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Gli speciali di Radio3

RONZIO

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Kipling, Brodskij, Pasolini, Govoni, Pascoli, Dickinson, Cavallo
RUDYARD KIPLING, Libro della giungla
“Questo è il rumore della Primavera, una vibrazione sonora che non somiglia né al ronzio delle api, né allo scroscio dell’acqua caduta, né allo stormire del vento fra le cime degli alberi, ma è il mormorio del mondo caldo e felice”

IOSIF BRODSKIJ, Lettere all’amico romano
Me ne sto seduto in giardino, arde la torcia
né l’amica, né servitori, né conoscenti
Al posto dei deboli e dei potenti di questo mondo,
unicamente l’armonioso ronzio degli insetti

IOSIF BRODSKIJ, Natura mortatraduzione di Elena Corsino

 

  1. Cose e corpi a cerchi
    ci stanno intorno.
    Ci lacerano gli occhi.
    È preferibile vivere nell’oscurità.
    Siedo al parco,
    con lo sguardo seguo
    una famiglia di passanti.
    Mi acceca la luce.
    È gennaio. Inverno.
    Secondo il calendario.
    Quando sarà il buio
    ad accecarmi, inizierò a dire.
     
  2. È tempo di cominciare. Sono pronto.
    Non importa come. Inarcare
    la bocca. Posso tacere.
    Ma è preferibile il dire.
    Dire cosa? Giorni, notti.
    O piuttosto – niente.
    O piuttosto cose.
    Dire cose, e non gente.
    Corpi che muoiono tutti.
    Anch’io sarò morto.
    Resta una fatica vana.
    Come scrivere al vento.
     
  3. Il mio sangue è freddo.
    Più freddo di un fiume
    ghiacciato fino al greto.
    Non amo la gente, i suoi corpi.
    Non mi va l’apparenza.
    Un aspetto intrinseco
    dei loro volti svela
    il loro essere avvinti alla vita.
    Qualcosa in quei volti
    è contrario all’intelletto.
    Qualcosa come un’espressione
    di adulazione per qualcuno.
     
  4. Prive di male e di bene
    come sono in apparenza,
    le cose sono più piacevoli.
    Non così, dentro – nelle viscere.
    Dentro agli oggetti – polvere.
    Ceneri. Tarlo che rode il legno.
    Pareti. Aridità di larva.
    Sgradevole al tatto.
    Polvere. La luce illumina
    nient’altro che polvere.
    Anche quando la cosa sta
    ermeticamente chiusa.
     
  5. L’antica madia dall’esterno
    come dall’interno mi ricorda
    la cattedrale di Notre-Dame
    de Paris. Dentro i meandri
    della madia, l’oscurità.
    Niente scuote la polvere:
    né setole, né manto.
    Di solito, in sé la cosa non giunge
    ad affermarsi sulla polvere,
    la cosa non batte ciglio.
    La polvere è la carne
    del tempo; carne e sangue.
     
  6. Da qualche tempo
    dormo in piena luce.
    Evidentemente, la morte
    mi mette alla prova,
    accostandomi alla bocca
    uno specchio anche se respiro,
    – così come io resisto
    al non-essere nella luce.
    Immobile. I fianchi
    freddi come di ghiaccio.
    L’azzurro del sistema
    venoso che tende al marmo.
     
  7. A sorpresa, con la somma
    dei suoi angoli la cosa
    ricade oltre il nostro
    mondo di parole.
    La cosa non ha un suo verso.
    E non si muove. È un’assurdità.
    La cosa è lo spazio oltre
    il quale non c’è la cosa.
    La cosa la si può frantumare,
    rompere, bruciare, sventrare.
    Abbandonare. Non per questo
    la cosa urla: «Va’ al diavolo!»
     
  8. L’albero. L’ombra. La terra
    sotto l’albero per le radici.
    Iniziali incerte di nomi.
    Argilla. Teoria di pietre.
    Radici. Il loro intreccio.
    Masso, il cui peso specifico
    libera la materia da un dato
    sistema di vincoli.
    È immobile. Non lo sposti
    né lo porti via. L’ombra.
    L’uomo sta nell’ombra
    quale pesce nella rete.
     
  9. La cosa. Il colore bruno
    della cosa. Il cui perimetro
    è spento. Si fa buio. Non c’è
    nient’altro. Natura morta.
    Verrà la morte e vedrà
    un corpo nella cui levigatezza,
    il giungere della morte,
    come di una donna, si specchia.
    Non ha senso: lo scheletro,
    la falce, il teschio. Falsità.
    «Verrà la morte e avrà
    i tuoi occhi».
     
  10. La madre chiede al Cristo:
    – Tu sei mio figlio
    o Dio? Tu inchiodato alla croce.
    Come ritornare a casa?
    Come attraversare la soglia,
    senza aver saputo né stabilito:
    se sei mio figlio o Dio?
    Ossia morente o vivo?
    Le risponde:
    – Morente o vivo,non fa differenza, donna.
    Figlio o Dio, sono tuo.

PIER PAOLO PASOLINI, Il Rosso Di Guttusoin cartella di 20 riproduzioni di Guttuso (Editori Riuniti, 1962)
C’è un colore antico come tutti i colori
del mondo. Quanto l’abbiamo amato
quasi incarnato nel legno di miracolose
predelline, in refettori romanici,
nel buio di cantorie nell’Appennino estivo!
Un rosso come di cuoio, di sangue oscurato
nei pori del legno da un meriggio ancora
vivo, nel XIII o XIV secolo — ciliege
colte negli orti di una Napoli di Re contadini
lamponi cresciuti in un ronzio di vespe
che i secoli hanno relegato
in radure irriconoscibili, e così familiari!
Il rosso di tutta la Storia.
Pulviscoli e bruniture, su Tebaidi laziali…
ambienti umbri, bolognesi, o veneziani
per stragi di innocenti o moltiplicazioni di pani.
Il sangue dell’Italia è in quel rosso di ricchi
dove il quotidiano è sempre sublime,
e la Maniera ha i suoi regni…
Ora eccolo nelle nostre mani
non più incarnato alle tele o ai legni
in macchine di bellezza sublime, richieste
dal meriggio della potenza.
Un ingenuo rosso maldestro, appiccicato
alla carta o al compensato
come un baffo o uno sgorbio, legato
alla freschezza casuale e arbitraria
di un atto espressivo che non si vuol esaurire.
Illegittimo, incompiuto, grezzo,
non consacrato mai dalla tecnica che incute
venerazione al devoto, all’umile…
Un’altra sensualità, un altro
mistero…
Ma è fatale che oltre questi anni
il casuale diventi intero,
l’arbitrario assoluto.
I significati diverranno cristalli:
e il rosso riprenderà la sua storia
come un fiume scomparso nel deserto.
Il rosso sarà rosso, il rosso dell’operaio
e il rosso del poeta, un solo rosso
che vorrà dire realtà di una lotta,
speranza, vittoria e pietà.

GIOVANNI PASCOLI, L'orto  (in Primi poemetti, Zanichelli 1904)
[…] E come l'amo il mio cantuccio d'orto,
col suo radicchio che convien ch'io tagli
via via; che appena morto, ecco è risorto:
o primavera! con quel verde d'agli,
coi papaveri rossi, la cui testa
suona coi chicchi, simile a sonagli;
con le cipolle di cui fo la resta
per San Giovanni; con lo spigo buono,
che sa di bianco e rende odor di festa;
coi ricciutelli cavoli, che sono
neri, ma buoni; e quelle mie viole
gialle, ch'hanno un odore... come il suono
dei vespri, dopo mezzogiorno, al sole
nuovo d'aprile; ed alto, co' suoi capi
rotondi, d'oro, il grande girasole
ch'è sempre pieno nel ronzio dell'api!

EMILY DICKINSON (da una lettera all’amica Elisabeth Holland, 1877)
Le Api sono Nere – con Bordature Dorate -
Bucanieri del Ronzio –
Vanno in giro con ostentazione
E vivono di Polline –
Polline predestinato – non Polline contingente –
Midollo delle Colline.
Boccali – che la frattura di un Universo
Non può scuotere o versare.

VICTOR CAVALLO (Vittorio Vitolo), Ce n’ho abbastanza (da Ecchime, stampa alternativa 2003)
E lei scompare come le ore e appare come le ore
e me ne frego della pensione e me ne frego di morire
me ne frego dei fascisti e dovunque mi sdraio sogno
e ho sempre voglia di baciarla e gli alberi
respirano e le nuvole di merda si spaccano
e da dentro partono razzi luminosi
e dovunque sono vivo e non ho nessuna paura
né dei rinoceronti né dei serpenti né degli appuntamenti
e butto via l'elmetto e esco dalla trincea delle spalle di piombo
e mando affanculo tutti gli stronzi cagacazzi della terra
e grido come un'arancia stellare […]
lei apparirà con gli occhi verdi e ciglia nere e bocca rossa
anima luminosa come arcobaleno puro
radice che spiega con tutta la chiarezza perché questa merda è merda
e finirò di vivere la vita con la paura di vivere la vita.
 

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