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Pascal

71: Ora e sempre resilienza

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Stasera raccontiamo di un nonno che ha fatto due guerre e di un'atleta fortissima

Stasera raccontiamo di un nonno che ha fatto due guerre e di un'atleta fortissima.

Playlist puntata:

Come along - Cosmo Sheldrake
Tonya Harding - Sufjan Stevens
Amor, Amor de mis amores - feat. Devendra Banhart Natalia Lafourcade
Respect - Aretha Franklin

Prima storia: Nonno Gibi di Umberto Isman

«Nonno, ma tu in guerra hai mai sparato a qualcuno?». «No Umb, sparavo agli uccelli». Mio nonno materno si chiamava Giovanni Battista Stucchi, era un "ragazzo del '99" e di guerre ne aveva fatte due: la prima sul fronte del Piave, la seconda in Russia e poi tra i capi della Resistenza. Se fosse vivo oggi, probabilmente direbbe che sparava ai sassi, ma è difficile credergli e io non gli ho mai creduto. Il nonno non parlava quasi mai della guerra con noi nipoti, come per proteggerci da una cosa brutta, ma noi, curiosi, chiedevamo al papà e alla mamma. E poi ci capitava spesso di osservare i visi attoniti degli adulti a cui invece raccontava le sue disavventure. Sapevo che il nonno era stato una persona importante e la conferma la ebbi al liceo trovandomi la sua foto sul libro di storia.

Era la foto della sfilata del Comando Militare del Corpo Volontari della Libertà (Argenton, Stucchi, Parri, Cadorna, Longo, Mattei) a Milano il 6 maggio 1945. Il nonno aveva ricoperto incarichi di grande responsabilità nella Resistenza, prima come rappresentante dei socialisti (PSIUP) nel Comitato Militare del CLN, poi come delegato a Lugano, incaricato di tenere i contatti con gli alleati inglesi e americani, quindi in Ossola a capo del comando unico delle forze partigiane con il nome di Marco Federici. Ma per me era il nonno Gibi e basta.
Per me era il nonno che ci faceva giocare e, soprattutto, che ci portava in montagna, nei boschi a cercar funghi. La ricerca dei funghi era un rituale fatto di divertimento, ma anche di regole, di strategie, di tattiche, di alleanze, di lealtà, di amici e anche di nemici. Troppo perfetto per essere solo un gioco inventato dal nonno. Il suo modo di muoversi in montagna era improntato alla massima efficienza, senza lasciare traccia, quasi clandestino. Capivo che dietro c'erano decenni di alpinismo, ma, soprattutto, c'era la sua guerra. Lo capivo anche dalla fiducia tra noi, dall'affetto, dalla complicità verso un obiettivo comune. Più tardi avrei anche compreso che quel nostro girovagare per i monti era soprattutto una straordinaria e a tratti geniale metafora della vita. Se chiudo gli occhi e cerco un'immagine del nonno, una delle prime che mi viene è quella dei suoi polpacci muscolosi, dalle vene gonfie e definite. Soprattutto vedo il suo passo, regolare, cadenzato, sicuro. Vedo il suo piede che sceglie accuratamente l'appoggio e lo sfrutta senza incertezze. Un passo che da bambino cercavo di imitare, ma era impossibile, dove il suo piede pareva incollato il mio scivolava inesorabilmente. E se per caso riuscivo a fare due passi dei suoi, poi sbagliavo il terzo, sbilanciato, troppo lungo, troppo corto, troppo veloce.


Il 30 agosto 1980 ero di ritorno dalla mia prima vera, lunga vacanza da solo. Chiesi al nonno Gibi di portarmi nel bosco con lui. Ricordo bene quel giorno, camminammo per ore, noi due, senza incontrare anima viva. Per la prima volta ebbi la sensazione di riuscire a seguire i suoi passi. In un istante compresi e sperimentai finalmente i mille consigli che il nonno mi aveva dato negli anni. Sono certo che lui se ne accorse. Tornammo alla sua 124 Special stanchi, io più di lui, anche se avevo 19 anni e lui quasi 81. Infine ci salutammo, leggendoci la soddisfazione negli occhi. Il giorno seguente andai a cercarlo a metà mattina. Avevo ancora bisogno di lui. Bussai alla sua stanza d'albergo, ma il nonno non rispondeva e la porta era chiusa dall'interno. La sfondai con un calcio. Con le coperte perfettamente rimboccate, pareva che dormisse beato. Era come se avesse deciso che il suo tempo era terminato. Mentre la mamma correva a cercare soccorso, io stetti lì a guardarlo, non so per quanto. Poi ricordo che presi dal comodino il suo orologio con cronografo, strumento di tanti dei nostri giochi, mi rannicchiai per terra, lo caricai e lo strinsi forte in mano.


Seconda storia: La storia di Vra áslavská
 

Nel 1968 in Messico Vra áslavská deve soprattutto difendere il titolo. "Andai in Messico - disse anni dopo - determinata a sputare sangue per battere gli atleti che rappresentavano gli invasori». Vince l'oro al volteggio e alle parallele, ma alla trave i giudici assegnano un controverso punteggio alla russa Natalia Kuchinskaia, che guadagna il primo posto. Sul podio, Vra allontana lo sguardo dalla bandiera più alta e tiene gli occhi bassi per tutta la durata dell'inno. Il giorno dopo è l'ultima atleta a gareggiare nella gara al corpo libero. Esegue "Jarabe Patatio - The Mexican Hat Dance". La folla è in delirio, ma i giudici decidono che il punteggio dell'avversaria va aumentato. La áslavská si ritrova così a dividere il podio con la rivale sovietica. 
Per la seconda volta, quando attaccano le note dell'inno russo, Vra abbassa lo sguardo verso destra e diventa la statua malinconica di disapprovazione che non versa lacrime. 
Diventa un'eroina.

Di quel giorno ci sono molte foto e dei video. Noi abbiamo scoperto questa storia grazie agli articoli:
Il Post: “Vra áslavská, ginnasta e dissidente” di Emily Langer (versione originale The Washington Post)
Storie di Sport: "
La protesta silente dell’ultima adulta" di Melania Sebastiani

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