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Pascal

025: Un mondo sconosciuto - Barcolana50

Ascolta l'audio
Un ragazzo che si perde tra i vicoli e due amici che compiono un viaggio incredibile
Playlist puntata:
THE WORLD IS CROWDED - UNKNOW MORTAL ORCHESTRA
PUSCHERMAN - CURTIS MAYFILD
UNDERNEATH THE MANGO TREE - CALYPSO ROSE
WAKE UP - SUDAN ARCHIVES

Prima storia: A spasso per la favela di Davide Berati 

Non era la prima volta che mettevo piede in Rocinha, la più grande Favela di Rio de Janeiro. Vi ero già stato subito dopo la laurea, quando ero venuto a trascorrere un periodo di volontariato nella Onlus italiana "Il sorriso dei miei bimbi", associazione che promuove attività educative per i bambini e i ragazzi della favela. Durante quella bellissima esperienza avevo stretto amicizia con alcuni cooperanti che lavoravano lì, amicizia che dura tutt'ora. Così quando, 3 anni dopo, avevo trascorso le ferie in Brasile, viaggiando da solo per il paese, avevo deciso di passare a trovarli. Barbara, la direttrice dell'associazione, in quel periodo era impegnata in un viaggio all'estero e mi lasciò le chiavi di casa sua, casa che si trovava nel cuore della favela. Quando arrivai a Rio de Janeiro, una volontaria mi diede appuntamento all'ingresso della favela, mi accompagnò alla casa di Barbara e me ne consegnò le chiavi. Ci demmo appuntamento per il giorno dopo alla sede dell'associazione, dove avrei rivisto i ragazzi e i cooperanti che avevo conosciuto tre anni prima. "Ti ricordi dov'è la scuola, vero?" mi chiese la cooperante. "Certo, me lo ricordo benissimo". "Va bene, a domani allora. E fai attenzione, lo sai come funziona qui...". E in effetti un po' lo sapevo, come funzionavano le cose lì: sapevo la favela Rocinha è un immenso agglomerato di case abusive; sapevo che gli abitanti sono per la stragrande maggioranza persone per bene, ma che a comandare sono i narcotrafficanti, che usano la favela come centro di stoccaggio e spaccio della cocaina, e che girano armati di pistole e mitragliatori. Sapevo anche che la polizia staziona alle porte della favela, ma che non si addentra nei vicoli per non scatenare violenti conflitti a fuoco che porterebbero a stragi di persone innocenti. Le regole che dovevo rispettare, in quanto straniero, erano poche ma precise: camminare deciso, non guardare negli occhi gli spacciatori che vendono qualsiasi tipo di droga nei banchetti lungo le strade, non scattare foto. La mattina successiva uscii di casa e mi incamminai per le strade della favela per raggiungere la scuola. Gli stretti vicoli, che si inerpicavano ripidi sulla montagna, mi ricordavano antiche città medievali, solo che le case erano fatte di mattoni forati e lastre d'amianto, anziché di blocchi di pietra e tegole d'argilla. Centinaia di cavi elettrici degli allacciamenti abusivi passavano sopra la mia testa, mentre sotto i miei piedi correvano i tubi di plastica, sempre frutto di allacciamenti illegali, che portavano l'acqua alle case. Centinaia di persone percorrevano le strade carichi di merci di ogni tipo, i ragazzini giocavano a piedi scalzi a fianco alle fogne a cielo aperto, i polli razzolavano sui mucchi di spazzatura, i banditi tornavano dal mercato con i sacchi della spesa in mano e i mitragliatori a tracolla... Dopo essermi incamminato in questo incredibile mondo, raggiunsi abbastanza facilmente la strada principale della favela, dove si trovava la scuola. Facile, in teoria, ma quando fui lì mi accorsi che le strade mi sembravano tutte uguali. Passai davanti a una "boca de fumo", ovvero a un centro di spaccio di droga, e abbassai lo sguardo per non guardare in faccia i banditi. Camminai per alcuni metri e mi accorsi di essere andato troppo avanti; ero costretto a tornare sui miei passi e a ripassare davanti agli spacciatori. Sapevo che non mi dovevo più sbagliare, altrimenti avrei destato sospetti. Ma era già troppo tardi: mi si avvicinò un uomo dalla pelle nerissima, che indossava una maglietta bianca, un paio di pantaloni corti e delle ciabatte infradito. "Cerchi coca?" mi chiese in portoghese. "No", risposi io. "Cerchi marjuana?" "No". "E allora perché sei qui?". Il cuore cominciò a battermi forte, in quel momento notai che nella mano destra impugnava una pistola.
Vi è mai capitato, quando vi trovate in difficoltà, che scatti quell' interruttore che vi fa trovare la lucidità per fare la cosa giusta in un momento in cui state per avere un attacco di panico? Quell'interruttore mi scattò anche in quel momento: improvvisamente mi sentii tranquillo, come se un passante qualunque mi avesse chiesto un'informazione. Così, nel mio portoghese improvvisato, spiegai che ero ospite di alcuni amici che abitavano lì, e che stavo cercando il posto in cui lavoravano. L'uomo sembrò soddisfatto della mia risposta, e mi disse "Va bene, allora dammi 5 reais". Si, lo so che 5 reais sono poco più di un euro, e che sarebbe stato meglio darglieli senza fare storie, ma in quel momento mi venne da chiedergli "E perché, scusa?". L'uomo mi guardò stupito e mi rispose, quasi vergognandosi "Per mangiare..." Frugai nelle tasche, trovai solo un pezzo da 20, e glie lo allungai, aggiungendo "ne ho venti..." Non so cosa passasse nella mia testa in quel momento, ma la cosa dovette suonare come la richiesta di un resto. L'uomo mi guardò ancora più allibito, ed estrasse della tasca un sacchetto di marijuana grande come un pugno, e me lo porse. "Grazie, ma non fumo", dissi io. "Hai detto di avere degli amici qui, magari loro fumano. Dimmi chi sono..." Era chiaro che, a quel punto, voleva sapere qualcosa di più di me, e di cosa ci facevo lì, così spiegai: "Sono ospite di Barbara, dalla scuola Sacì, la conosci?". Il viso dell'uomo si illuminò: "Certo, qui la conoscono tutti! Ha fatto tante cose belle per la comunità! Salutamela tanto!" Si rimise il sacchetto in tasca e se ne andò, non prima di avermi indicato la strada per la scuola, che a quel punto raggiunsi senza problemi. Ma la cosa più sorprendente avvenne la mattina dopo. Mentre ero in coda per fare colazione a un chiosco sulla strada, mi si avvicinò una signora con una bambina, e mi chiese "Sei tu l'amico di Barbara?" "Si, sono io" "Quando torna? Mia figlia va alla sua scuola ..." Un signore si inserì nella conversazione "Salutamela tanto!" , e un poi terzo "Quando torna?". In un pomeriggio si era sparsa la voce del mio arrivo in tutto il quartiere. La comunità di Rocinha mi aveva ufficialmente accolto.

Seconda storia: Piccole storie di grandi aeroplani 

«La notte buia, l'aria calma, la sensazione bellissima di volare verso l'ignoto erano la mia compagnia, tuttavia c'era qualcosa che non mi lasciava tranquillo. Ricontrollai le carte. Avevo fatto male i calcoli del carburante».Stiamo raccontando il viaggio incredibile di due amici, a bordo di un piccolo aereo biposto, da Roma fino a Johannesburg attraverso l'Africa, nel 1962. Il loro compito è quello di consegnare l'aereo per una fiera aeronautica ma il viaggio è l'occasione per i due amici di vivere un'esperienza irripetibile. Questa storia è tratta da un libro di famiglia che l'autore, Giancarlo Silva, un pilota d'aerei, ha scritto per i suoi figli e nipoti.

 

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