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Conti pubblici. Basta rinviare il risanamento

Conti pubblici. Basta rinviare il risanamento
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Alcuni giorni fa Jyrki Katainen ha detto che i politici italiani mentono sui nostri conti pubblici, la cui situazione non sta per niente migliorando. L’affermazione è pesante per un vicepresidente della commissione europea, lui stesso un politico di lungo corso essendo stato primo ministro della Finlandia per tre anni. Sarà che i politici finlandesi dicono sempre il vero... Ma, sorvolando sull’antipatia dell’affermazione, vale la pena di chiedersi se Katainen abbia ragione. Ed essendo appena stato nominato direttore del nuovo Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica di Milano, uno dei cui obiettivi è fare chiarezza sulla nostra finanza pubblica, mi sento tenuto a intervenire su questo tema. Guardando all’andamento dei conti pubblici italiani negli ultimi anni una cosa balza agli occhi: il continuo ridimensionamento dei nostri obiettivi di un loro rafforzamento.

Il documento di economia e finanza (Def) dell’aprile 2014 prometteva all’Europa che il surplus primario (la differenza tra entrate e spese pubbliche al netto degli interessi, il vero indicatore di come stiamo andando visto che i tassi di interesse sono volatili) sarebbe stato del 4,6 per cento del Pil nel 2017. Da allora, abbiamo rivisto questo obiettivo verso il basso ogni sei mesi, senza perdere un’occasione: quest’anno dovremmo stare all’1,7 per cento, tre punti sotto l’obiettivo iniziale. 
Che questo crei un po’ di nervosismo ai nostri amici nordici, rafforzando il preconcetto sulla nostra inaffidabilità mediterranea, è in parte comprensibile. C’è chi dirà che abbiamo dovuto rivedere gli obiettivi perché crescevamo meno del previsto: meno si cresce, meno entrate ci sono e più basso è il surplus primario. Ma la revisione verso il basso del surplus primario è stata dovuta per il 60 per cento non all’effetto diretto della minore crescita, ma a decisioni discrezionali (tagli di tasse senza tagliare la spesa). Magari anche questa azione discrezionale era ispirata dal desiderio di ravvivare l’economia (e non di vincere un’elezione, un referendum). Ma fatto sta che abbiamo sacrificato il rafforzamento permanente dei nostri conti per crescere un po’ di più nell’immediato. Per cui ora ci ritroviamo con un surplus primario dell’1,7 per cento, più basso non solo di quanto promesso, ma anche di quello del 2012 (2,5 per cento): siamo arretrati.
Quest’anno però c’è una novità: abbiamo rivisto verso il basso l’obiettivo di surplus primario (dal 2,5 al 2 per cento per il 2018) anche se la crescita è stata rivista verso l’alto: nel Def di aprile prevedevamo una crescita cumulata del 3,1 per cento nel 2018-20, mentre ora prevediamo una crescita del 4,3 per cento. Certo poteva finire peggio (ci sono le elezioni generali) e di questo occorre dar atto al governo. Ma come lo spieghiamo a un finlandese?  

Guardiamo in avanti. Il surplus primario è ora previsto aumentare dall’1,7 per cento del Pil quest’anno al 2 per cento nel 2018, al 2,6 per cento nel 2019 e al 3,3 per cento nel 2019. Al tempo stesso, il debito pubblico dovrebbe finalmente scendere: dall’attuale 131,6 per cento del Pil al 123,9 per cento nel 2020. Ci riusciremo? Ci sono due rischi. Il primo riguarda l’inflazione. La legge di bilancio ipotizza che l’inflazione aumenti dallo 0,6 per cento quest’anno a quasi il 2 per cento nel 2018-20. Se non aumentasse, sarebbe un problema: meno inflazione vuol dire meno crescita del Pil nominale e quindi una minore discesa del rapporto tra debito e Pil. Meno inflazione vuol anche dire meno entrate per lo Stato e quindi un surplus primario più basso, per lo meno nel 2018. Ma anche tralasciando il minor surplus, il minor Pil implicherebbe che nel 2020 il debito sarebbe del 129 per cento del Pil, con solo una modesta riduzione rispetto al 2017. Aumenterà l’inflazione? Lo prevediamo da almeno tre anni e siamo sempre stati delusi. Non è un caso. Con un tasso di disoccupazione ancora così alto è difficile che l’inflazione salga. Inoltre, se vogliamo recuperare la competitività di costo che abbiamo perso tra il 2000 e il 2008 dobbiamo tenere l’inflazione più bassa che in Germania. Visto che i tedeschi non sembrano disposti ad accettare un’inflazione più alta del 2 per cento, a noi tocca stare parecchio al di sotto di tale soglia.
Il secondo rischio è, invece, politico ed è collegato a quello che è successo negli ultimi anni. La legge di bilancio legifera, per l’ennesima volta, un aumento dell’Iva fra un anno. Sono le ormai celebri «clausole di salvaguardia». Queste sono state sempre disattivate in passato, la controparte della revisione verso il basso del surplus primario. Insomma, non mi stupirei se fra qualche mese ci comportassimo nello stesso modo.
Dipenderà però anche dal risultato delle elezioni. Non perché mi aspetti che il partito dei difensori dei conti pubblici, se mai esistesse, vinca le elezioni. Ma perché, se gli anti-europeisti non riuscissero a sfondare, la pressione da parte dell’Europa per un’azione più decisa sui conti pubblici potrebbe intensificarsi. Spero che ora qualcuno non pensi che questo sia un buon motivo per votare per chi vuole uscire dall’Europa. 

Insomma ha ragione Katainen? Giudicate voi. Io credo che, almeno ora che la ripresa è avviata, occorra dare priorità al risanamento dei conti pubblici. Prima che i tassi di interesse riprendano a crescere. Non ci resta moltissimo tempo. 

sito della Stampa

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