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Gli speciali di Radio3

QUADRO

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Chagall, Klee, Gibran, Zagajewski, Lerner, Duffy

Marc Chagall
Accadde che, per via del bel tempo, il nonno si era arrampicato sul tetto, si era seduto sui tubi e si gustava delle carote. Niente male come quadro
“E tu, mucchina, nuda e crocifissa nei cieli, sogni”
“Estasiato, coi piedi affondati nel terreno, un maiale trasparente se ne sta qui, davanti a me”
“Stringo con più forza i corrimani, le mie mani gelano. Io volo e il treno vola con me”.
Cammino per il mondo come in una foresta /Sui piedi, sulle mani, di qui di la / Di albero in albero le foglie cadono / E mi risvegliano, ho paura
Là dove si accalcano case ricurve / Là dove sale il cammino al cimitero / là dove scorre un fiume e s’ingrossa / Là ho sognato la mia vita

PAUL KLEE, quadro-poesia
«Dapprima innalzatosi dal grigiore della notte
Poi pesante e prezioso
e reso forte dal fuoco
Di sera pervaso da Dio e curvato.
Infine etereo avvolto di blu,
si libra su campi innevati,
verso cieli stellati»

GIBRAN
“Anelo all'eternità, perché lì troverò i miei quadri non dipinti, e le mie poesie non scritte.”

ADAM ZAGAJEWSKI, Prova a cantare il mondo mutilato
Canta il mondo mutilato
e la piccola penna grigia persa dal tordo,
e la luce delicata che erra, svanisce
e ritorna.

Adam Zagajewski, Si arresta (da La vita degli oggetti. Poesie 1983-2005, Adelphi, 2012)
Si arresta la città
la vita si fa quadro
è fragile come le piante di un erbaio
vai su una bicicletta che non
si muove, solo le case ruotano
lentamente, mostrando naso, fronte
e labbra prominenti. La sera si fa
quadro, non ha voglia di esistere
e per questo riluce come un lampione cinese
in un giardino silente. Resta immobile
il crepuscolo, è l’ultimo ormai. L’ultima
parola. Nella chioma degli alberi si nasconde
la felicità. Dentro le foglie dormono
i sovrani. Non c’è vento, la vela
gialla del sole resta immobile sui tetti
come la tenda abbandonata di Cesare.
Il dolore si fa quadro e la disperazione
è solo un quadro, incorniciato
nelle labbra di questo passante. Il mercato
tace nello scuro fogliame d’ali
degli uccelli. C’è silenzio come a Jena,
dopo la battaglia, quando donne
innamorate guardano i volti dei caduti.

BEN LERNER, da Angle of Yaw (in Nuovi Argomenti”, traduzione di Damiano Abeni)
SE PENDE DA UNA PARETE è un quadro. Se sta sul pavimento è una scultura. Se è molto grande o molto piccolo è concettuale. Se forma parte della parete, se forma parte del pavimento, è architettura. Se si deve fare il biglietto è moderno. Se ci si sta già dentro e si deve fare il biglietto per uscire è ancora più moderno. Se ci si può star dentro senza pagare è una trappola. Se si muove è passato di moda. Se si deve alzare lo sguardo è religioso. Se si deve abbassare lo sguardo è realistico. Se è stato venduto è luogo-specifico. Se, per vederlo, si deve passare per un metal-detector è pubblico.

CAROL ANN DUFFY, La moglie del mondo
Pensa ai miti che ci sono in giro, le leggende, le favole:
ora li sistemo io; così quando mi guardi fisso in faccia –
la faccia di Elena, di Cleopatra,
della regina di Saba, di Giulietta – poi, più a fondo,
quando mi guardi negli occhi – quelli di Nefertiti, di Monna Lisa,
della Garbo – ci ripensi su.
La sirenetta spaccò
in due la sua lucida coda d’argento, strofinò sale
su quella piaga puzzolente, s’alzò e camminò,
in agonia, le calze a rete, si mise in piedi e sorrise, ballò un valzer,
e tutto per un Principe, un bellimbusto, uno di quelli azzurri
che alla fine l’avrebbero piantata, scaricata, buttata a mare.
Le avrei potuto dire – senti, tesoro, io lo so bene,
quanto son bastardi quei Principi.
Quello che ti serve è trovarti una Bestia. Il sesso è migliore. 
Io stessa andai alla casa della Bestia
che non ero più fanciulla, sapevo quel che volevo,
il mio denaro al sicuro in banca,
il mio cavallo nero al cancello
pronto a portarmi via alla prima parola storta,
alla prima mossa falsa, al primo sguardo laido.
Ma la Bestia s’inginocchiò alla porta
Per baciarmi il guanto con labbra da cagnolino – bene! –
con le lacrime agli occhi rossi voleva dire
che lo sapeva quant’era fortunato – meglio! –
nemmeno cercò di nascondere la sua erezione,
grande quanto quella di un mulo – perfetto!
E la Bestia
mi vide stappare, mescere e tracannare
un’intera bottiglia di Chateau Margaux del ’54,
anno della mia nascita, ancor prima di sollevare una zampa.
Ti dirò di più. Senza la camicia di mussola
E i pantaloni di velluto a coste, fumigava dalla pelliccia,
brutto come il peccato. Aveva i grugniti, i gemiti, i guaiti,
il fiato di una capra. Io avevo il Linguaggio, care mie.
La signora dice “Fa’ questo. Più forte”. La signora dice ”Fa’ quello. Più svelto”. La signora dice “Non è lì che ti ho detto”.
Finalmente tutto aveva un senso. Il porco nel mio letto
Ci era stato invitato. E se col muso e gli zamponi imbrattava
le lenzuola di damasco, che fa? Tanto poi le lavava lui. Due volte.
E intanto, ecco che mi raspava tra i diti dei piedi
con la sua orrida lingua di cuoio.
Ecco i suoi artigli contorti e giallastri per scaccolarmi,
se lo volevo. O per grattarmi la schiena
fino a farmi sanguinare. Ecco la sua testona di toro
che cantava stonata tutta la notte, ma dove non sentivo.
Ecco una parte di lui come un cavallo, un montone,
scimmia, lupo, cane, ciuco, drago, dinosauro,
Devo dirti altro? Di sera, quando giocavo a poker, la Bestia
Si teneva alla larga. Eravamo tipe toste, con le palle,
tutte belle e ricche – la Donna
che sposò il Minotauro, Ricciolidoro, la Sposa della lesbica Barbuta, Frau Nanogiallo, et Moi.
Guardavo queste splendide donne mischiare e dare le carte –
Telesina a cinque o a sette, Passacarta, Tieninmano, Prendicarta –
Le guardavo puntare, rilanciare, vedere. Una notte,
un testa a testa tra Frau Nanogiallo e la Sposa della Barbuta
sul piatto più ricco che avessi mai visto alla mia bisca.
Frau ha sul tavolo la donna di fiori
e Barbuta la donna di picche. Ultima carta. Una donna ciascuna.
Frau Giallo rilancia. Barbuta rilancia. Gli occhi di Ricciolidoro
s’incollano al piatto come se fosse un porridge fumante.
La Moglie del Minotauro si accende un sigaro puzzolente.
Io, mi accorgo che la mano della Frau trema mentre piazza le fiches.
Barbuta rilancia per l’ultima volta, poi la guarda fisso,
la guarda così fisso che ti senti liquefare i panni addosso
al primo battito di ciglia. Trattengo il fiato. Frau Giallo
deglutisce e dice “vedo”. Indovina? Barbuta snocciola
i suoi assi; quadri, cuori, e il pubico asso di picche,
e imparammo tutte una bella lezione –
La Sposa della Lesbica Barbuta, bellona mozzafiato, non bluffava.
Ma dietro alle giocatrici sta una fila di spettri
che non hanno vinto mai. Eva. Cenerentola. Marilyn Monroe.
Raperonzolo che si trancia furiosa i capelli.
Bessie Smith senza amore e senza soldi.
Le mogli di Barbablù, quelle di Enrico VIII, Biancaneve
che maledice il giorno in cui lasciò i sette nani, Diana,
Principessa del Galles.
La docile Bestia entra
con un vassoio di schnapps alla fine della partita
e ci alziamo per un brindisi – Fay Wray
poi versiamo le bevande ardenti in fondo alle gole scarlatte.
Ragazzacce. Signore perbene. Che piangono le loro morte.
Così, vincente o no, me la presi con la Bestia,
e quando andai in camera, con tutte quelle povere figliole in mente,
lo buttai giù dal letto e me ne andai fuori,
sul balcone, la notte era così fredda che sentivo e stelle
sulla punta della lingua. E mi misi a pregare –
tenendo le perle tra le dita, le lacrime di Maria, una per una,
come in un rosario – parole per le belle perdute, le prigioniere,
le mogli, per quelle meno fortunate di noi.
La luna era uno specchio appannato da un Regina.
Il mio alito una sciarpa di chiffon per un fantasma elegante.
Mi girai per rientrare. Portatemi la Bestia per la notte.
Portatemi la chiave della cantina. E che sia io quella che ama meno!
 

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