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Zazà - Cultura, società, meridione e spettacolo

Liolà di Luigi Pirandello, regia di Andrea Camilleri (1967) - Puntata del 27/12/2015

Liolà di Luigi Pirandello, regia di Andrea Camilleri (1967) - Puntata del 27/12/2015
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Puntata speciale, che si colloca nelle festività tra il Natale e il Capodanno, e che prevede un ascolto integrale dai repertori Rai anni '60 della commedia Liolà di Luigi Pirandello - registrata nell’aprile del 1967 - con la regia di Andrea Camilleri. Lo stesso Andrea Camilleri, in una conversazione con Lorenzo Pavolini, ci introduce all'ascolto: Liolà è una farsa, nel senso migliore della parola – scrisse Antonio Gramsci nel 1917 commentando il lavoro di Luigi Pirandello - Una farsa che si riattacca ai drammi satireschi della Grecia antica, e che ha il suo corrispondente pittorico nell’arte figurativa vascolare del mondo ellenistico.

Puntata speciale, che si colloca nelle festività tra il Natale e il Capodanno, e che prevede un ascolto integrale dai repertori Rai anni '60 della commedia Liolà di Luigi Pirandello - registrata nell’aprile del 1967 - con la regia di Andrea Camilleri.

Lo stesso Andrea Camilleri, in una conversazione con Lorenzo Pavolini, ci introduce all'ascolto:

Liolà è una farsa, nel senso migliore della parola – scrisse Antonio Gramsci nel 1917 commentando il lavoro di Luigi Pirandello - Una farsa che si riattacca ai drammi satireschi della Grecia antica, e che ha il suo corrispondente pittorico nell’arte figurativa vascolare del mondo ellenistico. 

 
Personaggi e interpreti della commedia:

 

Liolà:                            Alberto Lionello 

Zio Simone:                 Mario Scaccia

Zia Croce:                    Cesarina Gheraldi

Tuzza:                          Marina Malfatti

Mita:                            Giuliana Lojodice

La Moscardina:          Giusi Raspani Dandolo

Comare Gesa:             Rina Franchetti

Zia Ninfa:                    Jone Morino

Ciuzza:                        Noris Fiorina

Luzza:                          IleanaD’Alessio

Nela:                             Rosanna Chiocchia

Prima contadina:        Amalia D’Alessio

Seconda contadina:    Loredana Savelli

Un contadino:             Claudio Perone

Tinino:                         Paola Medei

Calicchio:                     Anna Rita Loprencipe

Pallino:                        Marcello Loprencipe

 

Regia di Andrea Camilleri | Canzoni di Roman Vlad

Liolà è un giovane lavoratore alla giornata,   di cuore aperto, pronto al riso e alle canzoni: una creatura mediterranea, solare. Le donne vanno matte per lui, e Liolà le ripaga di un eguale interesse: ha tre figli, Pallino, Calicchio e Tinino, e nemmeno una moglie. Chi gli invidia tanta fertilità è invece un ricco e anziano possidente, zio Simone Palombo, che dalla giovane moglie Mita non è riuscito ad avere un erede, e che si angustia al pensiero di non  avere nessuno cui lasciare “la roba” . Un giorno una nipote di zio Simone, Tuzza, confida alla madre di attendere un figlio da Liolà le due donne si accordano con zio Simone - dopo avergli rivelata la verità - per far credere a tutti che  il figlio è suo. Zio Simone accetta: dirà che il figlio è sangue suo , riscattando così la sua virilità agli occhi della gente e trovando finalmente un erede. Ma chi non sta al gioco è proprio Liolà il quale intuisce in questa manovra tutto  il danno che potrà venirne  a Mita, da lui un tempo amata. Mita infatti viene diseredata dai marito e si rifugia, piangente, in casa di una sua zia. Qui incontra Liolà, il quale, dato lo smarrimento di Mita, ha buon gioco ad offrirle la strada di una raffinata vendetta. Infatti, da lì a qualche mese, zio Simone con orgoglio potrà annunciare a tutti la prossima nascita di un figlio, e questa volta, com’egli crede, veramente suo e di sua moglie. E così tutto il danno ricade su Trizza che aveva architettato l’inganno: a lei, per tutta consolazione, Liolà offre di prendere con sé il bambino quando sarà nato.

Liolà  di Luigi Pirandello venne per la prima volta messa in scena nel 1916 dalla compagnia siciliana di Angelo Musco nella sua versione originale, e cioè « nella parlata di Girgenti che, tra le non poche altre del dialetto siciliano, è incontestabilmente la più pura,la più dolce, la più ricca di suoni, per certe sue particolarità fonetiche, che forse più di ogni altra l’avvicinano alla lingua italiana » (così lo stesso  Pirandello nella prefazione alla commedia).

Alcuni anni dopo, e precisamente nel 1928, Liolà venne rappresentato in lingua italiana e con grande successo.

 

L’AVANTI - 4 aprile 1917 - di Antonio Gramsci  I tre atti nuovi di Luigi Pirandello non hanno avuto successo all’Alfieri. Non hanno avuto almeno quel successo che è necessario perché una commedia diventi redditizia. Ma Liolà ciò nonostante rimane una bella commedia, forse la migliore delle commedie che il teatro dialettale siciliano sia riuscito a creare. L’insuccesso del terzo atto, che ha determinato il ritiro momentaneo del lavoro dalle scene, è dovuto a ragioni estrinseche: Liolà non finisce secondo gli schemi tradizionali, con una buona coltellata, o con un matrimonio, e perciò non è stata accolta con entusiasmo; ma non poteva finire che cosí come è, e pertanto finirà con l’imporsi. Liolà è il prodotto migliore dell’energia letteraria di Luigi Pirandello. In esso il Pirandello è riuscito a spogliarsi delle sue abitudini retoriche. Il Pirandello è un umorista per partito preso, ciò che vuol dire che troppo spesso la prima intuizione dei suoi lavori viene a sommergersi in una palude retorica di moralità inconsciamente predicatoria, e di molta verbosità inutile. Anche Liolà è passato per questo stadio, e allora esso si chiamava Mattia Pascal, ed era il protagonista di un lungo romanzo ironico intitolato appunto: Il fu Mattia Pascal, pubblicato verso il 1906 dalla «Nuova Antologia» e poi ristampato dal Treves. In seguito il Pirandello ha ripensato alla sua creazione, e ne è venuto fuori Liolà; l’intreccio rimane lo stesso, ma il fantasma artistico è stato completamente rinnovato: esso è diventato omogeneo, è diventato pura rappresentazione, libero completamente di tutto quel bagaglio moraleggiante e artatamente umoristico che lo aduggiava. Liolà è una farsa, ma nel senso migliore della parola, una farsa che si riattacca ai drammi satireschi della Grecia antica, e che ha il suo corrispondente pittorico nell’arte figurativa vascolare del mondo ellenistico. C’è da pensare che l’arte dialettale cosí come è espressa in questi tre atti del Pirandello, si riallacci con l’antica tradizione artistica popolare della Magna Grecia, coi suoi fliaci, coi suoi idilli pastorali, con la sua vita dei campi piena di furore dionisiaco, di cui tanta parte è pure rimasta nella tradizione paesana della Sicilia odierna, là dove questa tradizione si è conservata piú viva e piú sincera. È una vita ingenua, rudemente sincera, in cui pare palpitino ancora i cortici delle querce e le acque delle fontane: è una efflorescenza di paganesimo naturalistico, per il quale la vita, tutta la vita è bella, il lavoro è un’opera lieta, e la fecondità irresistibile prorompe da tutta la materia organica. Mattia Pascal, il melanconico essere moderno, dall’occhio strabico, l’osservatore della vita volta a volta cinico, amaro, melanconico, sentimentale, vi diventa Liolà, l’uomo della vita pagana, pieno di robustezza morale e fisica, perché uomo, perché se stesso, semplice umanità vigorosa. E la trama si rinnova, diventa vita, diventa verità; diventa anche semplice, mentre nella prima parte del romanzo primitivo era contorta e inefficace. Zio Simone smania perché vuole avere un erede, che giustifichi il tenace lavoro suo che ha accumulato una ricchezza: è vecchio, e incolpa la sterilità della moglie, che non ha capito che Simone vuole un erede purchessia, vuole un bambino a tutti i costi, ed è disposto a fingere di essere egli il padre. Una sua nipote, che ha capito gli umori del vecchio, ed è stata resa madre da Liolà, propone a Simone di diventare egli il padre del nascituro, gli propone di farsi credere egli il padre, e il vecchio accetta. La moglie legittima viene percossa, viene umiliata, perché non ha fatto altrettanto. Per diventare la padrona, fa altrettanto. Zio Simone ha un figlio legale. Ma è Liolà che dà vita a queste nuove vite, e dà vita alla commedia; Liolà che ha sempre la gola piena di canti, che entra sempre nella scena accompagnato da un coro bacchico di donne, accompagnato dai suoi tre altri figlioletti naturali che sono come dei satiretti che ubbidiscono all’impulso della danza e del canto, che sono impastati di suono e di danza come le creature primitive dei drammi satireschi. Liolà voleva sposare Tuzza, la nipote di Simone, prima che fosse imbastito il trucco dell’erede, ora che l’erede legale c’è Tuzza vorrebbe essere sposata, ma Liolà non vuole, non vuole rinunziare ai suoi canti, alla danza dei suoi figlioli, alla vita dionisiaca del lavoro lieto: e il pugnale di Tuzza è stroncato dalle sue mani che però non sanno l’odio e la vendetta. Ma per il pubblico ci voleva il sangue o il matrimonio, e perciò il pubblico non ha applaudito.

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