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Storie attraversate dalla deportazione, nei messaggi degli ascoltatori

Giornata della Memoria 2020

Giornata della Memoria 2020

Ciao, mio Papà, Pietro, Alpino, Orologiaio, morto nel 2018 a 103 anni, preso in Jugoslavia, deportato in Olanda e poi al campo di lavoro vicino e poi alla Krupp a Essen; sopravvissuto prigioniero per più di due anni solo perché sapeva lavorare, ed era attaccato alla vita come tutti i suoi Compagni, a molti dei quali toccò un altro ben più triste destino. Ciao, Paolo da Valdilana-Biella

Non ho avuto il coraggio di chiamare, ma mia zia, nata nel '14, stava in Friuli e mi raccontava che andava nei campi innevati quando sentiva il treno, portava acqua e qualcosa da mangiare e loro le davano i biglietti con gli indirizzi per avvertire la famiglia rischiando la vita perché i tedeschi mitragliavano. Si chiamava Nilde. Baci, Cristina

Sono Chiara Tiracorrendo, Assessore del Comune di Castel Viscardo. La nostra comunità ha un sopravvissuto dal campo di concentramento di Buchenwald. Lui e la moglie non hanno mai avuto figli e quindi è l’amministrazione che dal 2006 ha registrato un’intervista e la propone ai ragazzi delle scuole ciclicamente per tramandarne la memoria. Si chiamava Giuseppe Frosoni ed era stato imprigionato perché disertore dopo l’8 settembre '43. Rimase a Buchenwald fino al luglio ‘45 quando venne liberato il campo. Grazie per consertirci di condividere anche queste “piccole” memorie.
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Buonasera. Mia mamma proviene da Corfù e andò a vivere in Alessandria d'Egitto perché le erano morte due sorelle di polmonite. Fu così che si salvò, perché il padre voleva stare in un paese caldo. Tutto il resto della famiglia, invece, venne deportato e si salvò soltanto una cugina, su circa dieci membri. Questa cugina non volle mai parlarne.

Ciao, sono Maria Grazia, figlia di un deportato a 20 anni nei campi di lavoro in Germania. Mio padre è morto nel 1962 a causa dei patimenti subiti. Mangiava buccia di patata e segatura. Si è salvato perché negli ultimi mesi di prigionia una famiglia tedesca l'ha voluto come bracciante. È tornato a casa dopo 4 anni di prigionia, pesava sui 40 kg, era alto 1.80. Di notte saltava sul letto per gli incubi e non ha mai voluto parlare di quel periodo. Ci ha lasciato quando io avevo 2 anni e mezzo, mio fratello minore 10 mesi, mia sorella 9 anni e mio fratello 7. Mia madre aveva 37 anni. Noi tutti portiamo dentro di noi il suo dolore e la sua sofferenza e ci sentiamo un po' orfani d'amore paterno. È stata dura crescere senza padre e senza avere la possibilità di parlare di lui, perché tutti stavano zitti perché pensavano fosse meglio per noi. Solo ora che siamo "grandi" sono riuscita a farci raccontare qualcosa da nostra madre. Maria Grazia
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Mio zio, macchinista in ferrovia a Trieste, inneggiò ai partigiani, che avevano fatto saltare un tratto di binari mentre lui guidava un convoglio con parti di strutture di fabbriche verso la Germania. La Gestapo andò quindi ad arrestarlo, ma lui avvertito era fuggito in montagna con i partigiani. Quindi a casa trovarono solo mia zia e la arrestarono. Lei finì a San Sabba in Risiera a Trieste (unico campo con forni crematoi in Italia). Mia nonna ogni giorno le portava i bambini dietro la recinzione a salutarla. I miei cugini avevano 5 e 3 anni. Erano biondissimi con gli occhi azzurri. Il comandante della Risiera vide in quei due bambini i suoi, stranamente si impietosì e non mandò mia zia in Germania. Ormai era verso il 1945 e mia zia tornò a casa. Mi chiamo Bruna e vivo in Piemonte.
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Ciao, sono Arianna dalla Svizzera. Fine 2008, io appena laureata e pronta per partire per un dottorato di ricerca all’estero; lui nonno Quirino, abruzzese di poche parole, deportato e sopravvissuto in Germania (nessuno però sapeva con precisione dove, non ne parlava). Mi chiamò alla vigilia della partenza e mi disse: “Arianna, sono contento che tu stia per partire per Hannover; a suo tempo quel luogo mi ha tolto la dignità, ora offre a te un’opportunità di crescita intellettuale. Il cerchio si chiude e l’odio ha perso”. Tutta la mia famiglia era ignara che il campo di concentramento fosse stato nella periferia di Hannover. Come mio nonno sia riuscito a vedere, nonostante il male più assoluto, un momento di riscatto ed essere alla fine addirittura grato a quel paese, delinea una grandezza d’animo di cui pochi oggigiorno sarebbero capaci. Grazie nonno.

I miei nonni Ada e Peppino hanno tenuta nascosta per un po' di tempo dopo i rastrellamenti a Roma una bambina figlia di vicini di casa ebrei. La nascondevano in una valigia sotto il loro letto. La famiglia di questa bambina è stata deportata e non ha più fatto ritorno. Diventata adulta non ha mai mancato una visita e una chiacchierata al telefono ai miei nonni, ora credo che non ci sia più nemmeno lei. Claudia Capuano

La mia Giornata della Memoria. Il ricordo di un pro-zio, che passava per essere un po' scemotto, in famiglia si raccontava la gag di mia sorella che, piccolissima, disse "perché lui non è come gli altri?". Ma questo zietto anziano dagli occhi celesti era dolce, affettuoso, eppoi ci regalava sempre le 100 lire, e ci piaceva. Non ho tanti ricordi, ma mi è rimasta impressa la volta che mia madre disse che era stato prigioniero dei tedeschi ed era riuscito a fuggire. Ormai son tutti morti, ed io da adulta mi picchierei per non aver chiesto di più, della sua storia, di questo zio che pareva un po' scemotto, ma chissà cosa hanno visto e vissuto quei suoi occhi celesti, e quanto intelligente dev'esser stato per sfuggire ai tedeschi, e... Ovunque tu sia, "ziettu Cicciou", sappi che nei miei ricordi ci sei sempre, con la tua storia. Rosy Puddu

Agosto 2016, Auschwitz-Birkenau, visita ai campi con mia moglie polacca di Danzica, che non ci era mai voluta andare quando viveva in Polonia. Suo nonno materno aveva visto violentare e uccidere la prima moglie e portare via i due figli maschi, non riuscendo più ad avere loro notizie neppure a guerra finita, neppure attraverso le ricerche fatte grazie all'aiuto di alcune associazioni umanitarie. Non si è più ripreso da quel dolore. Mia moglie lo ricorda ancora come un uomo chiuso in una profonda solitudine nel cuore. Fabrizio Liberati

Mio suocero era un IMI, fu fatto prigioniero in Jugoslavia e deportato in campo di lavoro a seguito del rifiuto di aderire alla Repubblica di Salò. Ha scritto un piccolo libretto di memorie da lasciare ai nipoti. L’anno scorso gli è stata conferita la medaglia d’onore postuma. Per molto tempo degli IMI si è parlato poco, finalmente adesso si sta riconoscendo anche il loro sacrificio. Bice Barlafante

Mio zio Esterino classe 1921 partecipò alla campagna di Albania e Grecia con le "famose" scarpe di cartone, mangiando le uova di tartarughe, soffrendo di malaria... Alla fine un drappello si stabilì a presidiare una piccola isola: Cerigotto (come nel film "Mediterraneo"). L'8 settembre '43 arrivarono i tedeschi: deportarono tutti quelli che si rifiutarono di continuare la guerra al loro fianco. Lui si trovò nel campo di lavoro di Reichlinghousing. Solo a me confidò che era vicino al suicidio per le sofferenze: solo l'arrivo di un pacco da mio nonno lo rincuorò fino alla imminente liberazione. A me da solo raccontava un po' di più. Lui, cattolicissimo, si inquietava a sentire il Papa Ratzinger: "...ma proprio un Papa tedesco dovevano eleggere?" mi diceva... Pietro Roseo

Mio zio appena chiamato alla leva come carrista nel 1942, dopo l'8 settembre fu deportato in Germania come IMI in un campo di lavoro. Mai più tornato. Pochi anni fa ho scoperto dove è la sua tomba in un cimitero militare ad Amburgo. Purtroppo mia nonna, la madre, è morta tanti anni fa senza aver neppure il corpo su cui piangere. Lorenza Moroni

Mio padre non aveva neanche finito l'addestramento militare, da sottufficiale, l'8 settembre e finì in campo e poi in un altro... è tornato con la tubercolosi, quindi solo dopo il sanatorio è tornato a casa... noi, figli, siamo arrivati dopo anni e a noi raccontava solo gli aspetti "ridicoli" ma non la verità... anche Roberto Benigni raccontava del padre il fatto che tirasse fuori del campo solo gli aspetti ridicoli... solo a mia madre ha raccontato qualcosa in più. Si chiamava Paolo e quest'anno avrebbe fatto 100 anni. Maria Letizia D'Amico

Mio padre è morto nel 1968, a soli 44 anni, io ne avevo 3 e quello che so me lo hanno raccontato... è stato prelevato durante il CAR, trattenuto per un po' a Fossoli e poi trasferito in un campo di lavoro in Germania. È riuscito a scappare con un altro durante un trasferimento nei boschi dove li portavano a lavorare, a piedi è riuscito a raggiungere una fattoria dove l'hanno aiutato a rimettersi un po' in forze. So che aveva scritto una sorta di diario dove aveva scritto tutto di quel periodo, mi hanno detto che l'ha voluto distruggere perché noi figlie non odiassimo nessuno. Sabrina Bruschi

Mio padre è stato deportato in Germania dopo l'otto settembre 1943. Aveva 19 anni. Era carabiniere in Croazia ed è stato catturato con tutti i suoi commilitoni e deportato nel campo di lavoro di Celle, nella Germania del nord. Sono stati tenuti sulla spiaggia per tre giorni, senza cibo, dove hanno abbattuto dei cavalli, mangiando carne cruda. È rimasto prigioniero due anni fino all'agosto del '45. Raccontava di una guardia che portava di nascosto pane e zuppa nel campo, dentro a secchi vuoti di pittura. Si è salvato lavorando. Con l'avanzare degli americani il campo è stato abbandonato e i prigionieri spostati a piedi (200 km e oltre). Nell'andare I tedeschi facevano saltare le polveriere. Mio padre è morto più di venti anni fa, ma ha lasciato un diario di questa esperienza. Avrebbe volentieri ritrovato la guardia che lo ha aiutato e dopo più di trent'anni ha ospitato amici tedeschi. Lucia Barbieri

Sono cresciuta in una famiglia anche con nonni e zii... lo zio più vecchio era taciturno, un po' burbero, noi bambini lo si temeva... io la nipotina più grande, a circa 12 anni lo zio ha iniziato a raccontare la disperazione vissuta la fame il freddo e i compagni morti... erano riusciti a scappare in gruppo, attraversare zone impervie, mangiavano di tutto. Alcuni episodi così duri avrei preferito quasi non conoscerli... sono stati tanti shock... in casa non se ne parlava, c'era una forma di pudore e non si voleva sporcare il cuore dei bambini. Non sono mai riuscita raccontare i dettagli peggiori... troppa follia. Scusate! ...lo zio da molto vecchio era un po' meno burbero... Grazie, Mariarosa da Padova

Mio padre è stato internato a lavorare in fabbrica, non ne parlava e ho un grande rammarico di non avere saputo entrare in quello che aveva passato, non ha subito tutte quelle atrocità che sento raccontare. È una sofferenza sapere quanto hanno passato tante persone e bambini, vigiliamo e manteniamo memoria. Pietro Bruseghini

Mio padre dopo l'8 settembre andò in montagna nel Mugello. Vi furono bombardamenti e rastrellamenti violentissimi. Fu preso prigioniero, aveva 20 anni e fu portato a lavorare in una falegnameria sopra il Lago di Costanza, a Bregenz. Il campo dipendeva da quello di Dachau. Ritornò dopo quasi 3 anni, liberato dai francesi che trattarono i soldati peggio dei tedeschi. Lo avevano dato per morto e a casa scoprì che la madre era morta di parto. Si chiuse in silenzio, dalla Sardegna ritornò a Vicchio nel Mugello. Si ammalava spesso di malaria e parlò solo con una sorella e mia madre. Mai con e me e mio fratello. Nel campo bevevano la neve e i tedeschi facevano pipì sulla neve per spregio. E' morto 10 anni fa e negli ultimi tempi la notte non dormiva più: pensava con angoscia ancora alla prigionia. Carla Pinna

Il mio babbo, militare nel 1939, e poi per forza di cose in guerra, fece la "campagna" di Albania e Grecia. Poi l'8 settembre era a Brindisi e si è fatto tutta la guerra di liberazione con gli inglesi ecc.ecc. era anche a Cassino... però con noi figli non ne ha mai voluto parlare. Ho ricostruito un po' la storia grazie al poco che eravamo riusciti a sapere. È morto giovane. In casa avevamo un fucile da caccia, quando una volta gli chiesi perché non andasse a caccia, come tanti in Toscana (io sono animalista e anticaccia convinta, da grande), mi rispose semplicemente: "io ho sparato già abbastanza", e lui mi ha insegnato il rispetto e l'amore anche per gli animali. Figuriamoci le persone. Carla Capucci

Mia madre, allora sedicenne, e mia nonna vennero deportate in un campo di concentramento in Austria quando i tedeschi, per rappresaglia contro i partigiani, incendiarono Nimis (UD) e rastrellarono una trentina di persone. Scapparono durante un bombardamento e tornarono a piedi. Mia madre vive ancora e ha raccontato pochissimo. Avevano il compito di recuperare la polvere da sparo da ordigni inesplosi. Quando non avevano lavoro dovevano spostare nel freddo e sotto la pioggia dei tronchi di legno da un punto all’altro. Mi ha anche raccontato che, siccome lei sapeva cucire, con delle coperte aveva fatto dei pantaloni per lei e le altre e che le guardie volevano punire la responsabile ma nessuna ha detto niente. Le cose brutte non le ha mai raccontate. Dolores Sabella

Mio padre. Tornato a piedi da Mauthausen (lui era internato in uno dei campi satellite). Poca voglia di raccontare i particolari e tanta sofferenza. Taitù Batùl

Mio padre tornato dal fronte jugoslavo dopo l'armistizio fu catturato nell'agosto del 1944 durante un rastrellamento delle squadre faciste della Mutl in valle Po due suoi compagni furono subito fucilati con alcuni civili, lui e altri due furono torturati per giorni e poi da Torino mandati al campo di Dakau presso Monaco qualche giorno prima dell'arrivo degli alleati riuscì a fuggire con un compagno e a piedi e con mezzi di fortuna ritornò in Piemonte al suo arrivo era magrissimo e neanche mia nonna lo riconobbe. Per molti anni raccontò poco della sua prigionia quello che più ribadiva era che i suoi torturatori erano i fascisti italiani. Mauro Vaira

Mio nonno fu catturato l'8/9 con tutti i soldati italiani di Bolzano. Furono radunati per giorni nel greto del torrente Talvera. Fu portato in un campo di lavoro dove rimase fino a oltre la fine della guerra. Non amava parlarne se non dire che c'era stato e portava sempre una mostrina col numero del lager al colletto della giacca per ricordare. Si salvò mangiando le bucce delle patate scartate dai nazisti e perché sapendo il tedesco faceva da traduttore. Quando è tornato, oltre al peso aveva perso tutti i capelli. A un cugino di mia madre invece per tre volte fecero scavare la propria fossa e si salvò grazie ai raid aerei alleati che interruppero sempre questa macabra e terribile operazione. Stefano Nervo

Anche mio papà è una delle tante storie. Finì da militare in un campo di lavoro in Germania e tornò a piedi a casa, lo raccontava sempre ed io lo ascoltavo e mi sembrava impossibile. Invece è la storia di tutti quelli come lui che hanno potuto raccontarla. Manuela Bernaroli

Mio nonno fu un IMI, uno di quei militari che si rifiutarono di giurare fedeltà alla Repubblica di Salò. Fu fatto prigioniero in Jugoslavia e deportato in un campo vicino a Dachau. Raccontava spesso di quegli anni. Ricordava i treni usati per deportare gli ebrei. Con senno di poi avrei voluto ascoltarlo di più quando raccontava la sua storia. Questo è uno dei miei più grandi rammarichi. Francesca Pedron

Mio zio Celestino era un IMI deportato dalla Grecia in Germania. Trascorse due anni in un campo di lavoro mangiando bucce di patate trovate nelle immondizie. Al ritorno per un anno potè mangiare solo passati di verdura perché il suo stomaco era chiuso. Non parlava quasi mai di quanto aveva passato. Era socialista e antifascista e antimonarchico contro ogni totalitarismo. Mauro Buffa

Mio padre per non finire a combattere per i fascisti, o peggio perché un suo amico Carletto Ferrari di Varese fu catturato e ucciso, scappò come altri di notte e a piedi nella valle che collega Varese alla Svizzera. Finì in un campo di lavoro (dire prigionia agli svizzeri sembrava brutto) nel cantone San Gallo vivendo di pane acqua patate e una brodaglia che doveva essere una zuppa. Venivano mandati a lavorare nelle fattorie e quando andava bene gli davano un uovo. Alto 1,78 tornò a casa che pesava 45 chili!! Gigi Minonzio

Mio nonno aveva studiato dai Salesiani a Torino e poi era stato arruolato come militare a Pinerolo, aveva 22 anni. Insieme al suo plotone fu arrestato, perché si erano rifiutati di andare a combattere per il fascio. Fu deportato da un convoglio partito dal Piemonte in direzione Germania. Prima dell'ultima galleria nel confine italiano, gli altri che erano con lui gli dissero "noi saltiamo, non andiamo a morire, tu fai come ti pare". Mio nonno ci ha pensato su e ha deciso di saltare anche lui, disertando con tutti i suoi compagni. Ha fatto a piedi dal Piemonte alle Marche, da solo, nascondendosi, mangiando radici e bevendo dalle pozzanghere. Arrivato nella "sua" Amandola ha visto da lontano sua madre, penso di ricordare che era vicino a una fonte a riempire una conca. L'ha chiamata "Mamma!", ma la mia bisnonna sulle prime pensava ad un militare sbandato che in cerca di rifugio la chiamava "mamma" per farsi accogliere in casa. Mio nonno era deperito, quasi scomparso nel suo cappotto militare. Una volta vicini mia nonna l'ha riconosciuto, non ci poteva credere. Lo ha nascosto nel fienile di casa e qualche "bravo e solerte" vicino di casa ha pensato bene di denunciare la presenza di mio nonno, un disertore. Mia bisnonna fu arrestata, per costringere mio nonno a consegnarsi. Al che mio nonno, saputo dell'arresto, si è consegnato e fatto arrestare. Tradito dai suoi vicini. Di lì a pochissimi giorni giunsero le forze alleate e fu salvo. Mio Nonno ha buttato tutto quello che aveva di quel periodo e di Lui mi rimangono i racconti che mi riferisce mia madre. Alessandra Imbrescia

Il nonno di mio marito fu deportato a Mauthausen su segnalazione dei fascisti perché dava le medicine ai partigiani (lavorava in farmacia). Morì a 33 anni nel febbraio 1945 prima che arrivassero a liberare il campo. Francesca Fabris

Foto: David Boca - Unsplash

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