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Gli speciali di Radio3

USCITA

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Rilke, Pavese, Bufalino, Ocean Vuong, Caproni
RAINER MARIA RILKE, Orfeo. Euridice. Hermes (1904) Traduzione di Mario Ajazzi Mancini
[…] Era in sé, come una più alta speranza,
dimentica dell’uomo che la precedeva,
come del sentiero che risaliva alla vita.
Era in sé. E il suo essere morta
la riempiva come una pienezza.
Simile a un dolce frutto di tenebra,
era così piena della sua grande morte,
tanto nuova, che niente comprendeva.
Era in una nuova adolescenza,
e intoccabile; il suo sesso era chiuso
come un giovane fiore prima di sera,
e le sue mani tanto disabituate
alle nozze che persino l’impercettibile
sfiorarla di quel contatto divino
la feriva per troppa intimità. 
Non era già più la donna bionda
evocata talvolta nei canti del poeta,
né più profumo e isola dell’ampio letto
né più proprietà di quell’uomo.
Era già sciolta come lunga capigliatura,
sparsa come pioggia che cade,
come provvista infinitamente ripartita.
Era già radice.
E quando all’improvviso il dio
la trattenne, pronunciando con voce
dolente le parole: “si è voltato” –, 
non comprese e disse piano: “chi?”.
Ma lontano, nell’oscurità innanzi al chiarore dell’uscita,
stava qualcuno il cui volto
non era riconoscibile. Stava e guardava,
come sulla striscia del sentiero di prati
con sguardo mesto il dio messaggero
si voltava, silenzioso, a seguire la figura,
che già tornava indietro per la stessa via,
il passo impedito dalle lunghe bende funebri,
insicura, mite e senza impazienza.

CESARE PAVESE, L’inconsolabile  (da I dialoghi con Leucò)
Pensavo alla vita con lei, com'era prima; che un'altra volta sarebbe finita. Ciò ch'è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi "Sia finita" e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva. […]
Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era là in quel barlume. Non m’importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai.

GESUALDO BUFALINO, Il ritorno di Euridice, in L’uomo invaso
Quale Erinni, quale ape funesta gli aveva punto la mente, perché, perché s’era irriflessivamente voltato?
“Addio!” aveva dovuto gridargli dietro, “Addio!”. E così, risucchiata dal buio, lo aveva visto allontanarsi verso la fessura del giorno, svanire in un pulviscolo biondo… Ma non sì da non sorprenderlo, in quell’istante di strazio, nel gesto di correre con dita urgenti alla cetra e di tentarne le corde con entusiasmo professionale… L’aria non li aveva ancora divisi che già la sua voce baldamente intonava “Che farò senza Euridice?”, e non sembrava che improvvisasse, ma che a lungo avesse studiato davanti a uno specchio quei vocalizzi e filature, tutto già bell’e pronto, da esibire al pubblico, ai battimani, ai riflettori della ribalta.
La barca era tornata ad andare, già l’attracco s’intravedeva fra fiocchi laschi e sporchi di bruma. Le anime stavano zitte, appiccicate fra loro come nottole di caverna. Non s’udiva altro rumore che il colpo uguale e solenne dei remi nell’acqua. Allora Euridice si sentì d’un tratto sciogliere quell’ingorgo nel petto, e trionfalmente, dolorosamente capì: Orfeo s’era voltato apposta.

OCEAN VUONG, Autoritratto In Forma Di Fori D’uscita - da Cielo notturno con fori d’uscita (La nave di Teseo, 2017), traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan
Invece, che sia l’eco di ogni passo affogato dalla pioggia a tranciare l’aria come un nome§gettato su una barca che affonda, a spingere tra spruzzi la corteccia del kapok
dentro il marcio & il ferro d’una città che cerca di dimenticare§le ossa sotto i marciapiedi, poi dentro il campo profughi nauseabondo di fumo & inni a mezza voce,
una baracca di ruggine nera & accesa dall’ultima candela
di Bà ngoại, i grugni dei porci che reggevamo in mano
e credevamo fratelli, lasciamo che entri in una stanza illuminata
dalla neve, arredata solo di risa, pane della Wonder Bread
& maionese portati a labbra screpolate come testimonianza
di un trionfo che nessuno ricorda, che accarezzi la gota rubizza
del neonato mentre il padre lo prende tra le braccia, inghirlandato
di visceri di pesce & Marlboro, e tutti fan festa mentre un altro
muso giallo si sbriciola sotto l’M16 di John Wayne, il Vietnam
che brucia sullo schermo, lasciate che entri da un orecchio e esca dall’altro,
livido, come una promessa, prima che buchi il poster
di Michael Jackson che luccica sul divano, nel
supermercato dove una donna Hapa è pronta
a credere che ogni bianco che la prende per il naso
è suo padre, lasciate che possa cantarle, brevemente, in bocca
prima di farla sdraiare tra i barattoli di pelati
& le scatole blu della pasta, la mela rosso cupo che rotola
dalla mano, poi in una cella di prigione
dove suo marito se ne sta a guardare la luna
fino a convincersi sia l’ultima ostia
che dio gli ha rifiutato, lasciandosi colpire la mascella come un bacio
che abbiamo dimenticato come scambiarci, sibilando
a ritroso fino al ’68, alla Baia di Ha Long: il cielo soppiantato
dal fuoco, il cielo a cui solo i morti alzano lo sguardo, che possa raggiungere il nonno che si scopa
la contadinella incinta sul retro della jeep militare,
coi capelli biondi che gli rilucono nel vento infocato dal napalm, che lo inchiodi
nella polvere da cui sorgono le sue figlie future,
dita scorticate da sale & Agente Arancio, che aprano
la sua tenuta di corvé color oliva, che afferrino il nome che gli pende
dal collo, il nome che si schiacciano sulla lingua
per ri-imparare la parola vivere, vivere, vivere – ma se
non per altro, lasciate che intrecci io questo raggio di morte
come una cieca ricuce un lembo di pelle
sulle costole della figlia. Sì – lasciatemi credere di essere nato
per armare questo fucile, lucido & lustro, come un vero
viet cong, come i passi di spettri brumosi nella pioggia
mentre mi chino sul mirino – & prego
che non si muova niente.

GIORGIO CAPRONI, L’uscita mattutina  (in Il seme del piangere)
Come scendeva fina
e giovane le scale Annina!
Mordendosi la catenina
d’oro usciva via
lasciando nel buio una scia
di cipria, che non finiva.
L’ora era di mattina
presto ancora albina.
Ma come s’illuminava
la strada dove lei passava!
Tutto Cors’ Amedeo,
sentendola, si destava.
Ne conosceva il neo
sul labbro, e sottile
la nuca e l’andatura
ilare – la cintura
stretta, che acre e gentile
(Annina si voltava)
all’opera stimolava.
Andava in alba e in trina
pari a un’operaia regina.
Andava col volto franco
(ma cauto, e vergine, il fianco)
e tutta di lei risuonava
al suo tacchettio la contrada.
 

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