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Michail Bulgakov 3 | Pronto? Sono Stalin

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Florinda Fiamma racconta la vita di Michail Bulgakov
È il 18 aprile del 1930 e in casa di Michail Bulgakov dopo pranzo squilla il telefono. «Pronto? Michail Afanas’evic Bulgakov?». «Sì, sì». «Adesso le parlerà il compagno Stalin». Lo scrittore pensa a uno scherzo e risponde infastidito: «Cosa? Stalin-Stalin?». «Salve, compagno Bulgakov, Le parla Stalin. Abbiamo ricevuto la sua lettera. L’abbiamo letta con i compagni. A tal proposito riceverà una risposta positiva... Ma è proprio vero che lei chiede di andarsene all’estero? Siamo stati così cattivi? Le siamo venuti tanto a noia?». Bulgakov esita, poi risponde: “Uno scrittore russo può vivere lontano dalla Russia? No, non credo”. «Ha ragione – gli risponde Stalin - Anch’io la penso così. Dov’è che vuole lavorare? Al Teatro d’Arte?». «Sì, volevo. Ne avevo parlato, ma ho ricevuto un rifiuto». «E lei invii loro una richiesta. Penso che accetteranno. Noi dovremmo incontrarla, parlare con lei». «Sì, sì, Iosif Vissarionovic, ho bisogno di parlare con lei». «Bisogna trovare il tempo e incontrarci, necessariamente. E ora le auguro ogni bene». Il "piccolo padre", cioè Stalin, chiama l'autore e drammaturgo che apprezza (pare sia stato visto almeno quindici volte in platea quando andava in scena il I giorni dei Turbin di Bulgakov) ma sostanzialmente gli vieta di espatriare. E inoltre, da quella famosa telefonata alla morte, lo scrittore non pubblica più una sola riga.
Quando avviene questa telefonata, il 18 aprile del 1930, è il giorno successivo ai funerali di Majakovskij a cui anche Bulgakov ha partecipato. Il suicidio del poeta della rivoluzione è stato molto emozionante ed è probabile che Stalin si decida a chiamare lo scrittore, per questo. Perché Bulgakov è ormai sgradito agli apparati del partito e Stalin, forse per non dare l’immagine di un regime che perseguita gli intellettuali, lo chiama. La lettera a cui Stalin accenna per telefono è quella che Bulgakov ha inviato tempo prima, la famosa  “Lettera al Governo dell’Urss” il 28 marzo, in cui denuncia l’accanimento della stampa sovietica nei suoi confronti. Chiede anche di poter lavorare in un teatro e, se anche questo è impossibile, chiede il permesso di espatriare. Dopo la telefonata, il 10 maggio, Bulgakov ottiene un posto come assistente regista al Teatro accademico dell’arte di Mosca, ma niente di più. I guai, per lui, sono cominciati qualche anno prima, nel 1925, a causa dell’uscita di Cuore di cane, giudicato una satira impubblicabile sull’uomo nuovo sovietico. La polizia politica perquisisce l’appartamento di Bulgakov, requisisce il suo diario e due copie dattiloscritte di Cuore di cane. E anche le sue opere teatrali, (come I giorni dei Turbin, L’appartamento di Zoja e L’isola purpurea) nonostante abbiano successo di pubblico, vengono ritirate. La commedia «La corsa», invece, giudicata da Stalin «un fenomeno antisovietico», non ottiene il nulla osta. Poi, in ottobre, insieme ad Anna Achmatova, Zamjatin e Pasternak, Bulgakov esce dall’Unione panrussa degli scrittori. Quell’anno, dirà in seguito, fu «l’anno del mio annientamento come scrittore». C’è un altro episodio sul suo isolamento: nel luglio del 1936, nel pieno delle grandi purghe staliniane, a una riunione con gli autori del Bol’soj, Bulgakov viene avvicinato da un giovane poeta che gli chiede se ha mai sentito parlare “di un certo Bulgakov… Ho letto un suo romanzetto, ma pare che la critica lo stronchi di continuo…’. Bulgakov insinua: “Mi sembra di ricordare che scrivesse anche per il teatro”… Già in vita quindi Bulgakov è ridotto a un fantasma. Nel frattempo le delazioni dilagano e strane persone si intrufolano con pretesti anche a casa sua, per frugare tra le sue cose. Lo stesso Bulgakov inizia a censurarsi, cerca di cancellare ogni traccia del primo testo a sua firma mai pubblicato. E comincia a bruciare alcuni suoi manoscritti, fra cui le prime redazioni del Maestro e Margherita.

Bibliografia 
Michail Bulgakov. Cronaca di una vita, di Marietta Cudakova (Odoya)

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Ascolta Giorgio Scerbanenco 1 | Il ragazzo di Kiev

Giorgio Scerbanenco 1 | Il ragazzo di Kiev

10/06/2019

"Scerbanenco siede davanti alla sua macchina per scrivere. L'ora in cui tanti operai, tanti impiegati iniziano il loro lavoro. Infila un foglio nel rullo della macchina. Poi guarda il foglio, la macchina, guarda il gatto che imperversa su poltrone e tappeti di casa: pensa. La trama di un suo romanzo sta tutta in una cartellina, al massimo due, si tratta di rapidi appunti sommari, appena un abbozzo di quello che dovrà accadere. Tutto il resto Scerbanenco ce l'ha in testa…. Prende a battere sui tasti con regolarità. Non ha più pentimenti o esitazioni. E così va avanti. Tre o quattro ore ogni mattina, tre o quattro cartelle all'ora"

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Ascolta Giorgio Scerbanenco 2 | Mille identità

Giorgio Scerbanenco 2 | Mille identità

11/06/2019

«Mi chiamo Giorgio Scerbanenco. Vivo da 18 anni in Italia e sono italiano. Ho scritto novelle, un romanzo, una commedia per la radio. Ho ventisette anni. Ho molti difetti, ma nessuno li conosce meglio di me. Devo scrivere un romanzo intitolato Ruolino di Marcia: mille pagine, centinaia di personaggi, un capolavoro, ma morirò senza avere avuto il tempo di scriverlo». Così si descrive, lo scrittore, nel 1937.

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Giorgio Scerbanenco 3 | In esilio

12/06/2019

«Milano era bella per chi sapeva apprezzarla, bella nelle grandi vie nuove e nelle piccole, che rammentavano antichi comuni medievali, d'autunno quando un velo di fanghiglia ricopre le strade, svela il rosso cotto delle pietre delle strade; di primavera quando un cielo latteo azzurro sembra una bandiera di velo che pesa dall'alto, stesa ad asciugare. Al mattino quando passano i tranvai carichi di operai e impiegati; verso sera, quando corso Vittorio è affollato di gente che cammina piano e sfoggia le ultime giacche, le ultime pettinature».

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Ascolta Giorgio Scerbanenco 4 | Venere privata

Giorgio Scerbanenco 4 | Venere privata

13/06/2019

«Arrivai a Milano senza un soldo e che sparacchiavano ancora, parlavano ancora di "far fuori". Ma questa volta avevo molti amici a Milano. Milano mi era già amica, non era come la prima volta che vi ero venuto da Roma. In poche settimane ebbi tutto, soldi e lavoro».

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