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Crescono i poveri a Roma. Più immigrati a Milano

Crescono i poveri a Roma. Più immigrati a Milano
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Un tempo in Italia c’erano due capitali, Roma, quella politica, e Milano, quella economica. Oggi pure ci sono due capitali, solo che la politica non conta più nulla, visto che le decisioni che cambiano i destini del Paese vengono prese fuori dal Parlamento ma sempre più spesso addirittura fuori dai confini nazionali, e anche l’economia non se la passa bene, visto che veniamo dalla crisi più lunga degli ultimi settant’anni (...)

E dire che dalla bocca di Beppe Grillo, almeno fino a pochi mesi fa, associata a Roma usciva ancora la parola «rinascita». Ma un anno e mezzo dopo l’elezione di Virginia Raggi al Campidoglio, la Capitale non è mai stata così indietro. Povertà, emergenza casa, periferie ghetto, scioperi record, campi rom che non si riescono a chiudere, opere incomplete, immigrati irregolari, occupazioni abusive. Altro che «Roma che ritrova il suo posto nel mondo», come vagheggiava il guru della «sindaca». La Capitale, quale che sia il punto d’osservazione, è sul fondo.

Prendiamo il rapporto della Caritas, presentato ieri. Quello sulla «Povertà a Roma». Almeno 16mila persone che vivono nella Capitale sono «senza dimora». Individui che sono stati costretti a rivolgersi alla rete di «solidarietà pastorale» per tirare a campare. E quasi la metà sono italiani; oltre il 33% diplomati. Questo significa che il «disagio», la «crisi», si sono estesi dalla tradizionale cintura periferica della città - Tor Bella Monaca, San Basilio, Trullo, Tiburtino III, Tor Sapienza - «al centro». «Una classe di nuovi poveri», li definisce la Caritas: soggetti fino a poco tempo fa «inclusi» e ora «ai margini».

In dieci anni, nella Capitale il tasso di disoccupazione è passato dal 7,2 al 9,8%. La disoccupazione giovanile si attesta al 40,2% rispetto al 37,8% della media nazionale. Nella fascia compresa tra i 15 e i 29 anni, il 22% dei giovani non studia né lavora. Mentre 210mila over 65 residenti è «a rischio povertà». Forse è per questo che nel Lazio, con il traino di Roma, sta lievitando il gioco d’azzardo, che nel 2016 «ha movimentato 7,9 miliardi di euro».

Poi c’è la piaga della casa, tornata d’attualità ad agosto con lo sgombero del palazzo di via Curtatone, a due passi dalla stazione Termini. A fronte di oltre 130mila alloggi sfitti, denuncia Caritas, a Roma più di 30mila famiglie devono vedersela con l’emergenza abitativa tra occupazioni abusive, liste d’attesa per un alloggio popolare e sfratti. Nel 2016, in città c’è stato uno sfratto per morosità ogni 279 abitanti: la media nazionale è di uno ogni 419 abitanti, invece. Dalla contabilità ufficiale dei palazzi occupati, nonostante la promessa di accelerare sul fronte degli sgomberi, emerge che nella Capitale sono ancora 99 gli stabili in preda all’abusivismo.

È vero che il peso dei migranti, rispetto a quanto accade in altre città, è inferiore - gli stranieri sono 377.217 su 2,8 milioni di abitanti - ma dal conto della Caritas mancano gli almeno 50mila irregolari che ogni giorno vagano per la città come fantasmi. E comunque la Capitale un primato lo conserva: quello del maggior numero di baracche «istituzionali» per i rom. Sono sette gli insediamenti «regolari», abitati da 3.772 nomadi in emergenza abitativa. A questi vanno aggiunti altri 11 campi «tollerati» dalle istituzioni capitoline. Residenti: tra le 2.200 e le 2.500 persone. Ma «il dato più importante», ha denunciato il prefetto di Roma, Paola Basilone, di fronte alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle periferie, è costituito dal «numero enorme di campi abusivi, che si distribuiscono sul territorio a macchia di leopardo. Ce ne sono tanti e questi campi sono ovviamente fuori controllo». E questo nonostante gli sgomberi forzati realizzati nel 2017 abbiano già superato quelli avvenuti nel 2016 (29 contro i 28 dello scorso anno). [...]

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