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Ad alta voce

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Dal 30 agosto Paola Pitagora legge il romanzo di Grazia Deledda

Cenere

Cenere

Grazia Deledda è tra i pochi - scrittori e scrittrici - italiani che ha coltivato il genere gotico. E che, come Shirley Jackson o Toni Morrison ha mostrato, nelle sue storie, che il gotico è aggettivo e caratteristica del reale. E dunque del realismo. Nell'archivio di Ad alta voce è disponibile la lettura di Canne al vento con la voce di Valentina Carnelutti registrata qualche anno e null'altro. Abbiamo così pensato che dovevamo porre rimedio, e abbiamo chiesto un suggerimento alla scrittrice Michela Murgia.

Poiché gli scrittori e le scrittrici, oltre a scrivere, leggono, e spesso scrivono dei libri degli altri, segue qui un escerto dall'introduzione di Murgia a Cenere in una nuova edizione in libreria da qualche mese, pubblicata dall'editore Utopia di Milano.

Da lunedì 30 agosto, dal lunedi al venerdi, per 23 giorni, Paola Pitagora legge Cenere di Grazia Deledda.
A dispetto della sua tragicità (o forse per quella) Cenere ebbe però molta fortuna e, tredici anni dopo, la nascente in- dustria del cinema scelse di trarre proprio dalla sua storia una pellicola rudimentale, ovviamente muta, che testimonia l’unica interpretazione cinematografica di Eleonora Duse, facile da reperire gratis sulla rete, se avete gusti vintage. Nella trama non ci sono eventi epici, ma la sola cosa che a Grazia Deledda interessava: le persone e il modo in cui si dipanano le loro relazioni nei micromondi in cui vivono, scenari rurali pieni di cose visibili e soprattutto invisibili, in continuo rapporto di attrazione e riget- to con l’altrove, che sia il Continente o il mito ancora nascen- te della città. Nel mondo di Cenere c’è la Sardegna mezzadra e rude, cristallizzata in un eterno ottocento, scenario ideale per il topos letterario post-coloniale dell’essere e sentirsi periferia di tutto, anche della propria vita. Per capire il mondo e sé stessi i personaggi hanno come via un circuito chiuso, dove l’illusione dell’andarsene è già il primo passo del ritornare. Così Anania il mugnaio girerà la ruota della mola in eterno sognando i tesori nascosti nei nuraghes che non troverà mai, e così Anania suo figlio cercherà prima lui avendo la madre, e poi la madre pur vivendo con lui, in un inseguimento senza fine dove l’assenza è il solo modo possibile di vivere l’amore e dunque colmarla vuol dire perderlo. 

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