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Anton Checov | La prima volta al teatro

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A tredici anni, Anton Cechov vede per la prima volta un palcoscenico e delle scenografie. Il teatro, a Taganrog, conserva ancora il lustro dei vecchi tempi, quando arrivavano attori da Mosca o San Pietroburgo. Un teatro di provincia, con le quinte polverose e le poltrone antiquate.

È il 1873 e Anton va al teatro a vedere lo spettacolo de La bella Elena di Offenbach: seguiranno altri spettacoli, l’Amleto e Gogol', e poi il melodramma, la farsa e la commedia, e il desiderio di imitare il lavoro degli attori. Anton Checov da ragazzo ama truccarsi, mettersi il costume, disegnarsi sul viso i baffi con il carboncino, ingannare le persone. Un giorno, vestito da mendicante, attraversa la città, ed entra tutto travestito a casa di un suo zio che, distratto (o compiacente), gli dà in mancia anche tre copechi per l’esibizione. Improvvisa scenette comiche a tavola; inventa battute e vaudeville. Con i fratelli e la sorella Marija forma una piccola compagnia teatrale casalinga che si esibisce in casa di fronte a parenti e amici. Mettono in scena pièces famose, ma anche canovacci improvvisati da Anton. Per tutta la vita Checov conserva quel tratto di allegria, il dono della risata, non solo del «ridere attraverso le lacrime». I piccoli Cechov osano allestire anche degli spettacoli in pubblico, nei fienili o nelle case di gente più fortunata di loro, che possedeva un salone. I loro momenti felici.

Oltre alle passeggiate sul gran viale e al giardino pubblico e i teatri amatoriali, in una città di provincia come Taganrog anche le esecuzioni sulla piazza diventavano un evento pubblico. Da una finestra di casa Cechov, si vedeva la piazza dove i criminali venivano condotti per la sentenza di condanna e mandati al patibolo, e spesso gli spettatori si muovevano a compassione per i colpevoli più che indignarsi per i loro crimini. Taganrog conosceva un altro singolare piacere: le gite al cimitero, tra il religioso e il profano, dove si mangiava e si beveva seduti tra le tombe. Anton, per tutta la vita, amerà i cimiteri, quelli dei villaggi vicini, dove al posto dei cipressi ci sono i ciliegi che d’estate fanno piovere sulle croci i loro frutti «come gocce di sangue»; ma anche quelli di Mosca, di San Pietroburgo costruiti così vicino alla Neva che, scriverà lui, «le anime dei morti devono scendere fino al fiume»; e poi ancora, i cimiteri tartari della Crimea con le loro steli crollate e quelli dell’Italia e della Provenza. «All’estero, disse un suo amico, quello che gli interessava più di tutto erano i cimiteri e i circhi».

Da leggere, per approfondire
- Vita di Cechov di Irene Nemirovsky (Castelvecchi)
- Senza trama e senza finale. 99 consigli di scrittura di Anton Cechov (a cura di Piero Brunello – Minimum fax)

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