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Gli speciali di Radio3

PORCOSPINO

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TANG, Shakespeare, Schopenhauer, Wack, Hoffmann, Montale

Poesia cinese di epoca TANG

Lui cammina lentamente come un puntaspilli ambulante,
si ferma e si appallottola come un ricciolo castano.
Non si preoccupa perché lui è così piccolo.
Nessuno lo schiaffeggerà.

SHAKESPEARE, Amleto
“Se non mi fosse interdetto di aprire i segreti della mia prigione, potrei raccontare cose di cui la più impalpabile ti strazierebbe l’anima, gelerebbe il tuo giovane sangue, e ti farebbe schizzare gli occhi dalle orbite come  stelle, scompigliando i ben composti nodi della tua capigliatura: ogni singolo capello ti si rizzerebbe in testa come gli aculei dell’irascibile istrice.”

ARTHUR SCHOPENHAUER, dilemma del porcospino (in Parerga e paralipomena)
“Alcuni porcospini, in una fredda giornata d'inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l'uno dall'altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell'altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.
Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l'uno verso l'altro; le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l'uno lontano dall'altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare e grazie alla quale è possibile una coesistenza, si trova nella cortesia e nelle buone maniere. […]  Colui, però, che possiede molto calore interno preferisce rinunciare alla società, per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli.”

STEPHEN WACK, Dilemma del porcospino (traduzione di Maria Grazia Calandrone)
[…] Io, l’umano, l’imperfetto, continuo a essere rimescolato dalla sua luce, e continuo a ricevere l’inevitabile condanna.
Lei mi porta una rabbia sovrumana e un amore carnale.
Chiamano questo “dilemma del porcospino”;
Più siamo vicini, più intenso è il nostro desiderio, più veniamo feriti.
Tanto più mi trafiggono le dolorose richieste della sua possessività.
Male e dolore.
Solstizio, e –
Il mio amore viene sostituito dai casti, freddi baci dei primi passi dell’autunno.
Questo è il mio destino.
Io seguo il mio amore mentre vola a Sud, in cerca di nuovi compagni per saziarsi.
Il solo pensiero mi sconvolge.
Ma non oso tirare a terra il suo spirito libero.
Lei può fuggire lontana mentre sono solo, in impaziente attesa.
Un giorno, un giorno o l’altro, tornerà da me.
Mi cullerà di nuovo fra le sue braccia, passerà ancora le dita fra i miei capelli, mi tenterà di nuovo con i suoi
segreti, mi bagnerà con le sue lacrime, ancora…
Il mio amore tornerà con il solstizio d’estate.

HEINRICH HOFFMANN, Pierino Porcospino (tradotto da Gaetano Negri)
Oh, che schifo quel bambino!
È Pierino il Porcospino.
Egli ha l’unghie smisurate
Che non furon mai tagliate;
I capelli sulla testa
Gli han formata una foresta
Densa, sporca, puzzolente.
Dice a lui tutta la gente:
Oh, che schifo quel bambino!
È Pierino il Porcospino.

EUGENIO MONTALE, Notizie dall’Amiata (da Le occasioni)
Il fuoco d’artifizio del maltempo
sarà murmure d’arnie a tarda sera.
La stanza ha travature
tarlate ed un sentore di meloni
penetra dall’assito. Le fumate
morbide che risalgono la valle
d’elfi e di funghi fino al cono diafano
della cima m’intorbidano i vetri,
e ti scrivo da qui, da questo tavolo
remoto, dalla cellula di miele
di una sfera lanciata nello spazio
e le gabbie coperte, il focolare
dove i marroni esplodono, le vene
di salnitro e di muffa sono il quadro
dove tra poco romperai. La vita
che t’affabula è ancora troppo breve
se ti contiene! Schiude la tua icona
il fondo luminoso. Fuori piove.
***
E tu seguissi le fragili architetture
annerite dal tempo e dal carbone,
i cortili quadrati che hanno nel mezzo
il pozzo profondissimo; tu seguissi
il volo infagottato degli uccelli
notturni e in fondo al borro l’allucciolìo
della galassia, la fascia d’ogni tormento. 
Ma il passo che risuona a lungo nell’oscuro
è di chi va solitario e altro non vede
che questo cadere di archi, di ombre e di pieghe.
Le stelle hanno trapunti troppo sottili,
l’occhio del campanile è fermo sulle due ore,
i rampicanti anch’essi sono un’ascesa
di tenebre ed il  loro profumo duole amaro.
Ritorna domani più freddo, vento del nord,
spezza le antiche mani dell’arenaria,
sconvolge i libri d’ore nei solai,
e tutto sia lente tranquilla, dominio, prigione
del senso che non dispera! Ritorna più forte
vento di settentrione che rendi care
le catene e suggelli le spore del possibile!
Son troppo strette le strade, gli asini neri
che zoccolano in fila danno scintille,
dal picco nascosto rispondono vampate di magnesio.
Oh il gocciolìo che scende a rilento
dalle casipole buie, il tempo fatto acqua,
il lungo colloquio coi poveri morti, la cenere, il vento,
il vento che tarda, la morte, la morte che vive!
Questa rissa cristiana che non ha
se non parole d’ombra e di lamento
che ti porta di me? Meno di quanto
t’ha rapito la gora che s’interra
dolce nella sua chiusa di cemento.
Una ruota di mola, un vecchio tronco,
confini ultimi al mondo. Si disfà
un cumulo di strame: e tardi usciti
a unire la mia veglia al tuo profondo
sonno che li riceve, i porcospini
s’abbeverano ad un filo di pietà.

EUGENIO MONTALE, A pianterreno  (da Satura)
Scoprimmo che al porcospino
piaceva la pasta al ragù.
Veniva a notte alta, lasciavamo
il piatto a terra in cucina.
Teneva i figli infruscati
vicino al muro del garage.
Erano molto piccoli, gomitoli.
Che fossero poi tanti
il guardia, sempre alticcio, non n’era sicuro.
Più tardi il riccio fu visto
nell’orto dei carabinieri.
Non c’eravamo accorti
di un buco tra i rampicanti.

 

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