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Gli speciali di Radio3

ZONA

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Nadedina, Vladimirova, Panyeva, Apollinaire, Eliot
Nadeždina
Voi che non avete respirato l’amarezza di quegli anni
Forse non riuscirete a capire: Come son possibili i versi, senza carta?
E se non è dato averla?
Qualcuno ha recuperato un pezzetto e l’ha portato
E nella baracca è tutta un’agitazione: o un delatore scrive una spiata,
o uno stupido una richiesta di perdono.
La notte è il mio momento. Suona la ritirata.
Un poco alla volta tutti cessano di parlare,
Mi alzerò. Scarponi taglia quarantadue.
Entrambi sul piede sinistro.
Nell’oscurità notturna incontrerò una guardia.
“Dove vai?” – “In bagno capo!”
e mormoro, come un ladro guardandomi intorno
cerco versi, versi di poesia (Nadesždina 1992: 9-10)

Vladimirova
“Scrivere, naturalmente, non si poteva. Ho cominciato a “scrivere” nella mia mente. Capivo che era necessario conservare ciò che era stato creato, ma non contavo di vivere a lungo. Mi venne in mente un’idea […]. Decisi di trovare una giovane donna che si prendesse la responsabilità di conservare “ciò che era stato scritto”. Per fare ciò era necessario memorizzare parola per parola.
Questa persona si trovò e ci mettemmo al lavoro. Al ritorno dal taglio del bosco, ci sedevamo da qualche parte nel cortile facendo finta di scambiare solo due chiacchiere, e stavamo dietro alla nostra opera. Una sola parola sentita da un estraneo avrebbe potuto rovinare entrambe”. (Vilenskij 2005: 329).

Panyševa
“Lefortovo, corridoio-blindato
e l’orologio all’incrocio
il carceriere distribuisce da mangiare …
[…] che non dimentichi mai quelle mani bianche e affamate
che tenevano la scodella di minestra di cavoli ricevuta per la giornata!
Sono apparse all’improvviso, per caso quella volta
il carceriere non ha socchiuso l’incavo nero della finestrella
lì ci sono mani, non un viso, non gli occhi
solo due mani – terribilmente vive!” (Panyševa 1996: 7)

GUILLAUME APOLLINAIRE, Zona, in Alcools  (Poesie, Rizzoli,  1985, traduzione di Giorgio Caproni)
Alla fine sei stanco di questo mondo antico
Pastora o Torre Eiffel stamani i tuoi ponti belano
Ne hai abbastanza di vivere nell'età greca e romana
Perfino le automobili qui sembrano antiche
Nuova nuova è rimasta soltanto la religione
Semplice come gli hangar di Porto Aviazione
Tu solo o Cristianesimo non sei antico in Europa
L'europeo più moderno siete voi Papa Pio X
E tu se non entri in chiesa stamani a confessarti
È perché le finestre t'osservano e ti vergogni
Leggi i volantini i cataloghi i manifesti che cantano a voce alta
Ecco la poesia stamani e per la prosa ci sono i giornali
Ci sono le dispense da 25 centesimi piene d'avventure poliziesche
Ritratti di grandi uomini e mille titoli diversi.
Ho visto stamani una simpatica via il nome non lo ricordo
Nuova e pulita era la tromba del sole
I dirigenti gli operai e le belle stenodattilografe
Dal lunedì mattina al sabato sera quattro volte al giorno ci passano
Al mattino per tre volte la sirena vi alza il suo lamento
Una campana rabbiosa vi abbaia verso mezzodì
Le scritte delle insegne e sui muri
Le targhe gli avvisi schiamazzano come pappagalli
Mi piace la grazia di questa via industriale
Qui a Parigi fra Rue Aumont- Thiéville e l'Avenue des Ternes
Eccola la giovane via e tu sei ancora un piccino nulla più
Che la mamma veste soltanto di bianco e di blu
Sei molto devoto e col tuo più vecchio compagno René Dalize
Nulla ti attrae tanto quanto le pompe della Chiesa
Sono le nove il gas è abbassato tutto blu di nascosto uscite dal dormitorio
Pregate tutta la notte nell'oratorio
Mentre eterna e adorabile profondità ametista
Gira in perpetuo la sfavillante aureola del Crocifisso
È il bel giglio che tutti noi coltiviamo
È la torcia rossochiomata che il vento non spenge
È il figlio bianco e vermiglio della madre dolorosa
È l'albero sempre folto di tutte le preghiere
È la doppia forca dell'onore e dell'eternità
È la stella a sei branche
È Dio che muore il venerdì e risuscita la domenica
È Cristo che sale in cielo meglio d'un aviatore
Del primato mondiale d'altezza è lui il detentore
Pupilla Cristo dell'occhio
Ventesima pupilla dei secoli questo secolo
Ci sa fare e mutato in uccello come Gesù in aria sale
I diavoli negli abissi alzano il capo a guardare
Dicono che imita Simon Mago in Giudea
Gridano se sa rubar gli spazi di ladro abbia nomea
Gli angeli intorno al bel volteggiatore volteggiano
Icaro Enoch Elia Apollonio di Tiana
Intorno al primo aeroplano aleggiano
Si scansano a tratti per lasciare il passo a tutti i trascinati dalla Santa Eucarestia
I preti che eternamente salgono elevando l'ostia
L'aeroplano si posa infine senza richiudere le ali
Il cielo si riempie allora di milioni di rondini
Ad ali spiegate giungono i corvi i falchi i gufi
Dall'Mrica arrivano gli ibis i fenicotteri i marabù
L'uccello Roc celebrato da favolisti e poeti
Si libra stringendo fra gli artigli il cranio d'Adamo la prima testa
L'aquila piomba dall'orizzonte lanciando un grande strido
E dall'America viene il piccolo colibrì
Dalla Cina son giunti i pihi lunghi e agili
Che hanno un'ala sola e volano a coppie
Poi ecco la colomba spirito immacolato
Scortata dall'uccello lira e dal pavone occhiato
La fenice rogo che da sé si genera
Per un attimo vela tutto con la sua ardente cenere
Le sirene lasciati i pericolosi stretti !
Arrivano cantando tutte e tre bellamente
E tutti aquila fenice e pihi della Cina
Fraternizzano con la volante macchina
Ora te ne vai per Parigi solo solo tra la folla
Mandrie d'autobus muggenti ti passano accanto di corsa
L'angoscia dell'amore nella tua gola è una morsa
Come se mai più tu dovessi essere amato
In altri tempi in monastero saresti entrato
Ti vergogni se ti sorprendi a recitare una preghiera
Ti sfotti e il tuo riso crepita come il fuoco infernale
Le faville di quel riso dorano il fondo della tua vita
È un quadro appeso in un buio museo/E a volte t'avvicini per meglio vederlo 
Oggi te ne vai per Parigi le donne sono bagnate di sangue
Era e vorrei non ricordarmene al declino della bellezza
Circondata di fervide fiamme Nostra Signora m'ha guardato a Chartres
un sangue del vostro Sacro Cuore m'ha inondato a Montmartre
Mi ammalano le parole di beatitudine
L'amore che mi tormenta è una malattia vergognosa
E l'immagine che ti possiede ti fa sopravvivere nell'insonnia e nello sgomento
Quest'immagine che passa non ti abbandona un momento
Ora sei in riva al Mediterraneo
Sotto i limoni tutto l'anno in fiore
Coi tuoi amici te ne vai in giro in canotto
Uno è mentonasco ci sono due turbiaschi un nizzotto
Guardiamo nelle profondità i polpi con terrore
E i pesci nuotano fra le alghe immagini del Salvatore
Sei nel giardino d'una locanda nei dintorni di Praga
Ti senti tutto felice una rosa è sulla tavola
E osservi invece di scrivere il tuo racconto in prosa
La cetonia che dorme nel cuor della rosa.Ti sei visto disegnato nelle agate di San Vito
Eri triste da morire ne sei rimasto atterrito
Somigli al Lazzaro sconvolto dalla luce
L'orologio del quartiere ebreo muove le lancette all'indietro
E anche tu nella tua vita vai lentamente arretrando
Salendo sul Hradcany e la sera ascoltando
Cantare nelle taverne canzoni ceche
Eccoti a Marsiglia in mezzo alle pateche
Eccoti a Coblenza all'Hotel del Gigante
Eccoti a Roma seduto sotto un nespolo del Giappone
Eccoti ad Arnsterdam con una ragazza che trovi bella ed è brutta
Deve sposarsi con uno studente di Leida
Vi si affittano camere in latino Cubicula locanda
Me ne ricordo ci passai tre giorni e altrettanti a Gouda
Eccoti a Parigi dal giudice istruttore
Sei dichiarato in arresto come un malfattore
Hai fatto dolorosi e gioiosi viaggi
Prima d'accorgerti della menzogna e dell'età
Hai sofferto d'amore a venti e a trent'anni
Son vissuto da folle e ho perso il mio tempo
Non osi più guardarti le mani e ogni momento io mi metterei a singhiozzare
Su te su quella che amo su tutto ciò che t'ha spaventato
Con occhi pieni di lacrime guardi i poveri emigranti
Credono in Dio pregano le donne allattano fantolini
Riempiono del loro afrore l'atrio della stazione di Saint-Lazare
Confidano nella loro stella come i re magi
Sperano di guadagnar soldi in Argentina
E di tornare al paese fatta fortuna
Una famiglia si trascina un piumino rosso come voi il cuore
Quel piumino e i nostri sogni sono altrettanto irreali
Alcuni si fermano qua e vanno ad abitare
In Rue des Rosiers o in Rue des Écouffes in catapecchie
Li ho visti spesso di sera prendono una boccata d'aria per la strada
E di rado si spostano come i pezzi degli scacchi 
Ci sono soprattutto ebrei le mogli hanno la parrucca
Se ne stanno sedute esangui in fondo alla botteguccia
Sei al banco d'un bar tra i più malfamati
Prendi un caffè da due soldi in mezzo agli sventurati
Sei di notte in un gran ristorante
Queste donne non sono cattive hanno i loro pensieri ciò nonostante
Anche la più brutta ha fatto soffrire il suo amante
Suo padre è di Jersey nelle guardie giurate
Le mani che non le avevo visto son dure e screpolate
Provo un'immensa pietà per il suo ventre cucito
Umilio ora la mia bocca su una povera ragazza dall'orrendo riso
Sei solo sta per arrivare il mattino
I bidoni del latte tintinnano nelle vie
La notte s'allontana come una bella meticcia
È Ferdine la falsa o Léa la premurosa
E tu bevi quest' alcool che brucia come la tua vita
La tua vita che bevi come un'acquavite
Cammini verso Auteuil vuoi andare a casa a piedi
A dormire fra i tuoi feticci d'Oceania e Guinea
Sono Cristi d'altra forma e d'altra credenza
Sono i Sottocristi delle oscure speranze
Addio Addio
Sole collo mozzo

THOMAS ELIOT Il canto dell’amore di J. Alfred Prufrock –
S’io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma staria senza più scosse.
Ma perciocché giammai di questa fondo
Non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
Senza tema d’infamia ti rispondo.
Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;
Andiamo, per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche;
Strade che si succedono come un tedioso argomento
Con l’insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono…
Oh, non chiedere « Cosa? »
Andiamo a fare la nostra visita.
Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.
La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,
E vedendo che era una soffice sera d’ottobre
S’arricciolò attorno alla casa, e si assopì.
E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito
Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.
E di sicuro ci sarà tempo
Di chiedere, « Posso osare? » e, « Posso osare? »
Tempo di volgere il capo e scendere la scala,
Con una zona calva in mezzo ai miei capelli –
(Diranno: « Come diventano radi i suoi capelli! »)
Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento, Con la cravatta ricca e modesta, ma asseríta da un semplice spillo – (Diranno: « Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia! »)
Oserò turbare l’universo?
In un attimo solo c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà
Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte: –
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè;
Conosco le voci che muoiono con un morente declino
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
Così, come potrei rischiare?
E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti –
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando sono formulato, appuntato a uno spillo,
Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro
Come potrei allora cominciare
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini? .
Come potrei rischiare?
E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte –
Le braccia ingioiellate e bianche e nude
(Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!)
E’ il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle.
Potrei rischiare, allora?-
Come potrei cominciare?. . .
Direi, ho camminato al crepuscolo per strade strette
Ed ho osservato il fumo che sale dalle pipe
D’uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?…
Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli
Che corrono sul fondo di mari silenziosi. . .
E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente!
Lisciata da lunghe dita,
Addormentata… stanca… o gioca a fare la malata,
Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me.
Potrei, dopo il tè e le paste e i gelati,
Aver la forza di forzare il momento alla sua crisi?
Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,s
ebbene abbia visto il mio capo (che comincia un po’ a perdere i capelli)
Portato su un vassoio.
lo non sono un profeta – e non ha molta importanza;
Ho visto vacillare il momento della mia grandezza,
E ho visto l’eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando,
E a farla breve, ne ho avuto paura.
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
E fra la porcellana e qualche chiacchiera
Fra te e me, ne sarebbe valsa la pena
D’affrontare il problema sorridendo,
Di comprimere tutto l’universo in una palla
E di farlo rotolare verso una domanda che opprime,
Di dire: « lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
Torno per dirvi tutto, vi dirò tutto » –
Se una, mettendole un cuscino accanto al capo,
Dicesse: « Non è per niente questo che volevo dire.
Non è questo, per niente. »
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Ne sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento
E questo, e tante altre cose? –
E’ impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
Se una, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle,
E volgendosi verso la finestra, dicesse:
« Non è per niente questo,
Non è per niente questo che volevo dire. ». . .
No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
Io sono un cortigiano, sono uno
Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due,
Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo,
Deferente, felice di mostrarsi utile,
Prudente, cauto, meticoloso;
Pieno di nobili sentenze, ma un po’ ottuso;
Talvolta, in verità, quasi ridicolo –
E quasi, a volte, il Buffone. Divento vecchio… divento vecchio…
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.
Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?
Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.
Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.
Non credo che canteranno per me.
Le ho viste al largo cavalcare l’onde
Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte:
Quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.
Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

 

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