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Classicaradio

Elogio del canto

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Enzo Pietropaoli, In praise of B

Il cantare non è proprio appannaggio esclusivo della voce umana: ecco perché sulle partiture orchestrali o strumentali la parola cantabile si trova spesso, a indicare una modalità di suono che ripercorra un intento vocale e in qualche modo narrativo. Vero anche il contrario: la voce è strumento a tutti gli effetti, e in più luoghi della storia musicale troviamo esempi illuminanti, passando con prudente e non casuale disinvoltura dallo Jubilus dell’Alleluja gregoriano allo scat attraverso le fioriture virtuosistiche del Barocco (per altre annotazioni sul tema vedi su Classicaradio anche Indispensabili cambi prospettici - Vier Lezte Lieder di Strauss).

Senza lasciarci assorbire ulteriormente dal discorso sul rapporto voce-suono ci affacciamo invece in un repertorio che da svariati anni è accolto nel mondo classico, sparigliando per più motivi l’usuale tendenza a categorizzare la musica in leggera e pesante. Con una tradizione storica di tutto rispetto, con la molteplicità delle sue forme e un linguaggio tecnicamente ed espressivamente davvero complesso, Il jazz è diventato forma alta, un modo di far musica che spesso anche nei suoi luoghi deputati va facendosi addirittura accademico – cosa impensabile solo pochi decenni fa.

Peso e accademie a parte, il jazz fortunatamente si pone sempre meno come alternativa alla musica colta di tradizione occidentale, quella che sinteticamente diciamo classica. Una contrapposizione decisamente non vera, tanto che nelle analogie che ci piace ritrovare tra mondi comunque diversi troviamo la tendenza cameristica del jazz e la sua vitalità creativa di perenne composizione in fieri

Riuniti in piccoli luoghi fumosi, a volte appena lo spazio di un pianoforte verticale e uno o due strumenti a fiato, i musicisti stavano insieme per ore - spesso la notte, anzi Round Midnight – cercando quel mood, quella frase, quella concatenazione di accordi o semplicemente quel flusso sonoro diventava spesso esigenza primaria.

Con l’uso di strumenti più ingombranti come la batteria o l’avvento della chitarra elettrica, spazi dimensioni esigenze e caratteristiche tenderanno a cambiare – proprio come (per fare un esempio provocatorio) all’inizio del ‘600, quando nell’approdo negli spazi ampi del teatro voci e strumenti svilupperanno diverse tecniche e creeranno nuove modalità espressive.

La vocazione cameristica però rimane nell’imprinting del jazz; è l’alchimia che si crea hic et nunc tra gli esecutori che crea quel qualcosa capace di rapire il pubblico, il quale si trova ad intuire e percepire oltre all’esplicito discorso musicale anche la potenziale mutevolezza delle sue ramificate direzioni.

Nel jazz nessuna composizione rimane esattamente uguale a se stessa, mai; e se ciò è vero in realtà per tutta la musica (il momento dell’interpretazione è sempre unico, anche a parità di note, strumenti, interpreti, luoghi…) nella letteratura jazzistica ciò è ancor più significativo perché assurge a nucleo fondante, assioma di base, criterio primario.

In una dimensione di estrema eleganza, possono unirsi in quartetto organici i più diversi, tradizionalmente non previsti nei generi colti: qui sono tromba pianoforte contrabbasso e batteria a dialogare tra loro e costruire il percorso, ognuno con le sue caratteristiche strutturali ben in evidenza.

In questo caso non siamo propriamente di fronte ad uno standard, cioè un brano la cui struttura melodico-armonica diventa modello su ogni interprete elabora liberamente la propria personalissima versione - a cui la tradizione jazzistica ci ha pazientemente educato. Proponiamo una particolare forma di canzone – senza parole, come si accennava prima – che contiene inevitabilmente le sue parti improvvisative; una cantabilità raffinata parte dal pianoforte ed echeggia nel soffiato della tromba, e quella non-melodia porta con sé per chi voglia riconoscerle lontane reminescenze illustri (Naima di John Coltrane).

In una non subordinata funzione di completamento batteria e contrabbasso danno alla scansione del tempo stacchi non invasivi ma che piuttosto scandiscono colori, salvo passare a loro volta in primo piano. Un gioco di riflessi, creazioni e riferimenti che incuriosisce racconta e accompagna. Proprio come qualsiasi buona musica.

In praise of B è firmato da una delle figure più significative della scena italiana: Enzo Pietropaoli, genovese “naturalizzato romano” classe 1955, che ha al suo attivo oltre un centinaio di incisioni, moltissimi premi e riconoscimenti sia come session-man solista che in gruppo (stabili un Trio e il Quartetto qui presentato). Riguardo al titolo, oggi più che mai intrigante (o pericoloso…) riferiamo prudentemente quanto ci è stato indicato dall'autore stesso: l'elogio in questione non è indirizzato ad un preciso personaggio ma indica simbolicamente chiunque nel momento dell'ascolto reputiamo meritevole di lode, dall'amico perduto ai protagonisti di storie vere o inventate.

E quella lettera, che in gergo musicale anglofono indica la nota SI, oggi ci piace immaginarla la B di Bach.

Enzo Pietropaoli
In praise of B

Enzo Pietropaoli Yatra Quartet
contrabbasso, Enzo Pietropaoli
batteria, Alessandro Paternesi
pianoforte, Julian Mazzariello
tromba, Fulvio Sigurtà

Registrato per i Concerti del Quirinale di Radio3 il 16 Marzo 2014 a Roma, Cappella Paolina del Palazzo del Quirinale

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