ragazzo di 24 anni di Berlino est, che nel 1983 decide di partire da solo verso Est per scalare il picco Lenin, in Unione Sovietica. La storia di Hartmut Beil l'abbiamo trovata nel libro "Alpinisti illegali" edizioni Keller, un libro recente, che racconta le testimonianze di alcune persone che dai paesi dell'est, invece di cercare la libertà all'ovest, come si è portati a credere, è andato ancora più a est, spinto dalla volgia di conoscere il mondo.

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