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Giornata Mondiale della Poesia

Alfabetiere dalla A alla G

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ACCIAIO

GIORGIO CAPRONI, Catene (da Il Conte di Kevenhüller)
Verso la notte.
Quando
il vento alza ancora scintille
sulle creste.
Verso
la pietra dura, dove
risuona il passo e cresce
solo il lichene.
Verso
l’acciaio del fiume.
Acciaio
che sa di catene ….
Di tutte le braci vive
del sangue, poche bacche
rosse nel gelo.
Poche
smarrite ortiche.
(“…E un ricordo – troppo vago – di vene.)

MARIO PINCHERLE, Senza Ali
Se tu saprai sfidare,
la gravità che fa cadere i corpi,
e avere nervi freddi e risoluti,
e se le gambe tue saranno molle,
forti e vibranti di vibrante acciaio
e avrai occhi di aquila o di falco
e incederai con la grazia di un cigno,
pure con questi pregi e queste doti
sarà vano il tuo volo e senza ali
se non saprai vibrar d’amore
col pulsare del cuore.
Questo per me, è lo Spirito ardente 
e la Forza vincente
che ti fa “primo” alle Olimpiadi antiche.

MARIO PINCHERLE, In questa luce
(Lectio divina, Inizio inno all’amore di San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi 13, 1-13)
Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli,
ma non avessi l’amore,
sono come un bronzo che risuona
o un tamburo che tintinna.
E se avessi il dono della profezia
e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza,
e possedessi la pienezza della fede
così da trasportare le montagne,
ma non avessi l’amore, non sarei nulla.
E se anche distribuissi tutte le mie sostanze,
e dessi il mio corpo per esser bruciato,
ma non avessi l’amore,
niente mi gioverebbe.

NADIA ANJUMAN, Catene d’acciaio (in Fiore Rosso Scuro in lingua farsi)
Quante volte è stata tolta dalle labbra
la mia canzone e quante volte è stato
azzittito il sussurro del mio spirito poetico!
Il significato della gioia è stato
sepolto dalla febbre della tristezza.
Se con i miei versi tu notassi una luce:
questa sarebbe il frutto delle mie profonde immaginazioni.
Le mie lacrime non sono servite a niente
e non mi rimane altro che la speranza.
Nonostante io sia figlia della città della poesia,
i miei versi furono mediocri.
La mia opera è come una pianta priva di cure,
da cui non si può pretendere molto.
Nell'archivio della storia,
questo è tutto ciò che mi rappresenta.

TED HUGHES, Sposo e sposa giacciono nascosti per tre giorni ( da Cave Birds)
 […] 
Egli sta lucidando ogni parte, egli stesso a stento può crederci
Continuano a condursi verso il sole, trovano che possono facilmente
Provare ogni cosa nuova ad ogni nuovo passo
Ed ora ella gli alliscia le piastre del suo teschio
Così che le giunture siano invisibili
Ed ora egli le collega alla gola, i seni e la bocca dello stomaco
Con un solo fil metallico 
Ella gli dà i suoi denti, legando le radici allo spillo centrale del suo corpo
Egli sistema i piccoli anelli sulla punta delle sue dita
Ella ricuce il suo corpo qua e là con seta viola d’acciaio
Egli olia i delicati ingranaggi della sua bocca
Ella intarsia con cartigli a tagli fondi la nuca del suo collo
Egli sprofonda in posizione l’interno delle sue cosce
Così, ansando per la gioia, con grida di stupore
Come due divinità difango
Sdraiandosi nello sporco, ma con cura infinita
Portano l’un l’altra a perfezione


BICCHIERI

JULIO CORTÁZAR, Dopo le feste
E quando tutti se ne andavano
e restavamo in due
tra bicchieri vuoti e portacenere sporchi,
com’era bello sapere che eri lì
come una corrente che ristagna,
sola con me sull’orlo della notte,
e che duravi, eri più che il tempo,
eri quella che non se ne andava
perché uno stesso cuscino
e uno stesso tepore
ci avrebbero chiamati di nuovo
a svegliare il nuovo giorno,
insieme, ridendo, spettinati.

JACQUES PRÉVERT, Fiesta
E i bicchieri erano vuoti
e la bottiglia in pezzi
E il letto spalancato
e la porta sprangata
E tutte le stelle di vetro
della bellezza e della gioia
risplendevano nella polvere
della camera spazzata male
Ed io ubriaco morto
ero un fuoco di gioia
e tu ubriaca viva
nuda nelle mie braccia

GIULIA NICCOLAI, Poesia per New York
Tutto ciò che allora sembrava eterno
non è durato più di trent'anni.
New York si è macerata e sfatta come una città del Terzo Mondo. Sono finiti i tempi in cui era sportivo sfidare la vita sorseggiando nitroglicerina da bicchieri triangolari con una Lucky Strike accesa tra le dita della stessa mano.
[…]
Basta con le illusioni e le delusioni
dopo aver finalmente capito
(e me l'ha suggerito il Larice)
che la giustizia terrena è indifferenza.
Ora credo solo nella fede
ma è proprio nell'aura di una coincidenza
(e di una lunga consuetudine alla sofferenza)
che riconosco il tocco del destino,
la grazia, la pace della meraviglia pura: GIN-LAB.
GIN-LAB in tibetano sono le onde di beatitudine che emanano dai Lama e che i discepoli sentono di ricevere in modo tangibile.

GIORGIO CAPRONI, Ritorno (da Il muro della terra, 1975)
Sono tornato là
dove non ero mai stato.
Nulla, da come non fu, è mutato.
Sul tavolo (sull’incerato
a quadretti) ammezzato
ho ritrovato il bicchiere
mai riempito. Tutto
è ancora rimasto quale
mai l’avevo lasciato.


CIPOLLE

GERTRUD KOLMAR, Il Canto del gallo nero (Essedue, 1990)
 […]
Sì,
ma sapete voi cos’ha visto il macinino turco di rame, il
macinino da caffè a Sarajevo
e, nella credenza boema, la mia brocca lucente,
        punteggiata di bianco come il fungo del bosco?
Sapete voi che, per me, le grandi navi dal fumo nero
        Percorrono i mari e trascinano il carico per tutte le
        Coste,
che, quando i pallidi grani scorrono tra le mie dita,
        silenziosi mi guardano i volti degli uomini di
        Rangoon,
oppure canta il viso più scuro del negro raccoglitore di riso
        nei campi della Carolina del Sud?
che dalla scatoletta di legno del tè s’alza invisibile
        un’indiana
con ornamenti d’argento, con vesti ocra e rossicce tessute
        di onde e di vento?
Dalle acri cipolle riecheggiano verso di me le rudi voci dei
        contadini bulgari.
E chiedo alla goccia stillante, untuosa se non è nata da un
olivo della mia patria lontana e perduta.
O prato pieno di sole verso cui la mia angusta cucina
        esitante si espande,
cinto di dragoncello, achillèa, orzo selvatico, cardi,
con mucche screziate pascolanti tranquille al ritmico colpo
        della coda col ciuffo!
O striscia bruno-dorata, intrecciata di papaveri rossi e
        azzurri fiordalisi,
su cui respira il silenzio del mezzogiorno e il caldo odore
        del pane futuro! […]

WISLAWA SZYMBORSKA, La cipolla 
La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.
In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.
Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.
La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi  grasso, nervi, vene,
muchi e secrezioni.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.

PABLO NERUDA, Ode alla cipolla (da Ode al vino e altre Odi elementari)
Cipolla
luminosa ampolla,
petalo su petalo
s’è formata la tua bellezza
squame di cristallo t’hanno accresciuta
e nel segreto della terra buia
s’è arrotondato il tuo ventre di rugiada.
Sotto la terra
è avvenuto il miracolo
e quando è apparso
il tuo lento germoglio verde,
e sono nate
le tue foglie come spade nell’orto,
la terra ha accumulato i suoi beni
mostrando la tua nuda trasparenza,
e come con Afrodite il mare remoto
copiò la magnolia
per formare i seni,
la terra così ti ha fatto,
cipolla,
chiara come un pianeta,
e destinata a splendere
costellazione fissa,
rotonda rosa d’acqua,
sulla mensa della povera gente.
Generosa
sciogli il tuo globo di freschezza
nella consumazione
bruciante nella pentola,
e la balza di cristallo
al calore acceso dell’ olio
si trasforma in arricciata piuma d’oro.

Ricorderò anche come feconda
la tua influenza l’amore dell’insalata
e sembra che il cielo contribuisca
dandoti forma fine di grandine
a celebrare la tua luminosità tritata
sugli emisferi di un pomodoro
Ma alla portata
delle mani del popolo,
innaffiata con olio,
spolverata
con un po’ di sale,
ammazzi la fame
del bracciante nel duro cammino.
[Stella dei poveri,
fata madrina
avvolta
in delicata
carta, esci dal suolo,
eterna, intatta, pura,
come semenza d’astro,
e quando ti taglia
il coltello in cucina
sgorga l’ unica lacrima
senza pena.
Ci hai fatto piangere senza affliggerci.
Tutto quel che esiste ho celebrato, cipolla,
ma per me tu sei
più bella di un uccello
dalle piume accecanti,
ai miei occhi sei
globo celeste, coppa di platino,
danza immobile
di anemone innevato
e vive la fragranza della terra
nella tua natura cristallina].


DENTI

ALFONSINA STORNI, Vado a dormire
Denti di fiori, cuffia di rugiada,
mani di erba, tu, dolce balia,
tienimi pronte le lenzuola terrose
e la coperta di muschio cardato.
Vado a dormire, mia nutrice, mettimi giù.
Mettimi una luce al capo del letto
una costellazione; quella che ti piace;
tutte van bene; abbassala un pochino.
Lasciami sola: ascolta erompere i germogli...
un piede celeste ti culla dall'alto
e un passero ti traccia un percorso
perché dimentichi... Grazie. Ah, un incarico
se lui chiama di nuovo per telefono
digli che non insista, che sono uscita...

VALENTINO ZEICHEN, Spazzolini da denti
Contrapposti come sfidanti
in un dramma di astratte marionette,
i nostri spazzolini da denti
si sfiorano solleticandosi;
le setole della stessa tinta
fanno indistinti il mio dal tuo…
Ne impugnerei uno a caso,
ma ben altro imperativo che
non la prevenzione igienica
mi interdice dal farlo.
Intendo prolungare l’attesa
a un’ulteriore scadenza.
Strofinandomi i denti
mi tornano alla memoria
i tuoi baci iniziali
che sapevano di dentifricio
altrove bacia la tua bocca pura
addentando altre labbra.

VALERIO MAGRELLI, (da Il Sangue amaro)
Mi lavo i denti in bagno.
Ho un bagno.
Ho i denti.
Ho una figlia che canta
di là dalla parete.
Ho una figlia che ha voglia di cantare
e canta.
Può bastare.

HEINRICK NORBRANDT, Le Unghie dei piedi, (da Il Nostro amore è come Bisanzio)
Già le unghie dei piedi sono un lontano presagio
dell’incantevole punto in cui le gambe si incontrano.
Poi segue la curva del piede, e le stesse gambe
sono lunghe come pomeriggi d’estate
col mare e una musica pigra, i gelati sul ponte
e la notte stellata che si avvicina.

KHWARAZMI da Il Libro dell’Amore (in Poesia dell’Islam, Sellerio)
[…] Sorridi e umìli la canna, la perla tua umilia le gemme.
Le schiere tue son ovunque, si prostrano i re al tuo cospetto.
Tu sei Venere e luna, e la volta del cielo confondi e stravolgi.
Sei il sultano del regno, sei l’anima, l’anima mia!
Se ridi forte, e una fata ti scorge, ella perde ragione.
Dei tuoi capelli un sol filo, e mi burlo degli angeli dagli occhi neri.
La tua luce, e me nessun altra mai luce rischiari!
Senza di te non vorrei il paradiso, mi fosse sia pure donato:
traboccherebbe il mio cuore, l’intorbiderebbe il mio pianto.
[Sei il profeta dell’acqua di vita, che chi gli si approssima è salvo.
Oh, non ci fosse giammai, per chi è così bello, il declino!
Ohimè questo terrore di perderti! Guarda proteggi il tuo servo!
Vieni, coppiere, e reca vino puro, ché lo beviamo in allegria,
lo beviamo ridendo, lo beviamo motteggiando!
Tu ben vedi come il vento i nostri giorni porta via:
questi giorni caduchi, fatti di morte e inverno!
Sì, dovremmo rassegnarci, lo so bene, dovremmo.
Ma come, come, dimmi, portar pazienza in questo viaggio breve?] […]


ESTRANEI  

RAINER MARIA RILKE, Canto d’amore
Come potrei trattenerla in me,
la mia anima, che la tua non sfiori;
come levarla, oltre te, ad altre cose?
Ah, potessi nasconderla in un angolo
perduto della tenebra, un estraneo
rifugio silenzioso che non seguiti
a vibrare se vibri il tuo profondo.
Ma tutto quello che ci tocca, te
e me, insieme ci prende come un arco
che da due corde un suono solo rende.
Su qual strumento siamo tesi, e quale
violinista ci tiene la mano?
O dolce canto.

BLAGA DIMITROVA, I Piu' Uniti, (da Quaderno di scuola. Versi giovanili)
Vuoi che rimanga per te solo un'amica.
Come posso capirlo?
Che mani fuse fino al dolore
ora si sfiorino appena?
Sguardi che assetati si bevevano al fondo -
accennino soltanto un saluto?
Labbra senza pietà ardenti
si scambino semplici frasi?
No, non siamo buoni amici.
Non può esistere un mezzo-amore.
Eravamo i più uniti... Per questo, da ora
nel mondo saremo i più estranei.

NIZAR QABBANI, O Poeti della Terra Occupata!
O poeti della terra
O voi! Le pagine dei vostri quaderni sono
immerse nel sangue e nel fango.
O voi! Le voci delle vostre gole sono
simili al rantolo degli impiccati.
O voi! I colori dei vostri calamai
sembrano quelli del collo degli sgozzati.
Sono anni che apprendiamo da voi.
Noi siamo i poeti sconfitti,
noi siamo estranei alla storia,
siamo estranei alle pene degli afflitti.
Apprendiamo da voi
come lo scritto può avere la forma del coltello!
O poeti della terra occupata.
O uccelli bellissimi che venite a noi
dalla notte della prigionia.
O dolore dagli occhi velati,
puro come la preghiera dell'alba.
O rosai che crescete in seno ai carboni ardenti.
O pioggia che cade
malgrado l'oppressione,
malgrado la violenza....
Apprendiamo da voi
come può cantare chi è immerso
nel fondo di un pozzo.

PAUL CELAN, Salmo
Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango,
Nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.
Nessuno.
Che tu sia lodato, Nessuno.
È per amor tuo
che vogliamo fiorire.
Incontro a te.
Noi un Nulla
fummo, siamo, resteremo fiorendo:
la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno.
Con lo stimma anima-chiara,
lo stame ciel-deserto,
la corona rossa
per la parola di porpora
che noi cantammo al di sopra,
ben al di sopra
della spina 

FAGIANO  

TERESA POGGI SALANI, Il collo colorato del fagiano (in Strade del mio tempo)
Il collo colorato del fagiano, eretto
la lunga coda
immobile nel verde
tra la ginestra e il biancospino
sospende
immediato il ricordo
di questi campi
dove il fagiano come un tempo regna
“riserva” e non lo sa.
«Atterrisce col suo splendore
questa campagna»
un 22 d’aprile.
Gioisce in me l’anima di chi ci visse
Da che mondo è mondo. [ …]

MATSUO BASHŌ , 2 Haiku
L'allodola e il fagiano
L'allodola canta e
gli strilli del fagiano 
battono il tempo.
Mio padre e mia madre
Senza posa
Penso a loro
Lo strillo del fagiano

MILO DE ANGELIS, Stanza (in dialetto monferrino da Un distante padre, Tutte le poesie)
L’estate non era finita. Una vedova
Andava al cimitero. Le croci gridavano come gatti
“Fratello dal golf da ragazzo, non voglio andare sola
Nel luogo dove ho paura: tu hai capito … Stasera
Ti aspetto a casa mia … stasera”
La mente vagava nel treno. Altre donne
Portavano la corda per salire o scendere.
“Ricordo bene il suo viso, signora: gli occhi azzurri
Di quel fagiano agonizzante
In lei risuscitato chiarissimi”
STANSA
L’istà a l’era ancur nen finija. Na vidua
L’andava al cimiteri. Al crus criavu cme’n gat
“Fradé dal gulfin da giuvu, vöi nen andà sula
‘n tal post ch’aj’ ò pagura: t’at capì … staseira
t’aspècc a cà … staseria”.
La ment girulava ‘nt al trenu. Altri doni
Ai purtavu la corda par muntà ansùmma o calà giù
“A man viz ben ‘d la so facia, sniura: j’öcc celest
ad cul fazàn in agunija
an Chilla j’arsuscitu ciarissimi”. 

PAUL ELUARD, Una sera curva (Un soir courbé, da Gli occhi fertili, 1936)
Il vento tirava al fagiano
Una pupilla chiusa l’altra a scatti chiari
Bolla di burrasca fuori rotta
Sormontava il pantano della pioggia
Un brivido profondo corrugava l’acciaio
La rincorsa a filo del suo sangue
La città pazza che ogni giorno rimette i calzari
Non ho imparato a valicare
Da un clima all’altro i mesi
Quindi gli anni?
Ho misurato la mia impazienza
Dalle donne che inventavo
Il disordine non si misura
Perciò
È nella donna che l’uomo dura
La forgia riposto il suo vino sotto ghiaccio
Al crocevia domava la notte
Avida incantata sottomessa
Come la veste alla punta dei seni
Come la preda al suo amante
Altrove invece
Un nero maroso che colma il cuore
In sotterranei senza fine
Sensibile ritorno a tastoni
Dei serpenti proseguono la loro corsa
Verso il latte liscio di un solo giorno
Verso le verdi radure del cielo fisso
Che un bimbo mostrerà col dito
Un’ala una sola nient'altro che un’ala
Inutile penosa 
Facevo sogni che le donne
Con le loro carezze sparpagliavano
Per riassorbirmi nelle loro ombra
Se ho cominciato con le donne
Non finirò da me.


GINOCCHIA

FEDERICO GARCIA LORCA, Città insonne
(Notturno di Brooklyn Bridge) Traduzioni di Elena Clementelli e Claudio Rendina
Nessuno dorme nel cielo. Nessuno, nessuno.
Nessuno dorme.
Le creature della luna profumano e girano intorno alle capanne.
Verranno le iguane vive a mordere gli uomini che non sognano
e quello che fugge col cuore rotto incontrerà agli angoli
l’incredibile coccodrillo tranquillo sotto la dolce protesta delle stelle.
Nessuno dorme nel mondo. Nessuno, nessuno.
Nessuno dorme.
C’è un morto nel cimitero più lontano
che da tre anni si lamenta
perché ha un paesaggio secco nel ginocchio;
e il bambino che hanno seppellito questa mattina piangeva tanto
che si dovettero chiamare i cani perché la smettesse.
La vita non è sogno. Sveglia! Sveglia! Sveglia!
Noi cadiamo per le scale per mangiare l’umida terra
o saliamo al filo della neve con il coro delle dalie morte.
Ma non c’è oblio né sogno:
carne viva. I baci legano le bocche
in un intrico di vene nuove
e farà male a chi soffre il proprio dolore senza sosta
e chi teme la morte se la porterà in spalla.
Un giorno
i cavalli vivranno nelle taverne
e le formiche furiose
andranno all’assalto dei cieli gialli che si rifugiano negli occhi delle vacche.
Un altro giorno
vedremo la resurrezione delle farfalle disseccate
e procedendo ancora in un paesaggio di spugne grigie e barche mute
vedremo brillare il nostro anello e nascere rose dalla nostra lingua.
Sveglia! Sveglia! Sveglia!
Quelli che ancora hanno i segni di fango e acquazzone,
quel ragazzo che piange perché non sa l’invenzione del ponte
o quel morto che non ha più che la testa e una scarpa,
bisogna portarli al muro dove iguane e serpi attendono,
dove attende la dentatura dell’orso,
dove attende la mano mummificata del bambino
e la pelle del cammello si rizza con un violento brivido azzurro.
Nessuno dorme nel cielo. Nessuno, nessuno.
Nessuno dorme.
Ma se qualcuno chiude gli occhi
frustatelo, figli miei, frustatelo!
Sorga un panorama di occhi aperti
e amare piaghe accese.
Nessuno dorme nel mondo. Nessuno. Nessuno.
Già l’ho detto.
Nessuno dorme.
Ma se qualcuno nella notte ha un eccesso di muschio sulle tempie
aprite le botole perché guardi sotto la luna
le coppe false, il veleno e il teschio dei teatri.

DINO CAMPANA, Il viaggio e il ritorno (da I canti Orfici)
O il tuo corpo! il tuo profumo mi velava gli occhi: io non vedevo il tuo corpo (un dolce e acuto profumo): là nel grande specchio ignudo, nel grande specchio ignudo velato dai fumi di viola, in alto baciato di una stella di luce era il bello, il bello e dolce dono di un dio: e le timide mammelle erano gonfie di luce, e le stelle erano assenti, e non un Dio era nella sera d’amore di viola: ma tu leggera tu sulle mie ginocchia sedevi, cariatide notturna di un incantevole cielo. Il tuo corpo un aereo dono sulle mie ginocchia, e le stelle assenti, e non un Dio nella sera d’amore di viola: ma tu nella sera d’amore di viola: ma tu chinàti gli occhi di viola, tu ad un ignoto cielo notturno che avevi rapito una melodia di carezze. Ricordo cara: lievi come l’ali di una colomba tu le tue membra posasti sulle mie nobili membra. Alitarono felici, respirarono la loro bellezza, alitarono a una più chiara luce le mie membra nella tua docile nuvola dai divini riflessi. O non accenderle! non accenderle! Non accenderle: tutto è vano vano è il sogno: tutto è vano tutto è sogno: Amore, primavera del sogno sei sola sei sola che appari nel velo dei fumi di viola. Come una nuvola bianca, come una nuvola bianca presso al mio cuore, o resta o resta o resta! Non attristarti o Sole! Aprimmo la finestra al cielo notturno. 

GIUSEPPE UNGARETTI, La madre (In Sentimento del Tempo)
E il cuore quando d'un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d'ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.
In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all'eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.
Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.
E solo quando m'avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.
Ricorderai d'avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

RAINER MARIA RILKE, Della morte di Maria
[…] Così lei quando entrò nei cieli
non andò verso di lui, per quanta fosse la brama;
non c’era posto là, là c’era Lui e trionfava
con un fulgore che le faceva male.
Ma adesso, quando la toccante figura
si accompagnò ai nuovi beati
e senza spicco, luce con luce si mise,
ecco che da lei traboccò una segreta riserva
di tanto splendore che l’angelo da lei investito
gridò abbagliato: chi è quella?
Ci fu uno stupore. Poi videro tutti come
Dio Padre in alto tratteneva nostro Signore,
in modo che, di blando chiarore e circonfusa,
la lacuna apparve, come
un po’ di dolore, un filo di solitudine,
qualcosa che ancora sopportava, un residuo
di tempo in terra, una semplice pecca –
Guardarono a lei; lei guardò con timore,
inchinandosi, come sentisse: sono io per lui
il dolore più lungo: e poi cadde in avanti.
Ma gli angeli la strinsero a sé
e la sostennero e cantarono beati
e la portarono in alto per l’ultimo tratto.[…]

UMBERTO SABA, Goal
Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.
La folla – unita ebrezza – par trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.
Presso la rete inviolata il portiere
- l’altro - è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa - egli dice - anch’io son parte.

DANTE, X Purgatorio
“Come per sostentar solaio o tetto, 
per mensola talvolta una figura 
si vede giugner le ginocchia al petto                         
la qual fa del non ver vera rancura 
nascere ‘n chi la vede”

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