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Gettoni di Letteratura

Irène Némirovsky 3 - Un battello nella tempesta

Irène Némirovsky 3 - Un battello nella tempesta
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Sono arrivata a Stoccolma un mattino d'inverno, di pioggia gelata mista a neve e di vento selvaggio

Florinda Fiamma racconta Iréne Némirovsky


«
Avevo 15 anni. Ero figlia di immigrati russi. Abitavo in Finlandia». È l’incipit di un racconto, Aïno, in cui Irène Némirovsky svela il periodo finlandese, quando lei e i suoi genitori vivevano in una locanda con altri esuli, senza elettricità, con il riscaldamento al minimo. Un giorno Irène scoprì nel bosco una casa abbandonata. Le sue stanze misteriose le descriverà «vuote, con armadi zeppi di echi, risonanti come pozzi» e poi, da scrittrice, riempirà quelle stanze di storie. Prima di dover ripartire ancora una volta.

«Sono arrivata a Stoccolma un mattino d’inverno, di pioggia gelata mista a neve e di vento selvaggio». Irène Némirovsky racconta così nel 1930 il viaggio dalla Finlandia per la Svezia, ultima tappa dell’esilio familiare prima di approdare a Parigi. Irina e sua madre, Anna, da lì prendono un cargo. «Dieci giorni senza scalo, con una tempesta terribile. Paura? Io non ne ho mai avuta tranne una volta in Russia durante la rivoluzione. E un’altra su quel piccolo cargo che mi portava dalla Svezia a Rouen. Ci imbattemmo in una tempesta terribile, la nave ballava, temevo di cadere nell’acqua verde». A Irène rimase per sempre la paura dell’acqua, la paura di annegare. Una volta approdate sul suolo parigino Irina e Anna, sua madre, cambiano pelle e per farlo cambiano nome. Irina diventerà Irène e Anna si farà chiamare Fanny.

Una vita movimentata quella di Irina quando era la giovane rampolla di una famiglia dell’alta borghesia ebraica e non la famosa scrittrice francese. Dall’infanzia si trovò ad attraversare e a sopravvivere ai più tragici eventi della storia. Ben due volte Kiev fu messa a ferro e fuoco, distrutta, bruciata. 200.000 ebrei russi scelsero l’esilio. A tre anni Irène si era salvata soltanto grazie alla cuoca, che le aveva messo al collo la sua croce ortodossa e l’aveva nascosta dietro un letto. Durante la guerra civile nel 1917 i Némirovsky avevano dovuto abbandonare in piena notte il loro appartamento, portando via i gioielli della mamma, Anna-Fanny, nascosti negli orli di vestiti logori.

Lesilio dalla Russia prima, negli anni della rivoluzione e la fuga per la Francia poi, insegnarono a Irène Nemirovsky a scrivere dappertutto. E così fece sempre. Nelle sue lettere racconta che la mattina, a volte, andava molto presto in campagna per scrivere Suite francese, e restava tutto il giorno lì a scrivere. Scriveva rannicchiata sotto i rami di un albero, con un occhio sulle bambine che giocavano, in lettere minute e su fogli piccolissimi per la penuria di carta e con una matita consumata all’orlo. Con una scrittura precisa, quasi senza correzioni.

 

Qualcosa da leggere, per approfondire

La vita di Irène Némirovsky di Olivier Philipponnat, Patrick Lienhardt (Adelphi 2009) 

Irène nemirovsky di Cinzia Bigliosi (Doppiozero 2013)

Ultime Puntate e Podcast

Ascolta Eudora Welty 1 | Una bambina del Sud

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22/03/2021

«Nella casa di North Congress Street a Jackson, nel Mississipi, dove sono nata nel 1909, io e i miei due fratelli minori siamo cresciuti al batti e ribatti degli orologi. Nell'ingresso c'era un pendola di quercia, in stile arte povera californiana, che mandava rintocchi come di gong per il soggiorno, la sala da pranzo, la cucina e su per la cassa armonica delle scale. In camera dei miei genitori ce n'era una che faceva da controcanto, mentre quello della cucina era un cucù con due lunghe catene, a cui una volta il mio fratellino era riuscito ad appendere il gatto».

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Ascolta Eudora Welty 2 | Morte di un commesso viaggiatore

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22/03/2021

«Era il suo primo giorno in viaggio dopo un lungo assedio dell'influenza. Aveva avuto la febbre altissima, e si era fatto debole e pallido, tanto da notare la differenza allo specchio, e non riusciva a concentrarsi... Per tutto il pomeriggio, in mezzo a quella rabbia, e senza alcun motivo, aveva pensato alla nonna morta: un'anima che rasserenava. Gli tornò la voglia di affondare nel grande letto di piume che una volta stava proprio in camera di nonna... Poi se la scordò nuovamente. Tu guarda che colline desolate! E gli sembrava pure di andare dalla parte sbagliata: come se stesse tornando indietro, molto indietro. Non si vedeva una casa che fosse una. Volersene tornare a letto però non serviva a niente».

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Ascolta Eudora Welty 3 | Come una fotografia

Eudora Welty 3 | Come una fotografia

22/03/2021

«C'era un album di fotografie che serbava l'annotazione meticolosa di quei giorni. Laurel tastò il ripiano sopra le nicchie e lo urtò, i bordi squadrati, la nappina di seta. Lo tirò giù. Un paio di istantanee sbiadite e sgranate stampate in casa stavano ancora attaccate sulle pagine a fronte: Clinton e Becky «su a casa», ognuno fotografato dall'altro, in piedi nello stesso punto su un binario ferroviario (una radura verdeggiante), lui sottile come un giunco, il piede su una pietra miliare, intento a dondolare un cappello di paglia; lei con le braccia cariche dei fiori di campo che avevano raccolto lungo il cammino»

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Ascolta Eudora Welty 4 | Com'è che abito all'ufficio postale

Eudora Welty 4 | Com'è che abito all'ufficio postale

22/03/2021

«Mi trovavo lì con tutta la famiglia dalla parte di Stella-Rondo e messa su contro di me. Ma se c'è qualcosa che ho, è un minimo d'orgoglio. Così ho deciso di andarmene giù dritta all'ufficio postale. Sul retro c'è un sacco di posto, mi son detta. «Adesso è troppo tardi per fermarmi» ho fatto. «Potevate pensarci ieri. Io me ne vado all'ufficio postale e se volete vedermi, l'unico modo è venirmi a cercare lì».

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