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Prima pagina

PRIMA PAGINA del 9 settembre 2018

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con Sofia Ventura

“Il Rinascimento? E’ la belle époque”


Il mondo contemporaneo offre quotidiani esempi della deriva autoritaria di molte presunte democrazie, in grado di utilizzare un consenso di massa largamente manipolato per infrangere le regole che costituiscono l’anima stessa della democrazia, insieme con i cosiddetti corpi intermedi (partiti, sindacati, associazioni ecc.) che dovrebbero consentirne l’esercizio e con le classi politiche che dovrebbero costruire l’esito dei loro processi di selezione. Esattamente il contrario di quanto succede oggi, insomma, laddove alla suprema istanza della volontà popolare si attribuisce il diritto di infrangere le regole, i corpi intermedi sono fortemente indeboliti e talora in via di estinzione le élites vengono ridicolizzate come frutto parassitario del privilegio sociale e dell’arroganza culturale, e riemergono pulsioni autoritarie intorno a leader più o meno carismatici. 
Molte sono le ragioni di questo processo, su alcune delle quali aiuta a riflettere questo libro (“Che storia è questa. Gli adulti e il passato” – Luciano Allegra e Marcella Moretto – Celid) ricco di sorprese sulla conoscenza della storia da parte degli adulti italiani […]. Vi sono pubblicate 109 interviste costruite sulla base di un questionario volto ad accertare le competenze storiche di un campione geograficamente limitato a Piemonte e Valle D’Aosta, suddiviso paritariamente fra uomini e donne, articolato in differenti fasce decennali (da 20-29 anni fino a oltre 79) e in diversi titoli di studio, anche se spostati nettamente verso l’alto, come dimostra il cospicuo numero di laureati. […].
Ne esce un quadro di un’ignoranza a dir poco sconcertante anche su temi più prossimo all’oggi e all’attualità politica. Se si pensa che l’inchiesta è stata svolta in prossimità di un referendum costituzionale – osserva giustamente Allegra – ci si chiede su che cosa abbiano votato gli italiani (nonostante l’informazione giornalistica e televisiva) visto che la maggior parte di essi ignora pressoché tutto della Costituzione, la colloca in una cronologia oltremodo vaga e se ne ricorda qualcosa è solo l’art. 18, confondendolo però con l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori a suo tempo oggetto di aspri dibattiti politici. […].
Al di là delle innumerevoli e talora scandalose baggianate degli intervistati (tra i quali compare anche qualche eccezione, un anziano generale a riposo per esempio, o un barista), il dato più significativo è rappresentato a mio avviso dal fatto che, con le dovute eccezioni, la fascia di età più analfabeta in campo storico – ma è lecito presumere che nelle altre discipline le cose non cambino molto – è quella più giovane, e dunque più vicina alle memorie scolastiche, ance se dotta di una bella laurea magistrale in discipline umanistiche, così come accade a una laureata in Scienze politiche che non ha la più pallida idea di che cosa sia la Costituzione italiana. Il cha fa ovviamente riflettere sugli esisti a dir poco disastrosi dell’accanimento riformistico di cui la scuola italiana è stata fatta oggetto negli ultimi decenni, senza distinzioni politiche, a cominciare da Luigi Berlinguer, l’innocente demagogo animato delle migliori intenzioni cha annunciava il nuovo diritto al successo formativo, dall’invasione di psicologi e pedagogisti a tutto interessati meno che al merito e alle conoscenze, fino alla Moratti, alla Gelmini, alla Fedeli, mentre il tracollo dell’Università, anch’esso avviato dal sullodato Berlinguer, non può non riflettersi anche sulla formazione degli insegnanti, dando vita ad un ciclo perverso. Sono studenti universitari e laureati, per fare un solo esempio, quelli che datano l’unità d’Italia al 1601 o al 1950, e la definiscono come riunificazione di diversi imperi, tra cui la Sicilia, la Savoia e la Borgogna, o ignorano dati elementari sulla II Guerra mondiale e la guerra fredda, a dispetto della normativa berlingueriana che imponeva di dedicare al solo Novecento l’ultimo anno fi ogni ciclo di studi. Né più né meno che un disastro, insomma […].

Massimo Firpo – domenica – Il Sole 24 Ore
 

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