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Ad Alta Voce

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Dal 19 novembre al 21 dicembre alle 17.00 | Riduzione radiofonica in 25 puntate di Chiara Valerio.

Elia Schilton legge "Le linee d'ombra" di Amitav Ghosh

Elia Schilton legge "Le linee d’ombra" di Amitav Ghosh
dal 19 novembre al 21 dicembre alle 17.00
adattamento in 25 puntate di Chiara Valerio
The shadow lines di Amitav Ghosh. Copyright 1988, Amitav Gosh. Tutti i diritti riservati
traduzione di Anna Nadotti
Ad alta voce è un programma a cura di Anna Antonelli e Fabiana Carobolante, con Lorenzo Pavolini e Chiara Valerio

A trenta anni dalla sua prima pubblicazione, Ad Alta Voce propone la lettura del romanzo che ha ci fatto conoscere Amitav Ghosh, grande scrittore e saggista indiano. Le linee d'ombra è un romanzo verticale, fisso nel luogo – Londra, Calcutta – e che va avanti e indietro nel tempo, come la memoria e come la tendenza dei popoli a spostarsi.

Che cos’è Le linee d’ombrala risposta di Anna Nadotti, la traduttrice, per Ad Alta Voce
«Le linee d’ombra è un bellissimo romanzo sulla memoria, sui confini inventati, sulle cicatrici che questi confini tracciano sulla superficie terrestre, sui corpi e dentro l’anima.
È un romanzo sui conflitti seguiti alla decolonizzazione e sulle violenze religiose e comunaliste.
È un romanzo sulle potenzialità dell’immaginario, una narrazione per interposta persona, che è anche un romanzo sulla lingua, sul farsi e disfarsi di un lessico familiare prodotto dalle cicatrici di cui sopra.
A mio avviso è anche un romanzo sulle città, Calcutta e Londra dispiegate davanti agli occhi del lettore, in un lungo e cruciale arco di tempo - 1939 - 1964 - 1972».

Dal libro
“Trovavo una sola risposta, che ciò avviene perché quello stato d’animo, l’amore, è totalmente estraneo all’altra idea senza la quale non è dato di vivere come esseri umani, l’idea di giustizia. Solo in quanto è così profonda- mente nemico della giustizia, le nostre menti – che rabbrividiscono d’orrore davanti alla sua vera natura – cercano di addomesticare l’amore legandolo al suo opposto; è come se dicessimo a noi stessi: le ho comprato un brillante il cui valore è esattamente questo, oppure, lei ha rinunciato a una carriera che le avrebbe consentito di guadagnare esattamente tanto, nella speranza che applicando tutte le metafore della normalità, ammucchiandole una sull’altra, si riesca alla fine ad avvicinarsi a quello stato d’animo almeno metaforicamente. E invece tra quello stato d’animo e le sue metafore non può esistere alcuna connessione, non più di quante ne esistano tra una parola, ad esempio stuoia, e l’oggetto in sé: sono del tutto estranei l’uno all’altra, cosicché noi possiamo accumulare metafore – diamanti, suicidi, chilometri, sofferenze – e tuttavia non trovare traccia dello stato d’animo in sé. Possiamo addirittura trovare il suo contrario.”

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