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Anton Checov 5 | L'isola dei deportati

Anton Checov 5 | L'isola dei deportati
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Sachalin può essere inutile e priva di interesse solo per una società che non vi deporti migliaia di uomini. il luogo delle più intollerabili sofferenze che possa sopportare l'uomo, libero o prigioniero che sia. chiaro che abbiamo fatto marcire in prigione milioni di uomini, invano, senza criterio, barbaramente.
“Devo diventare geologo, meteorologo, etnologo. Nella mia testa non c’è che Sachalin. Mania Sachalinosa”. Anton Checov raccoglie materiale per mesi e nel 1890 va a Sachalin, nell'Estremo Oriente russo, l’isola dei deportati. Un viaggio lungo, faticoso, a quell’epoca non esisteva ancora la transiberiana e per raggiungere l’isola deve percorrere una strada interminabile. Al suo editore scrive: “Sachalin può essere inutile e priva di interesse solo per una società che non vi deporti migliaia di uomini. È il luogo delle più intollerabili sofferenze che possa sopportare l’uomo, libero o prigioniero che sia. È chiaro che abbiamo fatto marcire in prigione milioni di uomini, invano, senza criterio, barbaramente. Mi spiace non essere un sentimentale, altrimenti direi che ai luoghi simili a Sachalin dovremmo andare in pellegrinaggio. Adesso tutta l’Europa colta sa che la colpa non è dei carcerieri, ma di ognuno di noi. Ma questo ci lascia indifferenti”. Va a Sachalin per scrivere un libro su ergastolo e colonie penali. Il viaggio attraverso la Siberia è lungo, pesante, l’inchiesta è faticosa: “Ho fatto il giro di tutte le colonie, sono entrato in ogni casa e ho parlato con ognuno”. Anton Cechov esplora tutta l’isola: visita le prigioni, parla con i forzati, entra nei bagni. Vede i tuguri umidi e impara a conoscere i guardiani, troppo spesso brutali e sadici. Questo il brano in cui parla dei bambini dell’isola: “I bambini seguono indifferenti con gli occhi i prigionieri incatenati,  giocano ai soldati e ai prigionieri. I bambini di Sachalin parlano di vagabondi, di verghe, sanno cos’è il carnefice”. Al suo ritorno cerca di parlare di quegli orrori con fredda lucidità, da medico. Dopo questo viaggio scriverà racconti bellissimi: In esilio (in cui racconta forzati, la notte, in riva al mare) e Gussiev, (che racconta la morte di un soldato in mare). All’origine di quel racconto, c’è un ricordo che Cechov scrive in una lettera al suo editore: «Sulla rotta di Singapore abbiamo gettato a mare due cadaveri. Quando vedi un uomo morto, avvolto in un telo di vela, precipitare, facendo capriole, nell’acqua, e ti torna a mente che prima di toccare il fondo ci sono parecchie verste, provi un senso di terrore e, chi sa perché, cominci a pensare che anche tu morrai e sarai buttato a mare…».
Anton Cechov ha il suo primo sbocco di sangue a 24 anni. È un medico e capisce di avere la tubercolosi. A 37 il male peggiora. Un’estate va a Badenweiler, una località nella Foresta nera per malati di tisi, va con l’attrice Olga Knipper con la quale si è sposato qualche anno prima. Una notte chiede di far arrivare il dottore, non l’aveva mai fatto prima. Il medico, scrive Olga nel suo diario, arriva e con dolcezza abbraccia Anton, che si solleva con insolita sicurezza, si mette a sedere e dice, forte, in tedesco, Ich sterbe, io muoio. Il dottore lo calma, gli fa un’iniezione di canfora e ordina di dargli lo champagne. Anton Cechov prende il calice sorride e dice: “Da tempo non bevevo champagne”. Beve fin in fondo e già non respira più, si addormenta piano. Scrive Olga: “quando se ne fu andato quello che era stato Anton Pavlovic, una farfalla notturna, grigia, di dimensioni enormi, entrò dalla finestra e prese a battere in modo penoso contro i muri, il soffitto, la lampada, come in un’agonia di morte”. Era il 2 luglio del 1904 e Anton Cechov aveva quarantaquattro anni.


Da leggere, per approfondire
- Vita di Cechov di Irene Nemirovsky (Castelvecchi)
- Senza trama e senza finale. 99 consigli di scrittura di Anton Cechov (a cura di Piero Brunello – Minimum fax)

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