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Uomini e Profeti

10 ottobre 2015 - Storie. "Fedi Migranti" con Paolo Naso, Marta Bernardini, Maria Quinto

10 ottobre 2015 - Storie.
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Da tempo l’irruzione dei migranti nell’orizzonte europeo sta mettendo a dura prova non solo le istituzioni civili, ma anche le chiese e le comunità religiose...


Mimmo Paladino, Lampedusa: preghiera alla Porta d’Europa 



Da tempo l’irruzione dei migranti nell’orizzonte europeo sta mettendo a dura prova non solo le istituzioni civili, ma anche le chiese e le comunità religiose, in almeno due direzioni. Da una parte, si tratta di contribuire in maniera significativa a porre in campo strategie credibili di ospitalità e di accoglienza verso persone sprovviste di tutto; dall’altra, esse sono interrogate da nuove presenze che portano con sé visioni di fede legate a culture in genere ben diverse da quelle di approdo. In questo senso, è lecito adottare la figura del pellegrino come icona dell’odierno religioso in movimento in un duplice senso. Se, metaforicamente, rinvia alla fluidità dei percorsi religiosi spirituali, sempre più diffusa, essa corrisponde inoltre a una forma di socialità religiosa in piena espansione, che si definisce nel segno della mobilità e dell’adesione temporanea, o parziale. Come affrontano le chiese e le religioni questo momento così complesso? E come cambieranno in un prossimo futuro, sulla spinta di simili fenomeni?

Ne rifletteremo con Paolo Naso, docente di Scienza Politica alla Sapienza e coordinatore della commissione Essere chiesa insieme della FCEI, Marta Bernardini, operatrice a Lampedusa per Mediterranean Hope  e Maria Quinto, operatrice della Comunità di Sant’Egidio.


Suggerimenti di lettura
D. Hervieu-Léger, Il pellegrino e il convertito. La religione in movimento, Il Mulino, 2003
M. Dal Corso – P. Sgroi, L’ospitalità come principio ecumenico, Pazzini 2008
P. Naso – A. Passarelli – T. Pispisa, Fratelli e sorelle di Jerry Masslo. L’immigrazione evangelica in Italia, Claudiana 2014



Ascolto musicale
Gang, Marenostro, dal cd "Sangue e cenere"



Parole
Se quella che viviamo è la stagione autunnale dell’ecumenismo e del dialogo; se il tempo che abitiamo è quello dello scontro di civiltà e dell’affermazione identitaria; se, insomma, questa non è più la fine della storia, come ancora si diceva pochi anni fa, ma piuttosto la fine della geografia, dal momento che siamo tutti nel villaggio globale, vogliamo pensare che prima di essere problemi, queste sono anche occasioni, stagione, tempo e luogo in cui ri-pensare e ri-pensarsi. Grazie prima ancora che disgrazia, speranza prima che disperazione, il tempo e il luogo che viviamo sono occasione di rifondare e spingere il pensiero a dire l’inedito. Imparando dalla pratica, soprattutto quella vissuta e agita in frontiera, là dove il meticciato è di casa, l’ospitalità una necessità, il pluralismo culturale e religioso una realtà
                                    Marco Dal Corso – Placido Sgroi


Alcune chiese stanno facendo un grande sforzo per qualificarsi anche come vettore sociale orientato all’integrazione e quindi alla costruzione di una comunità multietnica e interculturale. E lo fannno sulla base di una visione teologica: il fatto che si delineino specifici percorsi formativi nella direzione dei ministeri multiculturali e che la presenza di predicatori immigrati venga inquadrata nella cosiddetta reverse mission o missione di ritorno indica chiaramente che il fenomeno delle chiese di immigrazione ha implicazioni teologiche ed ecclesiologiche che vanno ben oltre la semplice idea dell’accoglienza e della fraternità universale in Cristo che «non vede né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo né donna». Ma se la teologia è ciò che potrebbe unire, talvolta è proprio ciò che divide: spesso a diverse concezioni dei diritti umani o dell’atteggiamento della chiesa nei confronti delle questioni di genere, dell’etica personale e degli orientamenti sessuali, corrispondono altrettante teologie. E questa è certamente una complicazione.
                                                                    Paolo Naso

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