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Gli speciali di Radio3

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Penna, Montale, Milosz, Guidacci, Larkin, Masters
SANDRO PENNA, La mia poesia non sarà, apertura della sezione “Giovanili ritrovate” (1927-1936)
La mia poesia non sarà
un giuoco leggero
fatto con parole delicate
e malate
(sole chiaro di marzo
su foglie rabbrividenti
di platani di un verde troppo chiaro).
La mia poesia lancerà la sua forza
a perdersi nell’infinito
(giuochi di un atleta bello
nel vespero lungo d’estate).

EUGENIO MONTALE, Non chiederci la parola da Ossi di seppia
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato. 
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

MARGHERITA GUIDACCI, da Il vuoto e le forme (Rebellato, 1977)
Non penso dunque sono e non amo 
dunque sono e non spero non agisco e non sento. 
Vuoto in fronte e alle spalle. Non sono dunque sono: 
dunque sono tua figlia, mio disperato tempo.

CZESŁAW MIŁOSZ, Ovunque
Ovunque mi trovo, in qualsiasi posto
su questa terra, nascondo di fronte a tutti la convinzione,
che  non sono di qua.
Come se io fossi mandato ad assorbire il più possibile di
colori, gusti, suoni, profumi e sperimentare
tutto, ciò che è
destino dell’uomo, trasformare ciò che prova
in un registro magico e portarlo la, da dove
sono venuto.

PHILIP LARKIN, Finestre alte (traduzione di Ennio Speranza)
Quando vedo una coppia di ragazzi
e immagino che lui se la scopa e lei
prende la pillola o si mette il diaframma,
io so che questo è il paradiso
che ogni vecchio ha sognato per tutta la vita –
legami e gesti accantonati in un angolo
come una vecchia mietitrebbia,
e ogni giovane che va giù per lo scivolo
verso la felicità, senza fine. Mi chiedo
se qualcuno osservandomi, quarant’anni fa,
avrà pensato: Quella sarà la vita;
non più Dio, non più sudore e paura la notte – non più sudori nel buio
a causa dell’inferno e di cose così, non più
il dover nascondere quello che pensi del prete.
Lui e quelli come lui tutti giù per lo scivolo
come maledetti uccelli liberi. E all’improvviso
piuttosto che le parole, mi arriva il pensiero di finestre alte:
del vetro che raccoglie il sole,
e, al di là, l’aria blu e profonda, che mostra il
nulla, che non arriva da nessuna parte, e che non ha fine.

EDGAR LEE MASTERSGustav Richter da Spoon River Anthology – traduzione di Maria Grazia Calandrone (Giunti, 2015)
Dopo una lunga giornata di lavoro nelle mie serre
dormire era dolce, ma, dormendo sul fianco sinistro, i sogni
possono finire bruscamente.
Io ero tra i miei fiori, quando qualcuno
sembrò farli fiorire per prova, come preparandosi
a trapiantarli, dopo,
in un più vasto campo all’aria aperta.
E io ero un’apparizione immateriale
dentro la luce: fu come se il sole
avesse inondato l’interno e, toccata la cupola di vetro
come un palloncino, fosse scoppiato dolcemente
e si fosse dissolto in un’aria d’oro.
E tutto era silenzio, tranne uno splendore
immanente, un pensiero chiaro
come una voce e io, che ero pensiero,
potevo sentire una Presenza pensare
e avanzare tra le cassette, sfoltendo le foglie,
individuando insetti e annotando le sue valutazioni,
con uno sguardo che ha compreso tutto:
“Omero, oh, sì! Pericle, va bene.
Cesare Borgia, che ne facciamo di lui?
Dante, troppo concime, forse.
Napoleone, per il momento lasciamolo stare.
Shelley, più terra. Shakespeare, ha bisogno di essere irrorato – “
Ehi, nuvole! -

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