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Gli speciali di Radio3

STIVALI

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Plath, Hikmet, Chlébnikov, Sanguineti
SYLVIA PLATH, Papà (Daddy), traduzione di Giovanni Giudici (Ariel, 1965) 
Non servi, non servi più,
O nera scarpa, tu
In cui trent’anni ho vissuto
Come un piede, grama e bianca,
Trattenendo respiro e starnuto.
Papà, ammazzarti avrei dovuto.
Ma tu sei morto prima che io
Ci riuscissi, tu greve marmo, sacco pieno di Dio,
Statua orrenda dal grigio alluce
Grosso come una foca di Frisco
E un capo nell’Atlantico estroso
Al largo di Nauset laggiù
Dove da verde diventa blu.
Un tempo io pregavo per riaverti.
Ach, du.
In tedesco, in un paese
Di Polonia al suolo spianato
Da guerre, guerre, guerre.
Ma il paese ha un nome molto usato.
Un mio amico polacco
Mi dice che ce n’è un sacco.
Cosi non ho mai saputo
Dov’eri passato o cresciuto.
Mai parlarti ho potuto.
Mi si incollava la lingua al palato.
Mi s’incollava a un filo spinato.
Ich, ich, ich, ich,
Non riuscivo a dir più di così.
Per me ogni tedesco era te.
E quell’idioma osceno
Era un treno, un treno che
Ciuff-ciuff come un ebreo portava via me.
A Dachau, Auschwitz, Belsen.
Da ebreo mi mettevo a parlare.
E lo sono proprio, magari.
Le nevi del Tirolo, la birra chiara di Vienna
Non sono molto pure o sincere.
Per la mia ava zingara e fortunosi sbocchi
E il mio mazzo di tarocchi e il mio mazzo di tarocchi
Qualcosa di ebreo potrei avere.
Ho avuto sempre terrore di Te,
Con la tua Luftwaffe, il tuo gregregrè.
E il tuo baffo ben curato
E l’occhio ariano d’un bel blu
Uomo-panzer, panzer O Tu –
Non un Dio ma svastica nera
Che nessun cielo ci trapela.
Ogni donna adora un fascista,
Lo stivale in faccia e il cuore
Brutale di un bruto a te uguale.
Tu stai alla lavagna, papà,
Nella foto che ho di te,
Biforcuto nel mento anziché
Nel piede, ma diavolo sempre,
Sempre uomo nero che
Con un morso il cuore mi fende.
Avevo dieci anni che seppellirono te.
A venti cercai di morire
E tornare, tornare a te.
Anche le ossa mi potevano servire.
Ma mi tirarono via dal sacco,
Mi rincollarono i pezzetti.
E il da farsi così io seppi.
Fabbricai un modello di te,
Uomo in nero dall’aria Meinkampf,
E con il gusto di torchiare
E io che dicevo sì, sì.
Papà, eccomi al finale.
Tagliati i fili del nero telefono
Le voci più non ci possono miagolare.
Se ho ucciso un uomo, due ne ho uccisi – 
Il vampiro che diceva esser te
E un anno il mio sangue bevé,
Anzi sette, se tu
Vuoi saperlo. Papà, puoi star giù.
Nel tuo cuore c’è un palo conficcato.
Mai i paesani ti hanno amato.
Ballano e pestano su di te.
Che eri Tu l’hanno sempre saputo.
Papà, papà, bastardo, ho finito.

NAZIM HIKMET, La conga con Fidel – traduzione di Joyce Lussu (Fahrenheit 451, 2005)
La separazione era cominciata da tempo, da quando le nostre dita
s’eran toccate la prima volta, eppure
t’ho persa così, tutt’a un tratto.
Fermavo le macchine sul mare d’asfalto, guardavo dentro, non c’eri.
I viali sono bianchi di neve, si vedono tante tracce
ma non le tue.
Con gli stivali, con le scarpette leggere, con le calze, nudi
io riconosco subito l’impronta dei tuoi passi.
Ho domandato ai metropolitani
non l’avete vista?
Se ha tolto i guanti, come non notare le sue mani
le sue mani son come candele su candelieri d’argento,
innamorarsi a un tratto come se la tua porta si spalancasse di colpo.
Eppure son io che tu ami ma tu non lo sai
e in questo tuo non saperlo
era la separazione.
La separazione sfuggiva alla gravità, non aveva peso
non posso dire che fosse come un piuma, anche una piuma ha un peso
la separazione non aveva peso, era lì. 
incontro dei contadini
nella destra hanno il titolo di diritto alla terra, nella sinistra
l’iscrizione alla cooperativa
sembra che sognino e temano di svegliarsi, e scoprire
che tutto ciò che vedono non sia vero,
m’imbatto in qualcuno dei cinquanta milioni di alberi
piantati dalla Rivoluzione nelle scuole che adesso son diecimila,
incontro degli architetti
degli architetti con baffi appena spuntati, che vengono
dal sole dalla luna dalle stelle, o piuttosto da un mondo
dove la vita è molto, ma molto più vera, diciamo
che vengono dal cuore del nostro ventunesimo secolo
e anch’io, che ogni giorno all’Avana mi sento più giovane:
l’amarezza del mondo la sento ogni giorno di meno
nella mia bocca
le rughe sulle mie mani si cancellano un poco ogni giorno
ogni giorno credo di più
che la donna lontana pensi a me soltanto
ha i capelli di fieno biondo, le ciglia azzurre,
e ogni giorno per le vie dell’Avana canto
più gioiosamente
somos socialistas adelante adelante.

VÈLIMIR CHLÉBNIKOV, Le ragazze, quelle che camminano (traduzione di Angelo Maria Ripellino, in Poesie di Chlébnikov, Einaudi, Torino, 1968)
Le ragazze, quelle che camminano
con stivali di occhi neri
sui fiori del mio cuore.
Le ragazze, che abbassano le lance
sui laghi delle proprie ciglia.
Le ragazze che lavano le gambe
nel lago delle mie parole.

EDOARDO SANGUINETI, Questo è il gatto con gli stivali da Purgatorio de l’Inferno, in Triperuno (Feltrinelli, 1964)
Questo è il gatto con gli stivali, questa è la pace di Barcellona
fra Carlo V e Clemente VII, è la locomotiva, è il pesco
fiorito, è il cavalluccio marino: ma se volti pagina, Alessandro,
ci vedi il denaro:
questi sono i satelliti di Giove, questa è l’autostrada
del Sole, è la lavagna quadrettata, è il primo volume dei Poetae
Latini Aevi Carolini, sono le scarpe, sono le bugie, è la scuola di Atene, è il burro,
è una cartolina che mi è arrivata oggi dalla Finlandia, è il muscolo massètere,
è il parto: ma se volti foglio, Alessandro, ci vedi
il denaro: e questo è il denaro,
e questi sono i generali con le loro mitragliatrici, e sono i cimiteri
con le loro tombe, e sono le casse di risparmio con le loro cassette
di sicurezza, e sono i libri di storia con le loro storie:
ma se volti il foglio, Alessandro, non ci vedi niente.
 

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