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Pascal

018: Fare l'impresa

Ascolta l'audio
Un colloquio di lavoro che si è trasformato in qualcosa di più e un ragazzo con un sogno

Playlist puntata:

WORK - RHIANNA-DRAKE
WORK SONG - HOZIER
TIME WILL TELL - GREGORY ALAN ISAKOV
HE'LL UNDERSTAND AND SAY WELL DONE - JOHNNY CASH

Prima storia: Inizio lavori di Paolo Zara

«Lei, che cavolo vuole!?» Seduto su una sedia davanti alla scrivania attendevo pazientemente che si voltasse; ancora non avevo idea del motivo di quella convocazione; più che altro, quelle parole non mi sembrarono particolarmente accoglienti. - Mi ha fatto chiamare Lei, mi dica - risposi nascondendo tutto il mio stupore per quel linguaggio. Il silenzio durò alcuni secondi che mi diedero l'opportunità di inquadrare il mio interlocutore. Pantalone sgualcito color melanzana e maglioncino a collo largo più che alto color nocciola con inclusioni, fra le trame, di resti vari di alimenti; le spesse lenti e la posizione infossata sulla bassa poltrona gli davano un aspetto goffo, e l'immagine era completata da una barba rada rossiccia e incolta e da una capigliatura dello stesso colore che sembrava non aver ancora conosciuto il pettine. 
Per l'occasione indossavo pantaloni di gabardine color panna perfettamente stirati, camicia a quadri bianchi e marroni e giacca verde bottiglia di velluto liscio; in perfetto stile anni '70. - Li ha nove amici? - Mi chiese con voce ferma e decisa, quasi perentoria. Questa volta fu il mio silenzio a durare diversi secondi. Guardavo i suoi occhi, e anziché pensare a una risposta pensavo a cosa potesse esserci dietro quegli occhiali; l'aspetto goffo iniziale diventò presto scaltrezza, per poi trasformarsi in supplica; la risposta me la diede proprio quello sguardo che sembrava dire "non mi deluda, mi dica di sì". - Ne ho ben più di nove - risposi mentre pensavo che l'omino non doveva poi essere quel che sembrava. - Bene, costituisca una cooperativa e si faccia rivedere - disse l'omino. Si voltò di nuovo e riprese il telefono; capii che l'incontro era finito, e salutando, senza peraltro ottenere risposta, me ne andai.
Non feci molta strada, arrivai giusto alla fine del corridoio e tornai indietro; riaprii la porta senza bussare, entrai, mi sedetti sulla stessa sedia di prima ed aspettai di nuovo che si voltasse. - Non ha bussato - disse levando gli occhiali e assumendo l'aspetto di una talpa che spunta appena dall'apertura della sua tana. - Ho capito, lei vuole entrare a tutti i costi - continuò con un malcelato compiaciuto sorriso. Era il marzo del 1978, la prima seria occasione di lavoro della mia vita. Che fermento. L'entusiasmo saliva dentro di me come la febbre dell'influenza; una febbre che non mi interessava far calare, e dopo circa due mesi fondai la "Sarda Ce.Ar. - Sarda Censimenti Archeologici", società cooperativa a responsabilità limitata. Le domande di ingresso arrivavano a decine; a spedirle erano giovani diciottenni appena diplomati che più che cercare lavoro cercavano avventura. "Tanto non dura" mi continuavano a ripetere. Ma c'erano anche molti neolaureati, c'erano padri senza lavoro, madri senza lavoro, c'era davvero di tutto. Le portavano personalmente alla mia abitazione che nel frattempo era diventata anche la sede legale della cooperativa. - Buongiorno, lei è il Presidente? - Che parola grossa, "Presidente". Chi ero, cosa dovevo fare, come lo dovevo fare e perché lo dovevo fare, non lo sapevo. Era un gioco, un bel gioco in cui stavo mettendo tutto me stesso. Il 2 dicembre avrei compiuto il mio ventiseiesimo anno di età e due giorni prima, il 30 novembre 1978, arrivò un telegramma: «COMUNICO INIZIO LAVORI PRIMO DICEMBRE 1978, TANTI AUGURI - FIRMATO, IL SOPRINTENDENTE». Un giorno, avevo soltanto un giorno per comunicare l'evento ai 65 soci. Feci tutto di fretta e il giorno dopo cominciammo. Come per miracolo, il 18 dello stesso mese arrivò con una puntualità disarmante, il primo stipendio. Non era passato neanche un mese da quando avevamo iniziato a lavorare. Non mi sembrava vero. Ma vero era incontrare per strada, quella sera, giovani intenti a spenderlo quello stipendio, con pacchi sottobraccio, fissi davanti alle vetrine dei negozi per scegliere qualche regalo di natale o una nuova camicia. Vorrei che ci fosse oggi tutto questo, che ci fosse una porta dalla quale ogni giovane possa entrare senza bussare, e qualcuno che con i pantaloni unti e strappati e con le lenti spesse gli chiedesse: «Lei, che cavolo vuole!?»

Seconda storia: Il falso liutaio 

Danny Houck è un eccentrico ragazzone di 32 anni, vive in una grande fattoria da qualche parte nell'Ohio rurale; ha una leggera forma di disturbo bipolare e non ama molto avere gente intorno. Danny  ha un'unica ossessione: quella per i violini. È così appassionato di violini che entra in contatto con un giovane violinista emergente e gli propone di realizzare per lui la copia esatta del famoso Cannone, il violino costruito da Guarneri del Gesù e appartenuto a Niccolò Paganini. Ma c'è un problema. Danny non ha mai costruito un violino. Danny non ha nemmeno mai visto un violino originale di Stradivari o Guarneri del Gesù, non sa come sono fatti e cosa forse peggiore, ignora quali siano i passaggi per costruirne uno. 
La sua storia è stata raccontata nel documentario "Stad Style" di Stefan Avalos.

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