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Gli speciali di Radio3

LAMPADA

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Tarkovskij, Tagore, Dickinson, Pascoli, Baudelaire, Roversi, Loi, Anedda, Pagliarani
ARSENIJ TARKOVKIJ, Ospedale da campo (traduzione di Donata De Bartolomeo)
Girarono il tavolo verso la luce. Io giacevo
con la testa all’ingiù, come carne al peso,
la mia anima palpitava nella rete
ed io mi vedevo dal di fuori:
senza aggiunte ero equilibrato
come un grasso peso del mercato.
Questo avveniva
nel centro di uno scudo di neve
scheggiato nella parte occidentale,
nel circolo di paludi che non gelano,
di alberi con le gambe massacrate
e di piccole stazioni ferroviarie
con crani spaccati, nere
per i passi nella neve, ora doppi, ora
tripli. Quel giorno il tempo si fermò,
le ore non passavano e le anime dei treni
lungo le scarpate non sfrecciavano più
senza lampade, nei grigi lasti del vapore
e non c’erano né nozze di cornacchie, né tempeste
né disgeli in quel limbo
dove io giacevo, nella vergogna, nudo,
nel mio sangue, fuori del campo di gravitazione
futura.
Ma io mi spostai e cominciai a camminare sugli assi
intorno allo scudo di neve abbagliante
ed in basso, al di sopra della mia testa,
sette aeroplani si spiegarono
e la garza, come corteccia d’albero
si induriva sul corpo e correva
il sangue di un altro dal matraccio nelle mie vene
ed io respiravo, come un pesce nella sabbia,
ingoiando la dura, micacea, terrestre
fredda e benedetta aria.
Avevo le labbra arse ed ancora
mi davano da bere col cucchiaino ed ancora
non potevo ricordare come mi chiamavo
ma rinacque nella mia lingua
il vocabolario del re David.
Ma dopo
anche la neve andò via ed una precoce primavera
si sollevò in punta di piedi e coprì
gli alberi col suo giallo scialle.

RABINDRANATH TAGORE, E' finita la notte
E' finita la notte.
Spegni la lampada fumante
nell'angolo della stanza.
Sul cielo d'oriente
è fiorita la luce dell' universo:
è un giorno lieto
Sono destinati a conoscersi
tutti coloro che cammineranno
per strade simili.

EMILY DICKINSON, poesia numero 883, tradotta da Marisa Bulgheroni
Accendere una lampada e sparire -
questo fanno i poeti -
ma le scintille che hanno ravvivato -
se vivida è la luce
durano come i soli -
ogni età una lente
che dissemina
la loro circonferenza

GIOVANNI PASCOLI, primo dei Canti di Castelvecchio
Io sono una lampada ch'arda
soave!
la lampada, forse, che guarda,
pendendo alla fumida trave,
la veglia che fila;
e ascolta novelle e ragioni
da bocche
celate nell'ombra, ai cantoni,
là dietro le soffici rócche
che albeggiano in fila:
ragioni, novelle, e saluti
d'amore, all'orecchio, confusi:
gli assidui bisbigli perduti
nel sibilo assiduo dei fusi;
le vecchie parole sentite
da presso con palpiti nuovi,
tra il sordo rimastico mite
dei bovi.

CHARLES BAUDELAIRE, Il viaggio (da I fiori del male)
Per il ragazzo, amante delle mappe e delle stampe,
l´universo è pari al suo smisurato appetito.
Com’è grande il mondo al lume delle lampade!
Com’è piccolo il mondo agli occhi del ricordo!
Un mattino partiamo, il cervello in fiamme,
il cuore gonfio di rancori e desideri amari,
e andiamo, al ritmo delle onde, cullando
il nostro infinito sull´infinito dei mari:
c’è chi è lieto di fuggire una patria infame;
altri, l’orrore dei propri natali, e alcuni,
astrologhi annegati negli occhi d’una donna,
la Circe tirannica dai subdoli profumi.
Per non esser mutati in bestie, s’inebriano
di spazio e luce e di cieli ardenti come braci;
il gelo che li morde, i soli che li abbronzano,
cancellano lentamente la traccia dei baci.
Ma i veri viaggiatori partono per partire;
cuori leggeri, s’allontanano come palloni,
al loro destino mai cercano di sfuggire,
e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo!
I loro desideri hanno la forma delle nuvole,
e, come un coscritto sogna il cannone,
sognano voluttà vaste, ignote, mutevoli
di cui lo spirito umano non conosce il nome!

ROBERTO ROVERSI, 20 parole
Io ti amo da altezze incredibili
ragazzo vestito di bianco e di arancio
per guanciale il tuo corpo mi dai
solo i sogni non muoiono mai.
Io ti amo da spazi infiniti
ragazzo vestito di sale e di vento
e ti ascolto da solo, mio cuore
questa sera di nuvole nere
sul guanciale rimane l’amore
con un sogno di 20 parole.

FRANCO LOI,  Essere uno a se stessi: la poesia secondo Franco Loi
“Sono arrivato davanti al portone di casa mia, ho aperto il portone, e davanti a me, nell’atrio, c’era una barella con su steso mio padre. Il quale, era con gli occhi chiusi e le braccia lungo i fianchi. E ho guardato, ho guardato la lampada che ballava, dondolava. Ho guardato l’ombra, ho riguardato la lampada ho riguardato mio padre, e ho detto: è impossibile. E sono corso in mezzo all’immagine. Era un’immagine.

 

Però, due anni dopo, mio padre ha avuto la paresi. Abbiamo dovuto chiamare il medico, di Niguarda. Come l’ha visto, ha detto: è un ictus. E l’ha portato subito all’ospedale. E io sono andato via con gli infermieri. Per fargli strada, sono andato avanti; quando stavo per aprire il portone, ho fatto per tirare fuori la chiave – il portone si è aperto. E una signora che veniva a casa tutte le sere alle sei, quella sera chissà perché è tornata a mezzanotte. Era mezzanotte, quando l’abbiamo portato via. Quando ha aperto la porta, sono uscito, mi sono girato – e ho visto la stessa scena. C’era mio padre disteso sulla barella, con le mani lungo i fianchi, gli occhi chiusi, la lampada che dondolava.”

ANTONELLA ANEDDA, da Residenze invernali (Crocetti, 2008)
Le ceste appese, il chino stupore, gli animali.
Riposavano nel legno, non li amavo.
Amavo invece gli oggetti.
La brocca e la lampada
il loro ardore notturno.
Ciò che si consuma.

ELIO PAGLIARANI, Se facessimo un conto delle cose, da Inventario privato
Se facessimo un conto delle cose
che non tornano, come quella lampada
fulminata nell’atrio alla stazione
e il commiato allo scuro, avremmo allora
già perso, e il secolo altra luce esplode
che può farsi per noi definitiva.
Ma se ha forza incisiva sulla nostra
corteccia questa pioggia nel parco
da scavare una memoria – compresente
il piano d’assedio cittadino in tutto il quadrilatero –
e curiosi dei pappagalli un imbarazzo
ci rende, per un attimo, dicendoti dei fili di tabacco
che hai sul labbro, e perfino una scoperta
abbiamo riserbata: anche a te piace
camminare? (e te non stanca? che porti
tacchi alti, polsi, giunture fragili
che il mio braccio trova a fianco,
il tuo fianco, le mani provate sopra i tasti
milanese signorina)
se ci pare che quadri tutto questo
con l’anagrafe e il mestiere, non il minimo buonsenso
un taxi se piove / separé da Motta
Ginepro e Patria / poltrone alla prima
ci rimane, o dignità, se abbiamo solo in testa
svariate idee d’amore e d’ingiustizia.

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