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Il Padrino e la mafia che cambia

Il Padrino e la mafia che cambia
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di Giovanni Bianconi - Corriere della Sera

Anche se prima di finire in una tomba Totò Riina è stato sepolto da una ventina di ergastoli e sigillato al “carcere duro” per quasi venticinque anni, con la sua morte cambiano molte cose dentro la mafia. Quella con il marchio originale di “Cosa nostra”, mantenuto anche quando il metodo mafioso s’è esteso a tutto il continente, con organizzazioni “originarie e autoctone” che poco o nulla hanno a che vedere con i padrini siciliani. Muore definitivamente, invece, il metodo mafioso del dittatore corleonese di Cosa nostra, che rivendicava la sua presunta grandezza rispetto agli altri capi, compresi quelli del suo stesso paese divenuto il simbolo della mafia nel mondo; il metodo da cui è scaturita la guerra contro i vecchi alleati e poi contro lo Stato, interrompendo la vecchia convivenza con le istituzioni per provare a imporne una nuova a chi magari non poteva immaginare di trovarsi a fare i conti con un contadino come quello. Con Riina muore una concezione monarchica della mafia, quella del leader supremo e unico che ancora pochi mesi fa, detenuto e malato, si paragonava al direttore della prigione in cui era rinchiuso definendosi davanti alla moglie “un capo come lui”, e rivendicava la sua inflessibilità: “Non mi piegheranno… Mi posso fare anche tremila anni, non trent’anni”. S’è fermato sulla soglia dei venticinque, senza svelare nulla dei segreti che custodiva e di cui però ha seminato qualche indizio.

Per esempio quando, nel cortile del carcere, raccontava al suo compagno di passeggio di quando un futuro pentito, Salvatore Cancemi, gli chiedeva che cosa si dovevano “inventare” con gli altri uomini d’onore per giustificare ciò che avevano combinato con la strage di Capaci, e lui enigmatico rispose: “Non c’è niente da discutere, se lo sanno la cosa è finita”.

continua sul sito del Corriere della Sera

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