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Giornata Mondiale della Poesia

Alfabetiere dalla H alla P

HA

TED HUGHES, Il Cavaliere (da Cave birds)
Ha conquistato. Ha abbandonato tutto.
Ora s’inginocchia. Sta offrendo la sua vittoria
E slacciando l’acciaio.
Davanti a lui ci sono le comuni pietre selvagge della terra –
Il primo ed ultimo altare
Su cui depone il suo bottino.
E ciò è giusto. Egli ha conquistato nel nome della terra.
Affidando questi trofei
Alla piccola pazzia di radici, alla stasi minerale
Ed alla pioggia.
Un grido soprannaturale sale.
Gli universi si accapigliano su di lui -
Qui un osso, lì uno straccio.
Il suo sacrificio è perfetto. Egli non serba nulla.
Orizzonti lo tirano da parte, venti lo bevono,
La terra stessa lo disfa da sotto –
La sua sottomissione è impeccabile.
Mosche vomitorie innalzano la sua bellezza.
Scarabei e formiche officiano
Infestandolo con istruzioni.
La sua pazienza cresce semplicemente più vasta.
I suoi occhi s’oscurano più audaci nella loro veglia
Mentre la cappella crolla.
Il suo dorso sopravvive alla sua religione,
I testi si sgretolano –
La bizzarra lingua cortese
Di ossa d’ali e d’artigli.
E già
Niente male del guerriero se non le sue armi
Ed il suo sguardo.
Lame, lance, frecce non tirate - e la bellezza del teschio
Avvolto negli stracci del suo stendardo.
Egli stesso è il suo stendardo e di quello stracci.
Mentre ora dopo ora il sole
Rafforza la sua rivelazione.

JEAN-PAUL SARTRE, Bariona o Il figlio del tuono
La Vergine è pallida e guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo viso è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano.
[Poiché il Cristo è il suo bambino, la carne della sua carne, e il frutto del suo ventre. L’ha portato nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio. E in certi momenti la tentazione è così forte che dimentica che è Dio. Lo stringe tra le sue braccia e dice: piccolo mio! Ma in altri momenti, rimane interdetta e pensa: Dio è là e si sente presa da un orrore religioso per questo Dio muto, per questo bambino terrificante. Poiché tutte le madri sono così attratte a momenti davanti a questo frammento ribelle della loro carne che è il loro bambino e si sentono in esilio davanti a questa nuova vita che è stata fatta con la loro vita e che popolano di pensieri estranei. Ma nessun bambino è stato più crudelmente e più rapidamente strappato a sua madre poiché egli è Dio ed è oltre tutto ciò che lei può immaginare.]
è una dura prova per una madre aver vergogna di sé e della sua condizione umana davanti a suo figlio. Ma penso che ci sono anche altri momenti, rapidi e difficili, in cui sente nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che è Dio. Lo guarda e pensa: «Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia». E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive. Ed è in quei momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore, e cercherei di rendere l’espressione di tenera audacia e di timidezza con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo bambino-Dio di cui sente sulle ginocchia il peso tiepido e che le sorride.

JAMI (Abd Al-Rahman), (da Poesia dell’islam, Sellerio, 2004)
[…] Cosi la canna che prende a narrare
Si lamenta di tanto distacco:
Dal canneto in cui ogni inesistenza
aveva il colore dell’Unità e la luce del preesistere,
da quel canneto con la spada della separazione mi hanno tagliata,
e da allora al mio suono hanno pianto uomini e donne.
Chi è l’uomo? Sono i nomi che diede il Creatore amoroso,
agenti negli stati dell’esistena.
Chi è la donna? Sono le essenze d’ogni possibilità,
fatte passive rispetto ai nomi e agli attributi.
E poiché nomi ed essenze si manifestano tutti nell’ambito umano,
è il pianto del Tutto che s’ode nel pianto dell’uomo,
il pianto di ognuno che sia separato dall’Origine sua.
La nostalgia della patria li ha presi tutti alla gola:
ecco il segreto del pianto di uomo e donna. […]

WILLIAM SHAKESPEARE, sonetto 75: Tu sei per la mia mente come il cibo per la vita
Tu sei per la mia mente come il cibo per la vita,
Come le piogge di primavera sono per la terra;
E per goderti in pace combatto la stessa guerra
Che conduce un avaro per accumular ricchezza.
Prima orgoglioso di possedere e, subito dopo,
Roso dal dubbio che il tempo gli scippi il tesoro;
Prima voglioso di restare solo con te,
Poi orgoglioso che il mondo veda il mio piacere.
Talvolta sazio di banchettare del tuo sguardo,
Subito dopo affamato di una tua occhiata:
Non possiedo né perseguo alcun piacere
Se non ciò che ho da te o da te io posso avere.
Così ogni giorno soffro di fame e sazietà,
Di tutto ghiotto e d’ogni cosa privo.

INSETTI 

PABLO NERUDA, Dove sarà la Guglielmina?
[ … ] Io avevo quattordici anni
ed ero orgogliosamente oscuro
magrolino, snello e aggrottato
funereo e cerimonioso:
io vivevo con i ragni,
inumidito dal bosco,
conosciuto dai coleotteri
e dlle api tricolori,
io dormivo con l epernici
sprofondato sotto la menta. […]

PABLO NERUDA, Infanzia e poesia (da Confesso che ho vissuto, 1974 postumo)
[ … ] Mi attiravano gli uccelli, gli scarabei, le uova di pernice. Era miracoloso scoprirle nelle fessure, brunite, scure e lucenti, di un colore simile a quello della canna di un fucile. Ero sbalordito dalla perfezione degli insetti. Raccoglievo le « madri della serpe». Con questo nome stravagante veniva chiamato il più grande coleottero nero brunito e forte, il titano degli insetti del Cile.

ADRIANO SPATOLA, Majakovskij
[…] (narratio)
con un po’ di fervore ma ancora variabile per confermare
il tutto per confermare lei che ama con insistenza
che vegeta ramificata nel vuoto pneumatico del suo racconto
la prognosi tattile l’eccezionale stupefacente chiarezza
la domestica peste la febbre in espansione nell’universo
con un po’ di fervore ma sempre variabile per confermare
il tutto per confermare lei che ama con insistenza
(partitio)
ogni singola parola è adesso una tempesta di gesti
un riflesso delle sue ribellioni o la piacevole ombra
dell’albero che messo in moto si libera dai coleotteri
il palmipede ossuto lo stimolo ligneo che s’agita negli strumenti
per l’apertura per l’enfasi in certi momenti della giornata
alle spalle degli animali braccati nello spettacolo esploso
degli animali braccati che scivolano nella materia

ROSSANA OMBRES, Gli Scarabangeli, in Bestiario d’amore (Rizzoli, 1974)
Un tuono a sinistra, nell’Eden,
e un fulmine tranciò
l’albero della Salvazione dai vinosi frutti.
Rafael, principe di tutti gli elettuari,
si dava d’attorno con la sua triaca
(linfa di fegato di pesce, fiori di manna e polvere
di zanna di pachiderma)
per salvare almeno Eva
portatrice di seme maturo.
Ma per errore salvò Lilit,
démone femminile schivo d’amplessi
che non sa qual sia l’uomo e quale il caprone
e l’uno e l’altro rifugge
usando del tempestivo odorato e del potere del volo:
e genera ad ogni nuova luna
dolci angeliche creature
dalle ali di scarafaggio.

ROCCO SCOTELLARO, Storiella del vicinato [1948] (da E’ fatto giorno)
[Era cosi folla di rondini
sulle nostre teste piccine,
era facile sempre
sganciare per le scale
da una spirale di ferro
una farfalla di latta,
e si feriva a segno un’ala,
il becco, il ventre d’un rondinone.
Crescemmo a frotte in ogni vicinato
fiori di delinquenti
piedi nella guazza.
Noi morsicammo i capezzoli delle mamme,
sono neri ora di fumo gl’incisivi.
E siamo ancora tutti vivi,
rifaremmo i giuochi ad uno ad uno,
non abbiamo più avuto un raduno].
Oh il nostro saluto è primaverile,
è come una cangiata sottile
di sole sull’inferriata
dove in ore distinte
ci sediamo di rado.
E negl’incontri di stagione,
ci si incontra come l’acqua e il sole,
andiamo spiando nei vestiti
gli organi ingranditi
col sorriso sulla fronte.
[I primi han scordato l’appello,
era un fischio d’uccello.
Ma siamo tutti presenti i compagni,
fin qua nessuno è caduto,
nessuno di noi è rimasto in campagna,
e nessuno è marchiato dalla fionda.
Il primo e l’ultimo fu buon soldato
dell’armata del quartiere].
Io che fui il pioniere
forse per voi mi son perduto.
Ho le carni verdi del fanciullo battuto.
Vado coi quaderni al petto
infilo le parole come insetti,
mi tengo la testa in altro mondo,
non seguo più gli orari dell’alba e del tramonto.
Oh le mie ossa rotte,
non sono il più capace saltagrotte!
Dopo un lampo tra i ciliegi
contare fino a dieci
lo scoppio del tuono
io non sono più buono.
Ogni lampo che si spegne, quel dito
che m’insegue mi ha già colpito.
Chi mi fece mettere la firma
ogni giorno che passo da riserva?
M’avete ridotto un tabernacolo.
Il capitano è sempre il più solo nella battaglia.
Mi affaccio di notte da questa muraglia,
tengo le fila di quei pupazzi
allegri che noi fummo.
M’avete degradato,
m’avete messo di guardia
e non credete che possa tradirvi
e la rondine aggressiva
davanti al mio balcone
svolta a un palmo di mano
dall’occhio del capitano.

LAMPADA

ARSENIJ TARKOVKIJ, Ospedale da campo (traduzione di Donata De Bartolomeo)
Girarono il tavolo verso la luce. Io giacevo
con la testa all’ingiù, come carne al peso,
la mia anima palpitava nella rete
ed io mi vedevo dal di fuori:
senza aggiunte ero equilibrato
come un grasso peso del mercato.
Questo avveniva
nel centro di uno scudo di neve
scheggiato nella parte occidentale,
nel circolo di paludi che non gelano,
di alberi con le gambe massacrate
e di piccole stazioni ferroviarie
con crani spaccati, nere
per i passi nella neve, ora doppi, ora
tripli. Quel giorno il tempo si fermò,
le ore non passavano e le anime dei treni
lungo le scarpate non sfrecciavano più
senza lampade, nei grigi lasti del vapore
e non c’erano né nozze di cornacchie, né tempeste
né disgeli in quel limbo
dove io giacevo, nella vergogna, nudo,
nel mio sangue, fuori del campo di gravitazione
futura.
Ma io mi spostai e cominciai a camminare sugli assi
intorno allo scudo di neve abbagliante
ed in basso, al di sopra della mia testa,
sette aeroplani si spiegarono
e la garza, come corteccia d’albero
si induriva sul corpo e correva
il sangue di un altro dal matraccio nelle mie vene
ed io respiravo, come un pesce nella sabbia,
ingoiando la dura, micacea, terrestre
fredda e benedetta aria.
Avevo le labbra arse ed ancora
mi davano da bere col cucchiaino ed ancora
non potevo ricordare come mi chiamavo
ma rinacque nella mia lingua
il vocabolario del re David.
Ma dopo
anche la neve andò via ed una precoce primavera
si sollevò in punta di piedi e coprì
gli alberi col suo giallo scialle.

RABINDRANATH TAGORE, E' finita la notte
E' finita la notte.
Spegni la lampada fumante
nell'angolo della stanza.
Sul cielo d'oriente
è fiorita la luce dell' universo:
è un giorno lieto
Sono destinati a conoscersi
tutti coloro che cammineranno
per strade simili.

EMILY DICKINSON, poesia numero 883, tradotta da Silvio Raffo
Accendere una lampada e sparire -
questo fanno i poeti -
ma le scintille che hanno ravvivato -
se vivida è la luce
durano come i soli -
ogni età una lente
che dissemina
la loro circonferenza

GIOVANNI PASCOLI, primo dei Canti di Castelvecchio
Io sono una lampada ch'arda
soave!
la lampada, forse, che guarda,
pendendo alla fumida trave,
la veglia che fila;
e ascolta novelle e ragioni
da bocche
celate nell'ombra, ai cantoni,
là dietro le soffici rócche
che albeggiano in fila:
ragioni, novelle, e saluti
d'amore, all'orecchio, confusi:
gli assidui bisbigli perduti
nel sibilo assiduo dei fusi;
le vecchie parole sentite
da presso con palpiti nuovi,
tra il sordo rimastico mite
dei bovi.

CHARLES BAUDELAIRE, Il viaggio (da I fiori del male)
Per il ragazzo, amante delle mappe e delle stampe,
l´universo è pari al suo smisurato appetito.
Com’è grande il mondo al lume delle lampade!
Com’è piccolo il mondo agli occhi del ricordo!
Un mattino partiamo, il cervello in fiamme,
il cuore gonfio di rancori e desideri amari,
e andiamo, al ritmo delle onde, cullando
il nostro infinito sull´infinito dei mari:
c’è chi è lieto di fuggire una patria infame;
altri, l’orrore dei propri natali, e alcuni,
astrologhi annegati negli occhi d’una donna,
la Circe tirannica dai subdoli profumi.
Per non esser mutati in bestie, s’inebriano
di spazio e luce e di cieli ardenti come braci;
il gelo che li morde, i soli che li abbronzano,
cancellano lentamente la traccia dei baci.
Ma i veri viaggiatori partono per partire;
cuori leggeri, s’allontanano come palloni,
al loro destino mai cercano di sfuggire,
e, senza sapere perchè, sempre dicono: Andiamo!
I loro desideri hanno la forma delle nuvole,
e, come un coscritto sogna il cannone,
sognano voluttà vaste, ignote, mutevoli
di cui lo spirito umano non conosce il nome!

ROBERTO ROVERSI, 20 parole
Io ti amo da altezze incredibili
ragazzo vestito di bianco e di arancio
per guanciale il tuo corpo mi dai
solo i sogni non muoiono mai.
Io ti amo da spazi infiniti
ragazzo vestito di sale e di vento
e ti ascolto da solo, mio cuore
questa sera di nuvole nere
sul guanciale rimane l’amore
con un sogno di 20 parole.

FRANCO LOI,  Essere uno a se stessi: la poesia secondo Franco Loi
“Sono arrivato davanti al portone di casa mia, ho aperto il portone, e davanti a me, nell’atrio, c’era una barella con su steso mio padre. Il quale, era con gli occhi chiusi e le braccia lungo i fianchi. E ho guardato, ho guardato la lampada che ballava, dondolava. Ho guardato l’ombra, ho riguardato la lampada ho riguardato mio padre, e ho detto: è impossibile. E sono corso in mezzo all’immagine. Era un’immagine.

Però, due anni dopo, mio padre ha avuto la paresi. Abbiamo dovuto chiamare il medico, di Niguarda. Come l’ha visto, ha detto: è un ictus. E l’ha portato subito all’ospedale. E io sono andato via con gli infermieri. Per fargli strada, sono andato avanti; quando stavo per aprire il portone, ho fatto per tirare fuori la chiave – il portone si è aperto. E una signora che veniva a casa tutte le sere alle sei, quella sera chissà perché è tornata a mezzanotte. Era mezzanotte, quando l’abbiamo portato via. Quando ha aperto la porta, sono uscito, mi sono girato – e ho visto la stessa scena. C’era mio padre disteso sulla barella, con le mani lungo i fianchi, gli occhi chiusi, la lampada che dondolava.”

ANTONELLA ANEDDA, da Residenze invernali (Crocetti, 2008)
Le ceste appese, il chino stupore, gli animali.
Riposavano nel legno, non li amavo.
Amavo invece gli oggetti.
La brocca e la lampada
il loro ardore notturno.
Ciò che si consuma.

ELIO PAGLIARANI, Se facessimo un conto delle cose, da Inventario privato
Se facessimo un conto delle cose
che non tornano, come quella lampada
fulminata nell’atrio alla stazione
e il commiato allo scuro, avremmo allora
già perso, e il secolo altra luce esplode
che può farsi per noi definitiva.
Ma se ha forza incisiva sulla nostra
corteccia questa pioggia nel parco
da scavare una memoria – compresente
il piano d’assedio cittadino in tutto il quadrilatero –
e curiosi dei pappagalli un imbarazzo
ci rende, per un attimo, dicendoti dei fili di tabacco
che hai sul labbro, e perfino una scoperta
abbiamo riserbata: anche a te piace
camminare? (e te non stanca? che porti
tacchi alti, polsi, giunture fragili
che il mio braccio trova a fianco,
il tuo fianco, le mani provate sopra i tasti
milanese signorina)
se ci pare che quadri tutto questo
con l’anagrafe e il mestiere, non il minimo buonsenso
un taxi se piove / separé da Motta
Ginepro e Patria / poltrone alla prima
ci rimane, o dignità, se abbiamo solo in testa
svariate idee d’amore e d’ingiustizia.

MARTELLO

MICHELANGELO, Rime, sonetto numero 46
Se 'l mie rozzo martello i duri sassi
forma d'uman aspetto or questo o quello,
dal ministro, ch'el guida iscorgie e tiello,
prendendo il moto, va con gli altrui passi:
Ma quel divin, ch'in ciela alberga e stassi,
altri, e sé più, col proprio andar fa bello;
e se nessun martel senza martello
si può far, da quel vivo ogni altro fassi.
E perché 'l colpo è di valor più pieno
quant'alza più se stesso alla fucina,
sopra 'l mie, questo al ciel n'è gito a volo.
Onde a me non finito verrà meno,
s'or non gli dà la fabbrica divina
aiuto a farlo, c'al mondo era solo.

PIER PAOLO PASOLINI, El Testament Coràn - dal volume secondo de La meglio Gioventù, Romancero (1947-1953)
Nel mille novecento quaranta quattro
facevo il famiglio dei Boter:
era il nostro tempo sacro
arso dal sole del dovere.
Nuvole nere sul focolare
macchie bianche nel cielo
erano la paura e il piacere
di amare la falce e il martello.
Io ero un ragazzo di sedici anni
con un cuore ruvido e disordinato
con gli occhi come rose roventi
e i capelli come quelli di mia madre.
Cominciavo a giocare alle carte
a ungere i ricci, a ballare di festa.
Scarpe scure, camicia chiara,
giovinezza, terra straniera! […]

DYLAN THOMAS, Ad altri da te
Amico da nemico io ti sfido.
Tu con monete false nelle borse degli occhi,
Tu amico mio dall'aria accattivante
Che per vera mi rifilasti la menzogna
Mentre spiavi bronzeo i miei più gelosi pensieri,
Che mi allettasti con luccicanti pezzi d'occhio
Finché il dente goloso del mio affetto trovò il duro
E scricchiolò, e io inciampai e succhiai,
Tu che ora evoco a stare come un ladro
Nella memoria, moltiplicato da specchi,
In sorridente inobliabile atto,
Mano lesta nel guanto di velluto
E un martello contro il mio cuore,
Eri una volta una tale creatura, un così allegro,
Schietto, spassionato compagno,
Che non avrei mai detto né creduto
Mentre una verità spostavi nell'aria,
Che per quanto li amassi per i loro difetti
Come pei loro pregi,
I miei amici non erano che nemici su trampoli
Con la testa fra nuvole d'astuzia.

GIORGIO MANGANELLI
scrivi, scrivi;
se soffri, adopera il tuo dolore:
prendilo in mano, toccalo,
maneggialo come un mattone,
un martello, un chiodo,
una corda, una lama;
un utensile, insomma.
se sei pazzo, come certamente sei,
usa la tua pazzia: i fantasmi
che affollano la tua strada
usali come piume per farne materassi;
o come lenzuoli pregiati
per notti d’amore;
o come bandiere di sterminati
reggimenti di bersaglieri.
usa le allucinazioni: un
ectoplasma serve ad illuminare
un cerchio del tavolo di legno
quanto basta per scrivere una cosa egregia-
usa le elettriche fulgurazioni
di una mente malata
cuoci il tuo cibo sul fuoco del tuo cuore
insaporiscilo della tua anima piagata
l’insalata, il tuo vino
rosso come sangue, o bianco
come la linfa d’una pianta tagliata e moribonda.
usa la tua morte: la gentilezza
grafica gotica dei tuoi vermi,
le pause elette del nulla
che scandiscono le tue parole
rantolanti e cerimoniose;
usa il sudario, usa i candelabri,
e delle litanie puoi fare
un bordone alla melodia – improbabile –
delle sfere.
usa il tuo inferno totale:
scalda i moncherini del tuo nulla;
gela i tuoi ardori genitali;
con l’unghia scrivi sul tuo nulla: a capo.
NO, negazione (Penna, Montale, Milosz, Guidacci, Larkin, Masters)

SANDRO PENNA, La mia poesia non sarà, apertura della sezione “Giovanili ritrovate” (1927-1936)
La mia poesia non sarà
un giuoco leggero
fatto con parole delicate
e malate
(sole chiaro di marzo
su foglie rabbrividenti
di platani di un verde troppo chiaro).
La mia poesia lancerà la sua forza
a perdersi nell’infinito
(giuochi di un atleta bello
nel vespero lungo d’estate).

EUGENIO MONTALE, Non chiederci la parola da Ossi di seppia
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato. 
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

MARGHERITA GUIDACCI, da Il vuoto e le forme (Rebellato, 1977)
Non penso dunque sono e non amo 
dunque sono e non spero non agisco e non sento. 
Vuoto in fronte e alle spalle. Non sono dunque sono: 
dunque sono tua figlia, mio disperato tempo.

CZESŁAW MIŁOSZ, Ovunque
Ovunque mi trovo, in qualsiasi posto
su questa terra, nascondo di fronte a tutti la convinzione,
che  non sono di qua.
Come se io fossi mandato ad assorbire il più possibile di
colori, gusti, suoni, profumi e sperimentare
tutto, ciò che è
destino dell’uomo, trasformare ciò che prova
in un registro magico e portarlo la, da dove
sono venuto.

PHILIP LARKIN, Finestre alte (traduzione di Ennio Speranza)
Quando vedo una coppia di ragazzi
e immagino che lui se la scopa e lei
prende la pillola o si mette il diaframma,
io so che questo è il paradiso
che ogni vecchio ha sognato per tutta la vita –
legami e gesti accantonati in un angolo
come una vecchia mietitrebbia,
e ogni giovane che va giù per lo scivolo
verso la felicità, senza fine. Mi chiedo
se qualcuno osservandomi, quarant’anni fa,
avrà pensato: Quella sarà la vita;
non più Dio, non più sudore e paura la notte – non più sudori nel buio
a causa dell’inferno e di cose così, non più
il dover nascondere quello che pensi del prete.
Lui e quelli come lui tutti giù per lo scivolo
come maledetti uccelli liberi. E all’improvviso
piuttosto che le parole, mi arriva il pensiero di finestre alte:
del vetro che raccoglie il sole,
e, al di là, l’aria blu e profonda, che mostra il
nulla, che non arriva da nessuna parte, e che non ha fine.

EDGAR LEE MASTERSGustav Richter da Spoon River Anthology – traduzione di Maria Grazia Calandrone (Giunti, 2015)
Dopo una lunga giornata di lavoro nelle mie serre
dormire era dolce, ma, dormendo sul fianco sinistro, i sogni
possono finire bruscamente.
Io ero tra i miei fiori, quando qualcuno
sembrò farli fiorire per prova, come preparandosi
a trapiantarli, dopo,
in un più vasto campo all’aria aperta.
E io ero un’apparizione immateriale
dentro la luce: fu come se il sole
avesse inondato l’interno e, toccata la cupola di vetro
come un palloncino, fosse scoppiato dolcemente
e si fosse dissolto in un’aria d’oro.
E tutto era silenzio, tranne uno splendore
immanente, un pensiero chiaro
come una voce e io, che ero pensiero,
potevo sentire una Presenza pensare
e avanzare tra le cassette, sfoltendo le foglie,
individuando insetti e annotando le sue valutazioni,
con uno sguardo che ha compreso tutto:
“Omero, oh, sì! Pericle, va bene.
Cesare Borgia, che ne facciamo di lui?
Dante, troppo concime, forse.
Napoleone, per il momento lasciamolo stare.
Shelley, più terra. Shakespeare, ha bisogno di essere irrorato – “
Ehi, nuvole! -

ORDINE

ROBERT MUSIL da L’uomo senza qualità
“Estrai il senso da tutte le opere poetiche e ne ricaverai una smentita interminabile – di tutte le norme, le regole e i principi vigenti sui quali posa la società che ama tali poesie! Una poesia col suo mistero trafigge il senso del mondo…
Se questo, com’è costume, si chiama bellezza, allora la bellezza dovrebbe essere uno sconvolgimento mille volte più crudele e spietato di qualunque rivoluzione politica!”

WISLAWA SZYMBORSKA, C’è chi  (dalla raccolta postuma Basta così)
C’è chi meglio degli altri realizza la sua vita.
È tutto in ordine dentro e attorno a lui.
Per ogni cosa ha metodi e risposte.
È lesto a indovinare il chi il come il dove
e a quale scopo.
Appone il timbro a verità assolute,
getta i fatti superflui nel tritadocumenti,
e le persone ignote
dentro appositi schedari.
Pensa quel tanto che serve,
non un attimo in più,
perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio.
E quando è licenziato dalla vita,
lascia la postazione
dalla porta prescritta.
A volte un po’  lo invidio
– per fortuna mi passa.

GIORGIO CAPRONI, Altro inserto (da L’opera in versi, Mondadori 1998)
Per quanto tu ragioni, c’è sempre un topo – un fiore – a scombinare la logica.
Direi che tutto nel tuo ragionamento è perfetto, se non avessi davanti questo prato di trifoglio. E sarei anche d’accordo con te, se nella mente non mi bruciasse (se non bruciasse la mente – con dolcezza) quest’odore di tannino che viene dalla segheria sotto la pioggia; quest’odore di tronchi sbucciati (d’alba e d’alburno), e non ci fosse il fresco delle foglie bagnate come tanti lunghi occhi, e il persistente (ma sempre più sbiadito) blu della notte.

GIORGIO MANGANELLI, da Poesie (Crocetti 2006)
Quando ti scopri a te stesso imprevedibile
o innamorato, esperimenti
gesti solenni, inevitabili
che propongono nuovi lineamenti:
o squassa una danza arcaica
le membra inveterate,
o scelta d'una femmina;
in vite altre da te, a te sottratte
individui il ritmo
che la tua vita squadra
in tempi ragionevoli;
non ti appartieni più, sei
totalmente morto: e sei salvo.

JACK HIRSCHMAN, L’arcano delle Torri Gemelle (tradotta da Raffaella Marzano)


  1. Un lutto tale dal quale
    potremmo svegliarci
    (essendo stati risvegliati da una tale luce)
    per vedere la luce
    alla fine:
    che noi siamo ora
    non più
    né meno ma siamo stati più di altri
    una terra violenta
    nei nostri mercati monetari
    nella nostra “legge ed ordine”
    nei nostri “Quotidiani” quotidiani
    nei nostri letti
    una vita violenta
    fingendo un’innocenza impenetrabile
    e il potere simbolizzato
    da quelle gigantesche
    Twins.
    La loro distruzione:
    sogno di Hitler, sognato persino
    prima che fossero costruite,
    prima che il suo suicidio
    cominciasse a combattere al fianco
    del fanatismo religioso.
    E noi
    che avevamo ereditato tanto
    della sua violenza ed anti-comunismo,
    noi, che infine abbiamo persino
    finanziato l’attacco
    alla nostra pretesa innocenza
    – noi così a nostro agio
    con il fascismo (negato, naturalmente)
    con la brutalità (rinnegata naturalmente)
    con la libertà sentimentalizzata
    da un nucleo di vuoto distruttivo,
    disperazione,
    cinismo in fondo,
    figli di un nichilismo
    a stelle e strisce (naturalmente negato e rinnegato)
    “dalla California
    all’isola di New York”
    fratelli e sorelle,
    i miei
    così tristemente colpiti,
    così profondamente colpiti.

  2. L’Israeliano dice: “Ora lo sanno”
    lui che è stato infestato
    dai geni
    di una siringa di male indimenticabile
    lunga dodici anni.
    Probabilmente siamo noi ora a sapere
    che cosa significhi essere totalmente detestati
    fino all’apocalisse.
    Ed è una difesa fascista contro
    un attacco fascista che il mondo
    sta preparando, perché non c’è altro
    che quel nulla
    di un pianeta scorpione che si mangia
    la coda;
    ed è la consapevolezza di questa verità
    che raddoppia il lutto
    e rende più profonda la paura
    della perdita dell’innocenza
    che già prima era una bugia.
    Questa volta siamo davvero intrappolati
    dalla verità e ci addolora
    noi che siamo stati così a nostro agio
    nella libertà della menzogna.
    Questa volta la mobilitazione totale
    della consapevolezza della guerra dice:
    anche se il pacifismo cresce,
    anche se esso impedirà attacchi in risposta,
    anche se la non violenza trionfa,
    il futuro sarà
    come un uomo di colore,
    o come l’erotismo,
    che pur non più linciato o censurato,
    comunque non si sentirà
    mai completamente a proprio agio
    in questa vita terrena.
    Il dominio del nulla
    è completo ora.
    Dio assassinato da un lato.
    Dio suicidato dall’altro.
    Il trionfo del fascismo.
    Siamo condannati a vivere
    le nostre vite non-violente
    comprando e vendendo
    e pregando la violenza
    nostro malgrado
    perché non c’è nient’altro,
    nulla è cambiato,
    è solo più chiaramente rivelato.

  3. Celia,
    so che sei corsa verso
    non via da,
    per aiutare, salvare.
    E che hai visto il
    secondo aereo svanire
    nel muro mentre correvi
    in quella direzione.
    E che hai visto, per
    la prima volta nella tua vita,
    esseri umani saltare giù
    da finestre altissime.
    E le Twins collassare
    in un’unica montagna ripiegata
    di una morte moltiplicata per mille
    e macerie e polvere.
    Nulla di ciò che ho visto
    su uno schermo televisivo
    migliaia di miglia lontano
    in un altro continente
    può avvicinarsi all’orrore
    di ciò che tu hai visto mentre
    correvi verso la scena
    fin quando non hai più potuto,
    nuvole di polvere si espandevano
    nelle strade e
    quelli che correvano
    via dal nucleo per salvarsi
    ti dicevano che non potevi
    andare oltre, non potevi aiutare,
    non potevi salvare, o mia
    coraggiosa, coraggiosa figlia.
    So che il tuo dolore non viene
    da lontano. In vano, in vano
    sono morti! gridi e
    la tua disperazione allora forse
    ci risparmia, forse addirittura ci salva
    dallo shock che
    ha trasformato il futuro in un
    arcaico scavo archeologico.

  4. La notte che è arrivata, la notte tecnologica, lunga tutto il giorno,
    e con essa il lutto,
    il digiuno dei veloci,
    il gusto amaro
    del proprio deserto.
    E che non è solo nostro
    perché tutti parliamo con bocche di sabbia,
    e le dune crescono, a onde con le parole
    di un’oscurità abbagliante nel sole
    che è infranto in ciascuno di noi.
    Per tutta la notte, aeroplani ed elicotteri hanno volato
    sui portici terra bruciata di Bologna,
    dove mi ritrovo
    in lutto.
    È diventato lo Stato
    dell’Essere.
    Una bandiera nera
    a mezz’asta.
    Sospesa a mezz’aria.

AMELIA ROSSELLI, da Variazioni belliche
E poi si adatterà, alle mie cambiate contingenze, car
io ho cambiato residenza, non sono più il fiore
timido appeso dove erano i salici e non voglio le tue tenerezze
che crudele combatto perché io non ho più
tenerezza. Se tu la mia tomba vorrai sfiorare con le delicate mani
poni una pietra di ferro e di peso sulla bianca lastra che mi
copre e tu scriverai
il verso che chiude
l’intenso paragone. Non ho più la lana nel fosso, e non ho
nemmeno la tenera fede di chi ti toccava la mano per la
comprensione ora non rivoglio, la luna è piena abbastanza, e fa lei
da grande sorella, e il suo micidiale raggio io per diavoleria ora
seguo, che m’illumini gli spigoli dell’essere, su di un tenerello prato
dove remano in un modo sofferente e cauto
i morti di domani. Non più camminerò con
te le tue strade ben ricolte fra le tombe vasarie, e la
rugiada può far bruciare i miei piedi, io m’assiedo e
rido e sputo sui franchi visi dei giovinotti ammazzati dal tuo
ordine. Non vi fosse questa mia e di altri crudeltà non vi
fossero quelle allungate gambe, quei dorsi nudi e gracili
sotto la erba. L’intento tuo non raggiungerai, prima che tu
passi per i miei canali stretti e duri.

PORCOSPINO

poesia cinese di epoca TANG
Lui cammina lentamente come un puntaspilli ambulante,
si ferma e si appallottola come un ricciolo castano.
Non si preoccupa perché lui è così piccolo.
Nessuno lo schiaffeggerà.

SHAKESPEARE, Amleto
“Se non mi fosse interdetto di aprire i segreti della mia prigione, potrei raccontare cose di cui la più impalpabile ti strazierebbe l’anima, gelerebbe il tuo giovane sangue, e ti farebbe schizzare gli occhi dalle orbite come  stelle, scompigliando i ben composti nodi della tua capigliatura: ogni singolo capello ti si rizzerebbe in testa come gli aculei dell’irascibile istrice.”

ARTHUR SCHOPENHAUER, dilemma del porcospino (in Parerga e paralipomena)
“Alcuni porcospini, in una fredda giornata d'inverno, si strinsero vicini, vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l'uno dall'altro. Quando poi il bisogno di riscaldarsi li portò nuovamente a stare insieme, si ripeté quell'altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro fra due mali. finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.
Così il bisogno di società, che scaturisce dal vuoto e dalla monotonia della propria interiorità, spinge gli uomini l'uno verso l'altro; le loro molteplici repellenti qualità e i loro difetti insopportabili, però, li respingono di nuovo l'uno lontano dall'altro. La distanza media, che essi riescono finalmente a trovare e grazie alla quale è possibile una coesistenza, si trova nella cortesia e nelle buone maniere. […]  Colui, però, che possiede molto calore interno preferisce rinunciare alla società, per non dare né ricevere sensazioni sgradevoli.”

STEPHEN WACK, Dilemma del porcospino (traduzione di Maria Grazia Calandrone)
[…] Io, l’umano, l’imperfetto, continuo a essere rimescolato dalla sua luce, e continuo a ricevere l’inevitabile condanna.
Lei mi porta una rabbia sovrumana e un amore carnale.
Chiamano questo “dilemma del porcospino”;
Più siamo vicini, più intenso è il nostro desiderio, più veniamo feriti.
Tanto più mi trafiggono le dolorose richieste della sua possessività.
Male e dolore.
Solstizio, e –
Il mio amore viene sostituito dai casti, freddi baci dei primi passi dell’autunno.
Questo è il mio destino.
Io seguo il mio amore mentre vola a Sud, in cerca di nuovi compagni per saziarsi.
Il solo pensiero mi sconvolge.
Ma non oso tirare a terra il suo spirito libero.
Lei può fuggire lontana mentre sono solo, in impaziente attesa.
Un giorno, un giorno o l’altro, tornerà da me.
Mi cullerà di nuovo fra le sue braccia, passerà ancora le dita fra i miei capelli, mi tenterà di nuovo con i suoi
segreti, mi bagnerà con le sue lacrime, ancora…
Il mio amore tornerà con il solstizio d’estate.

HEINRICH HOFFMANN, Pierino Porcospino (tradotto da Gaetano Negri)
Oh, che schifo quel bambino!
È Pierino il Porcospino.
Egli ha l’unghie smisurate
Che non furon mai tagliate;
I capelli sulla testa
Gli han formata una foresta
Densa, sporca, puzzolente.
Dice a lui tutta la gente:
Oh, che schifo quel bambino!
È Pierino il Porcospino.

EUGENIO MONTALE, Notizie dall’Amiata (da Le occasioni)
Il fuoco d’artifizio del maltempo
sarà murmure d’arnie a tarda sera.
La stanza ha travature
tarlate ed un sentore di meloni
penetra dall’assito. Le fumate
morbide che risalgono la valle
d’elfi e di funghi fino al cono diafano
della cima m’intorbidano i vetri,
e ti scrivo da qui, da questo tavolo
remoto, dalla cellula di miele
di una sfera lanciata nello spazio
e le gabbie coperte, il focolare
dove i marroni esplodono, le vene
di salnitro e di muffa sono il quadro
dove tra poco romperai. La vita
che t’affabula è ancora troppo breve
se ti contiene! Schiude la tua icona
il fondo luminoso. Fuori piove.
***
E tu seguissi le fragili architetture
annerite dal tempo e dal carbone,
i cortili quadrati che hanno nel mezzo
il pozzo profondissimo; tu seguissi
il volo infagottato degli uccelli
notturni e in fondo al borro l’allucciolìo
della galassia, la fascia d’ogni tormento. 
Ma il passo che risuona a lungo nell’oscuro
è di chi va solitario e altro non vede
che questo cadere di archi, di ombre e di pieghe.
Le stelle hanno trapunti troppo sottili,
l’occhio del campanile è fermo sulle due ore,
i rampicanti anch’essi sono un’ascesa
di tenebre ed il  loro profumo duole amaro.
Ritorna domani più freddo, vento del nord,
spezza le antiche mani dell’arenaria,
sconvolge i libri d’ore nei solai,
e tutto sia lente tranquilla, dominio, prigione
del senso che non dispera! Ritorna più forte
vento di settentrione che rendi care
le catene e suggelli le spore del possibile!
Son troppo strette le strade, gli asini neri
che zoccolano in fila danno scintille,
dal picco nascosto rispondono vampate di magnesio.
Oh il gocciolìo che scende a rilento
dalle casipole buie, il tempo fatto acqua,
il lungo colloquio coi poveri morti, la cenere, il vento,
il vento che tarda, la morte, la morte che vive!
Questa rissa cristiana che non ha
se non parole d’ombra e di lamento
che ti porta di me? Meno di quanto
t’ha rapito la gora che s’interra
dolce nella sua chiusa di cemento.
Una ruota di mola, un vecchio tronco,
confini ultimi al mondo. Si disfà
un cumulo di strame: e tardi usciti
a unire la mia veglia al tuo profondo
sonno che li riceve, i porcospini
s’abbeverano ad un filo di pietà.

EUGENIO MONTALE, A pianterreno  (da Satura)
Scoprimmo che al porcospino
piaceva la pasta al ragù.
Veniva a notte alta, lasciavamo
il piatto a terra in cucina.
Teneva i figli infruscati
vicino al muro del garage.
Erano molto piccoli, gomitoli.
Che fossero poi tanti
il guardia, sempre alticcio, non n’era sicuro.
Più tardi il riccio fu visto
nell’orto dei carabinieri.
Non c’eravamo accorti
di un buco tra i rampicanti.

 

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