Benvenuto in RaiPlay Radio. Questa la legenda per navigare tra i contenuti tramite tastiera. I link principali corrispondenti alle varie sezioni del giornale sono stati associati a tasti di scelta rapida da tastiera. Premere ALT + la lettera o il numero desiderat0 + INVIO: ALT + 1 = Vai al canale Rai Radio 1
ALT + 2 = Vai al canale Rai Radio 2
ALT + 3 = Vai al canale Rai Radio 3
ALT + 4 = Vai al canale Rai Radio Tutta Italiana
ALT + 5 = Vai al canale Rai Radio Classica
ALT + 6 = Vai al canale Rai Radio Techetè
ALT + 7 = Vai al canale Rai Radio Live
ALT + 8 = Vai al canale Rai Radio Kids
ALT + 9 = Vai al canale Isoradio
ALT + 0 = Vai al canale Gr Parlamento
ALT + P = Play - ascolta la radio

Gli speciali di Radio3

Segui

Giornata Mondiale della Poesia

Alfabetiere dalla Q alla Z

QUADRO (Chagall, Klee, Gibran, Zagajewski, Lerner, Duffy)

Marc Chagall
Accadde che, per via del bel tempo, il nonno si era arrampicato sul tetto, si era seduto sui tubi e si gustava delle carote. Niente male come quadro
“E tu, mucchina, nuda e crocifissa nei cieli, sogni”
“Estasiato, coi piedi affondati nel terreno, un maiale trasparente se ne sta qui, davanti a me”
“Stringo con più forza i corrimani, le mie mani gelano. Io volo e il treno vola con me”.
Cammino per il mondo come in una foresta /Sui piedi, sulle mani, di qui di la / Di albero in albero le foglie cadono / E mi risvegliano, ho paura
Là dove si accalcano case ricurve / Là dove sale il cammino al cimitero / là dove scorre un fiume e s’ingrossa / Là ho sognato la mia vita

PAUL KLEE, quadro-poesia
«Dapprima innalzatosi dal grigiore della notte
Poi pesante e prezioso
e reso forte dal fuoco
Di sera pervaso da Dio e curvato.
Infine etereo avvolto di blu,
si libra su campi innevati,
verso cieli stellati»

GIBRAN
“Anelo all'eternità, perché lì troverò i miei quadri non dipinti, e le mie poesie non scritte.”

ADAM ZAGAJEWSKI, Prova a cantare il mondo mutilato
Canta il mondo mutilato
e la piccola penna grigia persa dal tordo,
e la luce delicata che erra, svanisce
e ritorna.

Adam Zagajewski, Si arresta (da La vita degli oggetti. Poesie 1983-2005, Adelphi, 2012)
Si arresta la città
la vita si fa quadro
è fragile come le piante di un erbaio
vai su una bicicletta che non
si muove, solo le case ruotano
lentamente, mostrando naso, fronte
e labbra prominenti. La sera si fa
quadro, non ha voglia di esistere
e per questo riluce come un lampione cinese
in un giardino silente. Resta immobile
il crepuscolo, è l’ultimo ormai. L’ultima
parola. Nella chioma degli alberi si nasconde
la felicità. Dentro le foglie dormono
i sovrani. Non c’è vento, la vela
gialla del sole resta immobile sui tetti
come la tenda abbandonata di Cesare.
Il dolore si fa quadro e la disperazione
è solo un quadro, incorniciato
nelle labbra di questo passante. Il mercato
tace nello scuro fogliame d’ali
degli uccelli. C’è silenzio come a Jena,
dopo la battaglia, quando donne
innamorate guardano i volti dei caduti.

BEN LERNER, da Angle of Yaw (in Nuovi Argomenti”, traduzione di Damiano Abeni)
SE PENDE DA UNA PARETE è un quadro. Se sta sul pavimento è una scultura. Se è molto grande o molto piccolo è concettuale. Se forma parte della parete, se forma parte del pavimento, è architettura. Se si deve fare il biglietto è moderno. Se ci si sta già dentro e si deve fare il biglietto per uscire è ancora più moderno. Se ci si può star dentro senza pagare è una trappola. Se si muove è passato di moda. Se si deve alzare lo sguardo è religioso. Se si deve abbassare lo sguardo è realistico. Se è stato venduto è luogo-specifico. Se, per vederlo, si deve passare per un metal-detector è pubblico.

CAROL ANN DUFFY, La moglie del mondo
Pensa ai miti che ci sono in giro, le leggende, le favole:
ora li sistemo io; così quando mi guardi fisso in faccia –
la faccia di Elena, di Cleopatra,
della regina di Saba, di Giulietta – poi, più a fondo,
quando mi guardi negli occhi – quelli di Nefertiti, di Monna Lisa,
della Garbo – ci ripensi su.
La sirenetta spaccò
in due la sua lucida coda d’argento, strofinò sale
su quella piaga puzzolente, s’alzò e camminò,
in agonia, le calze a rete, si mise in piedi e sorrise, ballò un valzer,
e tutto per un Principe, un bellimbusto, uno di quelli azzurri
che alla fine l’avrebbero piantata, scaricata, buttata a mare.
Le avrei potuto dire – senti, tesoro, io lo so bene,
quanto son bastardi quei Principi.
Quello che ti serve è trovarti una Bestia. Il sesso è migliore. 
Io stessa andai alla casa della Bestia
che non ero più fanciulla, sapevo quel che volevo,
il mio denaro al sicuro in banca,
il mio cavallo nero al cancello
pronto a portarmi via alla prima parola storta,
alla prima mossa falsa, al primo sguardo laido.
Ma la Bestia s’inginocchiò alla porta
Per baciarmi il guanto con labbra da cagnolino – bene! –
con le lacrime agli occhi rossi voleva dire
che lo sapeva quant’era fortunato – meglio! –
nemmeno cercò di nascondere la sua erezione,
grande quanto quella di un mulo – perfetto!
E la Bestia
mi vide stappare, mescere e tracannare
un’intera bottiglia di Chateau Margaux del ’54,
anno della mia nascita, ancor prima di sollevare una zampa.
Ti dirò di più. Senza la camicia di mussola
E i pantaloni di velluto a coste, fumigava dalla pelliccia,
brutto come il peccato. Aveva i grugniti, i gemiti, i guaiti,
il fiato di una capra. Io avevo il Linguaggio, care mie.
La signora dice “Fa’ questo. Più forte”. La signora dice ”Fa’ quello. Più svelto”. La signora dice “Non è lì che ti ho detto”.
Finalmente tutto aveva un senso. Il porco nel mio letto
Ci era stato invitato. E se col muso e gli zamponi imbrattava
le lenzuola di damasco, che fa? Tanto poi le lavava lui. Due volte.
E intanto, ecco che mi raspava tra i diti dei piedi
con la sua orrida lingua di cuoio.
Ecco i suoi artigli contorti e giallastri per scaccolarmi,
se lo volevo. O per grattarmi la schiena
fino a farmi sanguinare. Ecco la sua testona di toro
che cantava stonata tutta la notte, ma dove non sentivo.
Ecco una parte di lui come un cavallo, un montone,
scimmia, lupo, cane, ciuco, drago, dinosauro,
Devo dirti altro? Di sera, quando giocavo a poker, la Bestia
Si teneva alla larga. Eravamo tipe toste, con le palle,
tutte belle e ricche – la Donna
che sposò il Minotauro, Ricciolidoro, la Sposa della lesbica Barbuta, Frau Nanogiallo, et Moi.
Guardavo queste splendide donne mischiare e dare le carte –
Telesina a cinque o a sette, Passacarta, Tieninmano, Prendicarta –
Le guardavo puntare, rilanciare, vedere. Una notte,
un testa a testa tra Frau Nanogiallo e la Sposa della Barbuta
sul piatto più ricco che avessi mai visto alla mia bisca.
Frau ha sul tavolo la donna di fiori
e Barbuta la donna di picche. Ultima carta. Una donna ciascuna.
Frau Giallo rilancia. Barbuta rilancia. Gli occhi di Ricciolidoro
s’incollano al piatto come se fosse un porridge fumante.
La Moglie del Minotauro si accende un sigaro puzzolente.
Io, mi accorgo che la mano della Frau trema mentre piazza le fiches.
Barbuta rilancia per l’ultima volta, poi la guarda fisso,
la guarda così fisso che ti senti liquefare i panni addosso
al primo battito di ciglia. Trattengo il fiato. Frau Giallo
deglutisce e dice “vedo”. Indovina? Barbuta snocciola
i suoi assi; quadri, cuori, e il pubico asso di picche,
e imparammo tutte una bella lezione –
La Sposa della Lesbica Barbuta, bellona mozzafiato, non bluffava.
Ma dietro alle giocatrici sta una fila di spettri
che non hanno vinto mai. Eva. Cenerentola. Marilyn Monroe.
Raperonzolo che si trancia furiosa i capelli.
Bessie Smith senza amore e senza soldi.
Le mogli di Barbablù, quelle di Enrico VIII, Biancaneve
che maledice il giorno in cui lasciò i sette nani, Diana,
Principessa del Galles.
La docile Bestia entra
con un vassoio di schnapps alla fine della partita
e ci alziamo per un brindisi – Fay Wray
poi versiamo le bevande ardenti in fondo alle gole scarlatte.
Ragazzacce. Signore perbene. Che piangono le loro morte.
Così, vincente o no, me la presi con la Bestia,
e quando andai in camera, con tutte quelle povere figliole in mente,
lo buttai giù dal letto e me ne andai fuori,
sul balcone, la notte era così fredda che sentivo e stelle
sulla punta della lingua. E mi misi a pregare –
tenendo le perle tra le dita, le lacrime di Maria, una per una,
come in un rosario – parole per le belle perdute, le prigioniere,
le mogli, per quelle meno fortunate di noi.
La luna era uno specchio appannato da un Regina.
Il mio alito una sciarpa di chiffon per un fantasma elegante.
Mi girai per rientrare. Portatemi la Bestia per la notte.
Portatemi la chiave della cantina. E che sia io quella che ama meno!

RONZIO (Kipling, Brodskij, Pasolini, Govoni, Pascoli, Dickinson, Cavallo)

RUDYARD KIPLING, Libro della giungla
“Questo è il rumore della Primavera, una vibrazione sonora che non somiglia né al ronzio delle api, né allo scroscio dell’acqua caduta, né allo stormire del vento fra le cime degli alberi, ma è il mormorio del mondo caldo e felice”

IOSIF BRODSKIJ, Lettere all’amico romano
Me ne sto seduto in giardino, arde la torcia
né l’amica, né servitori, né conoscenti
Al posto dei deboli e dei potenti di questo mondo,
unicamente l’armonioso ronzio degli insetti

IOSIF BRODSKIJ, Natura mortatraduzione di Elena Corsino

  1. Cose e corpi a cerchi
    ci stanno intorno.
    Ci lacerano gli occhi.
    È preferibile vivere nell’oscurità.
    Siedo al parco,
    con lo sguardo seguo
    una famiglia di passanti.
    Mi acceca la luce.
    È gennaio. Inverno.
    Secondo il calendario.
    Quando sarà il buio
    ad accecarmi, inizierò a dire.
     
  2. È tempo di cominciare. Sono pronto.
    Non importa come. Inarcare
    la bocca. Posso tacere.
    Ma è preferibile il dire.
    Dire cosa? Giorni, notti.
    O piuttosto – niente.
    O piuttosto cose.
    Dire cose, e non gente.
    Corpi che muoiono tutti.
    Anch’io sarò morto.
    Resta una fatica vana.
    Come scrivere al vento.
     
  3. Il mio sangue è freddo.
    Più freddo di un fiume
    ghiacciato fino al greto.
    Non amo la gente, i suoi corpi.
    Non mi va l’apparenza.
    Un aspetto intrinseco
    dei loro volti svela
    il loro essere avvinti alla vita.
    Qualcosa in quei volti
    è contrario all’intelletto.
    Qualcosa come un’espressione
    di adulazione per qualcuno.
     
  4. Prive di male e di bene
    come sono in apparenza,
    le cose sono più piacevoli.
    Non così, dentro – nelle viscere.
    Dentro agli oggetti – polvere.
    Ceneri. Tarlo che rode il legno.
    Pareti. Aridità di larva.
    Sgradevole al tatto.
    Polvere. La luce illumina
    nient’altro che polvere.
    Anche quando la cosa sta
    ermeticamente chiusa.
     
  5. L’antica madia dall’esterno
    come dall’interno mi ricorda
    la cattedrale di Notre-Dame
    de Paris. Dentro i meandri
    della madia, l’oscurità.
    Niente scuote la polvere:
    né setole, né manto.
    Di solito, in sé la cosa non giunge
    ad affermarsi sulla polvere,
    la cosa non batte ciglio.
    La polvere è la carne
    del tempo; carne e sangue.
     
  6. Da qualche tempo
    dormo in piena luce.
    Evidentemente, la morte
    mi mette alla prova,
    accostandomi alla bocca
    uno specchio anche se respiro,
    – così come io resisto
    al non-essere nella luce.
    Immobile. I fianchi
    freddi come di ghiaccio.
    L’azzurro del sistema
    venoso che tende al marmo.
     
  7. A sorpresa, con la somma
    dei suoi angoli la cosa
    ricade oltre il nostro
    mondo di parole.
    La cosa non ha un suo verso.
    E non si muove. È un’assurdità.
    La cosa è lo spazio oltre
    il quale non c’è la cosa.
    La cosa la si può frantumare,
    rompere, bruciare, sventrare.
    Abbandonare. Non per questo
    la cosa urla: «Va’ al diavolo!»
     
  8. L’albero. L’ombra. La terra
    sotto l’albero per le radici.
    Iniziali incerte di nomi.
    Argilla. Teoria di pietre.
    Radici. Il loro intreccio.
    Masso, il cui peso specifico
    libera la materia da un dato
    sistema di vincoli.
    È immobile. Non lo sposti
    né lo porti via. L’ombra.
    L’uomo sta nell’ombra
    quale pesce nella rete.
     
  9. La cosa. Il colore bruno
    della cosa. Il cui perimetro
    è spento. Si fa buio. Non c’è
    nient’altro. Natura morta.
    Verrà la morte e vedrà
    un corpo nella cui levigatezza,
    il giungere della morte,
    come di una donna, si specchia.
    Non ha senso: lo scheletro,
    la falce, il teschio. Falsità.
    «Verrà la morte e avrà
    i tuoi occhi».
     
  10. La madre chiede al Cristo:
    – Tu sei mio figlio
    o Dio? Tu inchiodato alla croce.
    Come ritornare a casa?
    Come attraversare la soglia,
    senza aver saputo né stabilito:
    se sei mio figlio o Dio?
    Ossia morente o vivo?
    Le risponde:
    – Morente o vivo,non fa differenza, donna.
    Figlio o Dio, sono tuo.

PIER PAOLO PASOLINI, Il Rosso Di Guttusoin cartella di 20 riproduzioni di Guttuso (Editori Riuniti, 1962)
C’è un colore antico come tutti i colori
del mondo. Quanto l’abbiamo amato
quasi incarnato nel legno di miracolose
predelline, in refettori romanici,
nel buio di cantorie nell’Appennino estivo!
Un rosso come di cuoio, di sangue oscurato
nei pori del legno da un meriggio ancora
vivo, nel XIII o XIV secolo — ciliege
colte negli orti di una Napoli di Re contadini
lamponi cresciuti in un ronzio di vespe
che i secoli hanno relegato
in radure irriconoscibili, e così familiari!
Il rosso di tutta la Storia.
Pulviscoli e bruniture, su Tebaidi laziali…
ambienti umbri, bolognesi, o veneziani
per stragi di innocenti o moltiplicazioni di pani.
Il sangue dell’Italia è in quel rosso di ricchi
dove il quotidiano è sempre sublime,
e la Maniera ha i suoi regni…
Ora eccolo nelle nostre mani
non più incarnato alle tele o ai legni
in macchine di bellezza sublime, richieste
dal meriggio della potenza.
Un ingenuo rosso maldestro, appiccicato
alla carta o al compensato
come un baffo o uno sgorbio, legato
alla freschezza casuale e arbitraria
di un atto espressivo che non si vuol esaurire.
Illegittimo, incompiuto, grezzo,
non consacrato mai dalla tecnica che incute
venerazione al devoto, all’umile…
Un’altra sensualità, un altro
mistero…
Ma è fatale che oltre questi anni
il casuale diventi intero,
l’arbitrario assoluto.
I significati diverranno cristalli:
e il rosso riprenderà la sua storia
come un fiume scomparso nel deserto.
Il rosso sarà rosso, il rosso dell’operaio
e il rosso del poeta, un solo rosso
che vorrà dire realtà di una lotta,
speranza, vittoria e pietà.

GIOVANNI PASCOLI, L'orto  (in Primi poemetti, Zanichelli 1904)
[…] E come l'amo il mio cantuccio d'orto,
col suo radicchio che convien ch'io tagli
via via; che appena morto, ecco è risorto:
o primavera! con quel verde d'agli,
coi papaveri rossi, la cui testa
suona coi chicchi, simile a sonagli;
con le cipolle di cui fo la resta
per San Giovanni; con lo spigo buono,
che sa di bianco e rende odor di festa;
coi ricciutelli cavoli, che sono
neri, ma buoni; e quelle mie viole
gialle, ch'hanno un odore... come il suono
dei vespri, dopo mezzogiorno, al sole
nuovo d'aprile; ed alto, co' suoi capi
rotondi, d'oro, il grande girasole
ch'è sempre pieno nel ronzio dell'api!

EMILY DICKINSON (da una lettera all’amica Elisabeth Holland, 1877)
Le Api sono Nere – con Bordature Dorate -
Bucanieri del Ronzio –
Vanno in giro con ostentazione
E vivono di Polline –
Polline predestinato – non Polline contingente –
Midollo delle Colline.
Boccali – che la frattura di un Universo
Non può scuotere o versare.

VICTOR CAVALLO (Vittorio Vitolo), Ce n’ho abbastanza (da Ecchime, stampa alternativa 2003)
E lei scompare come le ore e appare come le ore
e me ne frego della pensione e me ne frego di morire
me ne frego dei fascisti e dovunque mi sdraio sogno
e ho sempre voglia di baciarla e gli alberi
respirano e le nuvole di merda si spaccano
e da dentro partono razzi luminosi
e dovunque sono vivo e non ho nessuna paura
né dei rinoceronti né dei serpenti né degli appuntamenti
e butto via l'elmetto e esco dalla trincea delle spalle di piombo
e mando affanculo tutti gli stronzi cagacazzi della terra
e grido come un'arancia stellare […]
lei apparirà con gli occhi verdi e ciglia nere e bocca rossa
anima luminosa come arcobaleno puro
radice che spiega con tutta la chiarezza perché questa merda è merda
e finirò di vivere la vita con la paura di vivere la vita.

STIVALI (Plath, Hikmet, Chlébnikov, Sanguineti)

SYLVIA PLATH, Papà (Daddy), traduzione di Giovanni Giudici (Ariel, 1965) 
Non servi, non servi più,
O nera scarpa, tu
In cui trent’anni ho vissuto
Come un piede, grama e bianca,
Trattenendo respiro e starnuto.
Papà, ammazzarti avrei dovuto.
Ma tu sei morto prima che io
Ci riuscissi, tu greve marmo, sacco pieno di Dio,
Statua orrenda dal grigio alluce
Grosso come una foca di Frisco
E un capo nell’Atlantico estroso
Al largo di Nauset laggiù
Dove da verde diventa blu.
Un tempo io pregavo per riaverti.
Ach, du.
In tedesco, in un paese
Di Polonia al suolo spianato
Da guerre, guerre, guerre.
Ma il paese ha un nome molto usato.
Un mio amico polacco
Mi dice che ce n’è un sacco.
Cosi non ho mai saputo
Dov’eri passato o cresciuto.
Mai parlarti ho potuto.
Mi si incollava la lingua al palato.
Mi s’incollava a un filo spinato.
Ich, ich, ich, ich,
Non riuscivo a dir più di così.
Per me ogni tedesco era te.
E quell’idioma osceno
Era un treno, un treno che
Ciuff-ciuff come un ebreo portava via me.
A Dachau, Auschwitz, Belsen.
Da ebreo mi mettevo a parlare.
E lo sono proprio, magari.
Le nevi del Tirolo, la birra chiara di Vienna
Non sono molto pure o sincere.
Per la mia ava zingara e fortunosi sbocchi
E il mio mazzo di tarocchi e il mio mazzo di tarocchi
Qualcosa di ebreo potrei avere.
Ho avuto sempre terrore di Te,
Con la tua Luftwaffe, il tuo gregregrè.
E il tuo baffo ben curato
E l’occhio ariano d’un bel blu
Uomo-panzer, panzer O Tu –
Non un Dio ma svastica nera
Che nessun cielo ci trapela.
Ogni donna adora un fascista,
Lo stivale in faccia e il cuore
Brutale di un bruto a te uguale.
Tu stai alla lavagna, papà,
Nella foto che ho di te,
Biforcuto nel mento anziché
Nel piede, ma diavolo sempre,
Sempre uomo nero che
Con un morso il cuore mi fende.
Avevo dieci anni che seppellirono te.
A venti cercai di morire
E tornare, tornare a te.
Anche le ossa mi potevano servire.
Ma mi tirarono via dal sacco,
Mi rincollarono i pezzetti.
E il da farsi così io seppi.
Fabbricai un modello di te,
Uomo in nero dall’aria Meinkampf,
E con il gusto di torchiare
E io che dicevo sì, sì.
Papà, eccomi al finale.
Tagliati i fili del nero telefono
Le voci più non ci possono miagolare.
Se ho ucciso un uomo, due ne ho uccisi – 
Il vampiro che diceva esser te
E un anno il mio sangue bevé,
Anzi sette, se tu
Vuoi saperlo. Papà, puoi star giù.
Nel tuo cuore c’è un palo conficcato.
Mai i paesani ti hanno amato.
Ballano e pestano su di te.
Che eri Tu l’hanno sempre saputo.
Papà, papà, bastardo, ho finito.

NAZIM HIKMET, La conga con Fidel – traduzione di Joyce Lussu (Fahrenheit 451, 2005)
La separazione era cominciata da tempo, da quando le nostre dita
s’eran toccate la prima volta, eppure
t’ho persa così, tutt’a un tratto.
Fermavo le macchine sul mare d’asfalto, guardavo dentro, non c’eri.
I viali sono bianchi di neve, si vedono tante tracce
ma non le tue.
Con gli stivali, con le scarpette leggere, con le calze, nudi
io riconosco subito l’impronta dei tuoi passi.
Ho domandato ai metropolitani
non l’avete vista?
Se ha tolto i guanti, come non notare le sue mani
le sue mani son come candele su candelieri d’argento,
innamorarsi a un tratto come se la tua porta si spalancasse di colpo.
Eppure son io che tu ami ma tu non lo sai
e in questo tuo non saperlo
era la separazione.
La separazione sfuggiva alla gravità, non aveva peso
non posso dire che fosse come un piuma, anche una piuma ha un peso
la separazione non aveva peso, era lì. 
incontro dei contadini
nella destra hanno il titolo di diritto alla terra, nella sinistra
l’iscrizione alla cooperativa
sembra che sognino e temano di svegliarsi, e scoprire
che tutto ciò che vedono non sia vero,
m’imbatto in qualcuno dei cinquanta milioni di alberi
piantati dalla Rivoluzione nelle scuole che adesso son diecimila,
incontro degli architetti
degli architetti con baffi appena spuntati, che vengono
dal sole dalla luna dalle stelle, o piuttosto da un mondo
dove la vita è molto, ma molto più vera, diciamo
che vengono dal cuore del nostro ventunesimo secolo
e anch’io, che ogni giorno all’Avana mi sento più giovane:
l’amarezza del mondo la sento ogni giorno di meno
nella mia bocca
le rughe sulle mie mani si cancellano un poco ogni giorno
ogni giorno credo di più
che la donna lontana pensi a me soltanto
ha i capelli di fieno biondo, le ciglia azzurre,
e ogni giorno per le vie dell’Avana canto
più gioiosamente
somos socialistas adelante adelante.

VÈLIMIR CHLÉBNIKOV, Le ragazze, quelle che camminano (traduzione di Angelo Maria Ripellino, in Poesie di Chlébnikov, Einaudi, Torino, 1968)
Le ragazze, quelle che camminano
con stivali di occhi neri
sui fiori del mio cuore.
Le ragazze, che abbassano le lance
sui laghi delle proprie ciglia.
Le ragazze che lavano le gambe
nel lago delle mie parole.

EDOARDO SANGUINETI, Questo è il gatto con gli stivali da Purgatorio de l’Inferno, in Triperuno (Feltrinelli, 1964)
Questo è il gatto con gli stivali, questa è la pace di Barcellona
fra Carlo V e Clemente VII, è la locomotiva, è il pesco
fiorito, è il cavalluccio marino: ma se volti pagina, Alessandro,
ci vedi il denaro:
questi sono i satelliti di Giove, questa è l’autostrada
del Sole, è la lavagna quadrettata, è il primo volume dei Poetae
Latini Aevi Carolini, sono le scarpe, sono le bugie, è la scuola di Atene, è il burro,
è una cartolina che mi è arrivata oggi dalla Finlandia, è il muscolo massètere,
è il parto: ma se volti foglio, Alessandro, ci vedi
il denaro: e questo è il denaro,
e questi sono i generali con le loro mitragliatrici, e sono i cimiteri
con le loro tombe, e sono le casse di risparmio con le loro cassette
di sicurezza, e sono i libri di storia con le loro storie:
ma se volti il foglio, Alessandro, non ci vedi niente.

TAVOLE (Carver, Arabi, Falzoni, Hide, Benedetti)

RAYMOND CARVER, Attesa – da Blu oltremare. Poesie (minimum fax, 2003) – traduzione Riccardo Duranti
Esci dalla statale a sinistra e
scendi giù dal colle. Arrivato
in fondo, gira ancora a sinistra.
Continua sempre a sinistra. La strada
arriva a un bivio. Ancora a sinistra.
C'è un torrente, sulla sinistra.
Prosegui. Poco prima
della fine della strada incroci
un'altra strada. Prendi quella
e nessun'altra. Altrimenti
ti rovinerai la vita
per sempre. C'è una casa di tronchi
con il tetto di tavole, a sinistra.
Non è quella che cerchi. E’ quella
appresso, subito dopo
una salita. La casa
dove gli alberi sono carichi
di frutta. Dove flox, forsizia e calendula
crescono rigogliose. E’ quella
la casa dove, in piedi sulla soglia,
c'è una donna
con il sole nei capelli. Quella
che è rimasta in attesa
fino ad ora.
La donna che ti ama.
L'unica che può dirti:
“Come mai ci hai messo tanto?”

IBN ‘ARABI  (1165-1240)
Il mio cuore è capace di accogliere tutte le forme:
è prato ove bruca la gazzella,
monastero ove il monaco prega.
Per ogni idolo è tempio, per il pellegrino è la Caba,
è la tavola della Torah, è il libro del Corano.
Io professo la religione dell’amore,
dovunque essa conduca i viaggiatori,
là io sono pellegrino.
Perché amore è la mia religione
mia unica fede.

GIULIANO FALZONI, tavole verbovisive – in Album su alfabeta2
La poesia continua ad essere il culmine del discorso umano

MICHELE HIDE, Il mio spazio d’incanto (Il Baule di Zollikon)
Il luogo potrebbe essere ovunque
se non fosse per l’odore inconfondibile del cibo polacco
che cucina la vecchia Pakin, la vicina di nonna
e per la targa gialla I-4549 della vecchia Guzzi del nonno che noi sognavamo a occhi aperti.
L’odore del legno vecchio
delle coperte di lana vecchie
delle pagine di libri vecchi
del cartone delle scatole vecchie
che stanno lì come mondi da aprire … mi addormenta.
……………….
Si sente il pianto e il riso
e i respiri della mia gente in questo spazio. […]
C’è l’angolo delle nostre cose, le divise, i kimono, le cinture nere e le medaglie delle gare. Le foto della casa a Cape Code dove correvamo e i vecchi raccontavano le loro storie, che mandavano quasi un odore forte di morte.
C’è tutto doppio,
ci sono io da solo
Mi sono perso in questa soffitta la centesima volta.
E meno male che i Galperin fanno rumore là, altrimenti, sarebbe stato
da non svegliarsi più.

MARIO BENEDETTI, E’ stato un grande sogno vivere
E’ stato un grande sogno vivere
e vero sempre, doloroso e di gioia.
Sono venuti per il nostro riso,
per il pianto contro il tavolo e contro il lavoro nel campo.
Sono venuti per guardarci, ecco la meraviglia:
quello è un uomo, quelli sono tutti degli uomini.
Era l’ago per le sporte di paglia l’occhio limpido,
il ginocchio che premeva sull’erba
nella stampa con il bambino disegnato chiaro in un bel giorno,
il babbo morto, liscio e chiaro
come una piastrella pulita, come la mela nella guantiera.
Era arrivato un povero dalle sponde dei boschi e dietro del cielo
con le storie dei poveri che venivano sulle panche,
e io lo guardavo come potrebbero essere questi palazzi
con addosso i muri strappati delle case che non ci sono.

USCITA (Rilke, Pavese, Bufalino, Ocean Vuong, Caproni)

RAINER MARIA RILKE, Orfeo. Euridice. Hermes (1904) Traduzione di Mario Ajazzi Mancini
[…] Era in sé, come una più alta speranza,
dimentica dell’uomo che la precedeva,
come del sentiero che risaliva alla vita.
Era in sé. E il suo essere morta
la riempiva come una pienezza.
Simile a un dolce frutto di tenebra,
era così piena della sua grande morte,
tanto nuova, che niente comprendeva.
Era in una nuova adolescenza,
e intoccabile; il suo sesso era chiuso
come un giovane fiore prima di sera,
e le sue mani tanto disabituate
alle nozze che persino l’impercettibile
sfiorarla di quel contatto divino
la feriva per troppa intimità. 
Non era già più la donna bionda
evocata talvolta nei canti del poeta,
né più profumo e isola dell’ampio letto
né più proprietà di quell’uomo.
Era già sciolta come lunga capigliatura,
sparsa come pioggia che cade,
come provvista infinitamente ripartita.
Era già radice.
E quando all’improvviso il dio
la trattenne, pronunciando con voce
dolente le parole: “si è voltato” –, 
non comprese e disse piano: “chi?”.
Ma lontano, nell’oscurità innanzi al chiarore dell’uscita,
stava qualcuno il cui volto
non era riconoscibile. Stava e guardava,
come sulla striscia del sentiero di prati
con sguardo mesto il dio messaggero
si voltava, silenzioso, a seguire la figura,
che già tornava indietro per la stessa via,
il passo impedito dalle lunghe bende funebri,
insicura, mite e senza impazienza.

CESARE PAVESE, L’inconsolabile  (da I dialoghi con Leucò)
Pensavo alla vita con lei, com'era prima; che un'altra volta sarebbe finita. Ciò ch'è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi "Sia finita" e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d’un topo che si salva. […]
Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era là in quel barlume. Non m’importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai.

GESUALDO BUFALINO, Il ritorno di Euridice, in L’uomo invaso
Quale Erinni, quale ape funesta gli aveva punto la mente, perché, perché s’era irriflessivamente voltato?
“Addio!” aveva dovuto gridargli dietro, “Addio!”. E così, risucchiata dal buio, lo aveva visto allontanarsi verso la fessura del giorno, svanire in un pulviscolo biondo… Ma non sì da non sorprenderlo, in quell’istante di strazio, nel gesto di correre con dita urgenti alla cetra e di tentarne le corde con entusiasmo professionale… L’aria non li aveva ancora divisi che già la sua voce baldamente intonava “Che farò senza Euridice?”, e non sembrava che improvvisasse, ma che a lungo avesse studiato davanti a uno specchio quei vocalizzi e filature, tutto già bell’e pronto, da esibire al pubblico, ai battimani, ai riflettori della ribalta.
La barca era tornata ad andare, già l’attracco s’intravedeva fra fiocchi laschi e sporchi di bruma. Le anime stavano zitte, appiccicate fra loro come nottole di caverna. Non s’udiva altro rumore che il colpo uguale e solenne dei remi nell’acqua. Allora Euridice si sentì d’un tratto sciogliere quell’ingorgo nel petto, e trionfalmente, dolorosamente capì: Orfeo s’era voltato apposta.

OCEAN VUONG, Autoritratto In Forma Di Fori D’uscita - da Cielo notturno con fori d’uscita (La nave di Teseo, 2017), traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan
Invece, che sia l’eco di ogni passo affogato dalla pioggia a tranciare l’aria come un nome§gettato su una barca che affonda, a spingere tra spruzzi la corteccia del kapok
dentro il marcio & il ferro d’una città che cerca di dimenticare§le ossa sotto i marciapiedi, poi dentro il campo profughi nauseabondo di fumo & inni a mezza voce,
una baracca di ruggine nera & accesa dall’ultima candela
di Bà ngoại, i grugni dei porci che reggevamo in mano
e credevamo fratelli, lasciamo che entri in una stanza illuminata
dalla neve, arredata solo di risa, pane della Wonder Bread
& maionese portati a labbra screpolate come testimonianza
di un trionfo che nessuno ricorda, che accarezzi la gota rubizza
del neonato mentre il padre lo prende tra le braccia, inghirlandato
di visceri di pesce & Marlboro, e tutti fan festa mentre un altro
muso giallo si sbriciola sotto l’M16 di John Wayne, il Vietnam
che brucia sullo schermo, lasciate che entri da un orecchio e esca dall’altro,
livido, come una promessa, prima che buchi il poster
di Michael Jackson che luccica sul divano, nel
supermercato dove una donna Hapa è pronta
a credere che ogni bianco che la prende per il naso
è suo padre, lasciate che possa cantarle, brevemente, in bocca
prima di farla sdraiare tra i barattoli di pelati
& le scatole blu della pasta, la mela rosso cupo che rotola
dalla mano, poi in una cella di prigione
dove suo marito se ne sta a guardare la luna
fino a convincersi sia l’ultima ostia
che dio gli ha rifiutato, lasciandosi colpire la mascella come un bacio
che abbiamo dimenticato come scambiarci, sibilando
a ritroso fino al ’68, alla Baia di Ha Long: il cielo soppiantato
dal fuoco, il cielo a cui solo i morti alzano lo sguardo, che possa raggiungere il nonno che si scopa
la contadinella incinta sul retro della jeep militare,
coi capelli biondi che gli rilucono nel vento infocato dal napalm, che lo inchiodi
nella polvere da cui sorgono le sue figlie future,
dita scorticate da sale & Agente Arancio, che aprano
la sua tenuta di corvé color oliva, che afferrino il nome che gli pende
dal collo, il nome che si schiacciano sulla lingua
per ri-imparare la parola vivere, vivere, vivere – ma se
non per altro, lasciate che intrecci io questo raggio di morte
come una cieca ricuce un lembo di pelle
sulle costole della figlia. Sì – lasciatemi credere di essere nato
per armare questo fucile, lucido & lustro, come un vero
viet cong, come i passi di spettri brumosi nella pioggia
mentre mi chino sul mirino – & prego
che non si muova niente.

GIORGIO CAPRONI, L’uscita mattutina  (in Il seme del piangere)
Come scendeva fina
e giovane le scale Annina!
Mordendosi la catenina
d’oro usciva via
lasciando nel buio una scia
di cipria, che non finiva.
L’ora era di mattina
presto ancora albina.
Ma come s’illuminava
la strada dove lei passava!
Tutto Cors’ Amedeo,
sentendola, si destava.
Ne conosceva il neo
sul labbro, e sottile
la nuca e l’andatura
ilare – la cintura
stretta, che acre e gentile
(Annina si voltava)
all’opera stimolava.
Andava in alba e in trina
pari a un’operaia regina.
Andava col volto franco
(ma cauto, e vergine, il fianco)
e tutta di lei risuonava
al suo tacchettio la contrada.

VITELLO (Canzoniere italiano, Ferrari, Esenin, Negri)

CANZONIERE: (Bagheria) (da Canzoniere italiano. Antologia della poesia popolare a cura di P. P. Pasolini)
Faccio la vita che fa il vitello,
che s’allatta quando vuole il vaccaro
e poi è scacciato via col bastoncello:
«Va sciù, va intra, ché il latte è amaro!»
E viene spinto dentro il recinto,
e di lì esce quando è giorno chiaro.
E io sono proprio così, ahimè meschino,
ché un amante che avevo me l’hanno tolta.
Fazzu la vita chi fa lu viteddu,
Ch’addatta quannu voli lu vaccaru,
E poi lu càccia cu lu vastaneddu:
«Va sciù! Va intra, cà lu latti è amaru! »
E si lu metti ‘ntra lu zaccagneddu,
E si lu nesci quannu è jornu chiaru;
Ed io sugnu accussì puvireddu,
Ca ‘n’amanti ch’avia mi la livaru. (Bagheria)

IVANO FERRARI, Macello (Einaudi 2004)
Una vitella stupita d’esser viva
guarda noi che la ignoriamo,
decine di sorelle appese si pavoneggiano,
si sente sola e brutta a respirare
ma non ci sono più paranchi
e le celle frigorifere sono colme,
rotea intorno lo sguardo suo più dolce
se è pausa o tregua nessuno raccoglie
si gonfia, lancia un grido e scivola sul sangue
piove plasma per un poco e finalmente
si libera un paranco.

SERGEJ ESENIN, Non invano i venti hanno soffiato – traduzione di Angelo Maria Ripellino (da Poesia russa del Novecento, Guanda, Parma, 1954)
Non invano i venti hanno soffiato,
non invano ha infuriato la tempesta.
Qualcuno, misterioso, di calma luce
ha imbevuto i miei occhi.
Qualcuno con tenerezza primaverile
nella nebbia turchina ha placato la mia malinconia
per un’arcana e bellissima
terra straniera.
Non mi opprime il latteo silenzio,
non mi turba la paura delle stelle.
Io amo il mondo e l’eterno
come il natio focolare.
Tutto in essi è benevolo e santo,
tutto ciò che turba è luminoso.
Il papavero scarlatto del tramonto
guazza sul vetro del lago.
E senza volerlo nel mare di grano
un’immagine scatta dalla lingua:
il cielo che ha figliato
lecca il suo rosso vitello.

ADA NEGRI, Hai lavorato? - da Fatalità, Treves 1892
Dunque tu m'ami. Hai confessato; or, trepido,Taci ed attendi, e ti scolora il visoUn'onda di pallor.Vuoi dal mio labbro un bacio ed un sorriso.Vuoi di mia fresca giovinezza il fior!... Ma dimmi: L'ansie, le battaglie e gl'impetiSai tu d'un ideal che mai non langue?Sai tu che sia soffrir?...Che ti val la tua forza ed il tuo sangue,L'anima tua, la mente, il tuo respir?... Hai lavorato?... Le virili insonnieDe la notte in severe opre vegliata,Di', non conosci tu?...A qual fede o vessillo hai consacrataLa tua florida e bella gioventù?... Non mi rispondi....  oh, vattene. Fra gli ozîLieti di sonnolente ore perduteTorna, vitello d'ôr.Torna fra balli, carte e prostitute;Io non vendo i miei baci ed il mio cor. Oh, se tu fossi affaticato e lacero,Ma coll'orgoglio del lavoro in faccia,E una scintilla in sen;Se stanche avessi l'operose braccia,Ma t'ardesse nel grande occhio un balen; Se tu fossi plebeo, ma sovra gli uominiCui preme e sfibra il vile ozio codardoErgessi il capo altier,E nel tuo vasto cerebro gagliardoAvvampasse la febbre del pensier, Io t'amerei, sì!... T'amerei per l'opreTue vigorose e la tua vita onesta.Pel sacro tuo lavor;Sovra il tuo petto chinerei la testa.Forte di stima e pallida d'amor!... Ma tu chi sei?... Da me che speri, o deboleSchiavo languente fra dorato lezzo?Sgombrami il passo, e va.Non m'importa di te—va—ti disprezzo,Fiacco liberto d'una fiacca età!...

ZONA (Nadeždina, Vladimirova, Panyševa, Apollinaire, Eliot)

Nadeždina
Voi che non avete respirato l’amarezza di quegli anni
Forse non riuscirete a capire: Come son possibili i versi, senza carta?
E se non è dato averla?
Qualcuno ha recuperato un pezzetto e l’ha portato
E nella baracca è tutta un’agitazione: o un delatore scrive una spiata,
o uno stupido una richiesta di perdono.
La notte è il mio momento. Suona la ritirata.
Un poco alla volta tutti cessano di parlare,
Mi alzerò. Scarponi taglia quarantadue.
Entrambi sul piede sinistro.
Nell’oscurità notturna incontrerò una guardia.
“Dove vai?” – “In bagno capo!”
e mormoro, come un ladro guardandomi intorno
cerco versi, versi di poesia (Nadesždina 1992: 9-10)

Vladimirova
“Scrivere, naturalmente, non si poteva. Ho cominciato a “scrivere” nella mia mente. Capivo che era necessario conservare ciò che era stato creato, ma non contavo di vivere a lungo. Mi venne in mente un’idea […]. Decisi di trovare una giovane donna che si prendesse la responsabilità di conservare “ciò che era stato scritto”. Per fare ciò era necessario memorizzare parola per parola.
Questa persona si trovò e ci mettemmo al lavoro. Al ritorno dal taglio del bosco, ci sedevamo da qualche parte nel cortile facendo finta di scambiare solo due chiacchiere, e stavamo dietro alla nostra opera. Una sola parola sentita da un estraneo avrebbe potuto rovinare entrambe”. (Vilenskij 2005: 329).

Panyševa
“Lefortovo, corridoio-blindato
e l’orologio all’incrocio
il carceriere distribuisce da mangiare …
[…] che non dimentichi mai quelle mani bianche e affamate
che tenevano la scodella di minestra di cavoli ricevuta per la giornata!
Sono apparse all’improvviso, per caso quella volta
il carceriere non ha socchiuso l’incavo nero della finestrella
lì ci sono mani, non un viso, non gli occhi
solo due mani – terribilmente vive!” (Panyševa 1996: 7)

GUILLAUME APOLLINAIRE, Zona, in Alcools  (Poesie, Rizzoli,  1985, traduzione di Giorgio Caproni)
Alla fine sei stanco di questo mondo antico
Pastora o Torre Eiffel stamani i tuoi ponti belano
Ne hai abbastanza di vivere nell'età greca e romana
Perfino le automobili qui sembrano antiche
Nuova nuova è rimasta soltanto la religione
Semplice come gli hangar di Porto Aviazione
Tu solo o Cristianesimo non sei antico in Europa
L'europeo più moderno siete voi Papa Pio X
E tu se non entri in chiesa stamani a confessarti
È perché le finestre t'osservano e ti vergogni
Leggi i volantini i cataloghi i manifesti che cantano a voce alta
Ecco la poesia stamani e per la prosa ci sono i giornali
Ci sono le dispense da 25 centesimi piene d'avventure poliziesche
Ritratti di grandi uomini e mille titoli diversi.
Ho visto stamani una simpatica via il nome non lo ricordo
Nuova e pulita era la tromba del sole
I dirigenti gli operai e le belle stenodattilografe
Dal lunedì mattina al sabato sera quattro volte al giorno ci passano
Al mattino per tre volte la sirena vi alza il suo lamento
Una campana rabbiosa vi abbaia verso mezzodì
Le scritte delle insegne e sui muri
Le targhe gli avvisi schiamazzano come pappagalli
Mi piace la grazia di questa via industriale
Qui a Parigi fra Rue Aumont- Thiéville e l'Avenue des Ternes
Eccola la giovane via e tu sei ancora un piccino nulla più
Che la mamma veste soltanto di bianco e di blu
Sei molto devoto e col tuo più vecchio compagno René Dalize
Nulla ti attrae tanto quanto le pompe della Chiesa
Sono le nove il gas è abbassato tutto blu di nascosto uscite dal dormitorio
Pregate tutta la notte nell'oratorio
Mentre eterna e adorabile profondità ametista
Gira in perpetuo la sfavillante aureola del Crocifisso
È il bel giglio che tutti noi coltiviamo
È la torcia rossochiomata che il vento non spenge
È il figlio bianco e vermiglio della madre dolorosa
È l'albero sempre folto di tutte le preghiere
È la doppia forca dell'onore e dell'eternità
È la stella a sei branche
È Dio che muore il venerdì e risuscita la domenica
È Cristo che sale in cielo meglio d'un aviatore
Del primato mondiale d'altezza è lui il detentore
Pupilla Cristo dell'occhio
Ventesima pupilla dei secoli questo secolo
Ci sa fare e mutato in uccello come Gesù in aria sale
I diavoli negli abissi alzano il capo a guardare
Dicono che imita Simon Mago in Giudea
Gridano se sa rubar gli spazi di ladro abbia nomea
Gli angeli intorno al bel volteggiatore volteggiano
Icaro Enoch Elia Apollonio di Tiana
Intorno al primo aeroplano aleggiano
Si scansano a tratti per lasciare il passo a tutti i trascinati dalla Santa Eucarestia
I preti che eternamente salgono elevando l'ostia
L'aeroplano si posa infine senza richiudere le ali
Il cielo si riempie allora di milioni di rondini
Ad ali spiegate giungono i corvi i falchi i gufi
Dall'Mrica arrivano gli ibis i fenicotteri i marabù
L'uccello Roc celebrato da favolisti e poeti
Si libra stringendo fra gli artigli il cranio d'Adamo la prima testa
L'aquila piomba dall'orizzonte lanciando un grande strido
E dall'America viene il piccolo colibrì
Dalla Cina son giunti i pihi lunghi e agili
Che hanno un'ala sola e volano a coppie
Poi ecco la colomba spirito immacolato
Scortata dall'uccello lira e dal pavone occhiato
La fenice rogo che da sé si genera
Per un attimo vela tutto con la sua ardente cenere
Le sirene lasciati i pericolosi stretti !
Arrivano cantando tutte e tre bellamente
E tutti aquila fenice e pihi della Cina
Fraternizzano con la volante macchina
Ora te ne vai per Parigi solo solo tra la folla
Mandrie d'autobus muggenti ti passano accanto di corsa
L'angoscia dell'amore nella tua gola è una morsa
Come se mai più tu dovessi essere amato
In altri tempi in monastero saresti entrato
Ti vergogni se ti sorprendi a recitare una preghiera
Ti sfotti e il tuo riso crepita come il fuoco infernale
Le faville di quel riso dorano il fondo della tua vita
È un quadro appeso in un buio museo/E a volte t'avvicini per meglio vederlo 
Oggi te ne vai per Parigi le donne sono bagnate di sangue
Era e vorrei non ricordarmene al declino della bellezza
Circondata di fervide fiamme Nostra Signora m'ha guardato a Chartres
un sangue del vostro Sacro Cuore m'ha inondato a Montmartre
Mi ammalano le parole di beatitudine
L'amore che mi tormenta è una malattia vergognosa
E l'immagine che ti possiede ti fa sopravvivere nell'insonnia e nello sgomento
Quest'immagine che passa non ti abbandona un momento
Ora sei in riva al Mediterraneo
Sotto i limoni tutto l'anno in fiore
Coi tuoi amici te ne vai in giro in canotto
Uno è mentonasco ci sono due turbiaschi un nizzotto
Guardiamo nelle profondità i polpi con terrore
E i pesci nuotano fra le alghe immagini del Salvatore
Sei nel giardino d'una locanda nei dintorni di Praga
Ti senti tutto felice una rosa è sulla tavola
E osservi invece di scrivere il tuo racconto in prosa
La cetonia che dorme nel cuor della rosa.Ti sei visto disegnato nelle agate di San Vito
Eri triste da morire ne sei rimasto atterrito
Somigli al Lazzaro sconvolto dalla luce
L'orologio del quartiere ebreo muove le lancette all'indietro
E anche tu nella tua vita vai lentamente arretrando
Salendo sul Hradcany e la sera ascoltando
Cantare nelle taverne canzoni ceche
Eccoti a Marsiglia in mezzo alle pateche
Eccoti a Coblenza all'Hotel del Gigante
Eccoti a Roma seduto sotto un nespolo del Giappone
Eccoti ad Arnsterdam con una ragazza che trovi bella ed è brutta
Deve sposarsi con uno studente di Leida
Vi si affittano camere in latino Cubicula locanda
Me ne ricordo ci passai tre giorni e altrettanti a Gouda
Eccoti a Parigi dal giudice istruttore
Sei dichiarato in arresto come un malfattore
Hai fatto dolorosi e gioiosi viaggi
Prima d'accorgerti della menzogna e dell'età
Hai sofferto d'amore a venti e a trent'anni
Son vissuto da folle e ho perso il mio tempo
Non osi più guardarti le mani e ogni momento io mi metterei a singhiozzare
Su te su quella che amo su tutto ciò che t'ha spaventato
Con occhi pieni di lacrime guardi i poveri emigranti
Credono in Dio pregano le donne allattano fantolini
Riempiono del loro afrore l'atrio della stazione di Saint-Lazare
Confidano nella loro stella come i re magi
Sperano di guadagnar soldi in Argentina
E di tornare al paese fatta fortuna
Una famiglia si trascina un piumino rosso come voi il cuore
Quel piumino e i nostri sogni sono altrettanto irreali
Alcuni si fermano qua e vanno ad abitare
In Rue des Rosiers o in Rue des Écouffes in catapecchie
Li ho visti spesso di sera prendono una boccata d'aria per la strada
E di rado si spostano come i pezzi degli scacchi 
Ci sono soprattutto ebrei le mogli hanno la parrucca
Se ne stanno sedute esangui in fondo alla botteguccia
Sei al banco d'un bar tra i più malfamati
Prendi un caffè da due soldi in mezzo agli sventurati
Sei di notte in un gran ristorante
Queste donne non sono cattive hanno i loro pensieri ciò nonostante
Anche la più brutta ha fatto soffrire il suo amante
Suo padre è di Jersey nelle guardie giurate
Le mani che non le avevo visto son dure e screpolate
Provo un'immensa pietà per il suo ventre cucito
Umilio ora la mia bocca su una povera ragazza dall'orrendo riso
Sei solo sta per arrivare il mattino
I bidoni del latte tintinnano nelle vie
La notte s'allontana come una bella meticcia
È Ferdine la falsa o Léa la premurosa
E tu bevi quest' alcool che brucia come la tua vita
La tua vita che bevi come un'acquavite
Cammini verso Auteuil vuoi andare a casa a piedi
A dormire fra i tuoi feticci d'Oceania e Guinea
Sono Cristi d'altra forma e d'altra credenza
Sono i Sottocristi delle oscure speranze
Addio Addio
Sole collo mozzo

THOMAS ELIOT Il canto dell’amore di J. Alfred Prufrock –
S’io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma staria senza più scosse.
Ma perciocché giammai di questa fondo
Non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
Senza tema d’infamia ti rispondo.
Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;
Andiamo, per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche;
Strade che si succedono come un tedioso argomento
Con l’insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono…
Oh, non chiedere « Cosa? »
Andiamo a fare la nostra visita.
Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.
La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,
E vedendo che era una soffice sera d’ottobre
S’arricciolò attorno alla casa, e si assopì.
E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito
Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.
E di sicuro ci sarà tempo
Di chiedere, « Posso osare? » e, « Posso osare? »
Tempo di volgere il capo e scendere la scala,
Con una zona calva in mezzo ai miei capelli –
(Diranno: « Come diventano radi i suoi capelli! »)
Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento, Con la cravatta ricca e modesta, ma asseríta da un semplice spillo – (Diranno: « Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia! »)
Oserò turbare l’universo?
In un attimo solo c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà
Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte: –
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè;
Conosco le voci che muoiono con un morente declino
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
Così, come potrei rischiare?
E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti –
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando sono formulato, appuntato a uno spillo,
Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro
Come potrei allora cominciare
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini? .
Come potrei rischiare?
E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte –
Le braccia ingioiellate e bianche e nude
(Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!)
E’ il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle.
Potrei rischiare, allora?-
Come potrei cominciare?. . .
Direi, ho camminato al crepuscolo per strade strette
Ed ho osservato il fumo che sale dalle pipe
D’uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?…
Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli
Che corrono sul fondo di mari silenziosi. . .
E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente!
Lisciata da lunghe dita,
Addormentata… stanca… o gioca a fare la malata,
Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me.
Potrei, dopo il tè e le paste e i gelati,
Aver la forza di forzare il momento alla sua crisi?
Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,s
ebbene abbia visto il mio capo (che comincia un po’ a perdere i capelli)
Portato su un vassoio.
lo non sono un profeta – e non ha molta importanza;
Ho visto vacillare il momento della mia grandezza,
E ho visto l’eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando,
E a farla breve, ne ho avuto paura.
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
E fra la porcellana e qualche chiacchiera
Fra te e me, ne sarebbe valsa la pena
D’affrontare il problema sorridendo,
Di comprimere tutto l’universo in una palla
E di farlo rotolare verso una domanda che opprime,
Di dire: « lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
Torno per dirvi tutto, vi dirò tutto » –
Se una, mettendole un cuscino accanto al capo,
Dicesse: « Non è per niente questo che volevo dire.
Non è questo, per niente. »
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Ne sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento
E questo, e tante altre cose? –
E’ impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
Se una, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle,
E volgendosi verso la finestra, dicesse:
« Non è per niente questo,
Non è per niente questo che volevo dire. ». . .
No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
Io sono un cortigiano, sono uno
Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due,
Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo,
Deferente, felice di mostrarsi utile,
Prudente, cauto, meticoloso;
Pieno di nobili sentenze, ma un po’ ottuso;
Talvolta, in verità, quasi ridicolo –
E quasi, a volte, il Buffone. Divento vecchio… divento vecchio…
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.
Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?
Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.
Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.
Non credo che canteranno per me.
Le ho viste al largo cavalcare l’onde
Pettinare la candida chioma dell’onde risospinte:
Quando il vento rigonfia l’acqua bianca e nera.
Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

Caricamento...

Ascolta le dirette

Rai Radio 1

Rai Radio 2

Rai Radio 3

Rai Isoradio

Rai Radio 1 Sport

Rai Radio 2 Indie

Rai Radio 3 Classica

Rai Radio GR Parlamento

Rai Radio Kids

Rai Radio Live

Rai Radio Techetè

Rai Radio Tutta Italiana

Canali Overview
Apri lista canali

Riproduzione casuale Audio precedente Indietro di 15 secondi Ascolta Audio successivo Avanti di 15 secondi Ripeti
VolumeVolume off

Riproduzione casuale Audio precedente Indietro di 15 secondi Ascolta la diretta Avanti di 15 secondi Audio successivo Ripeti
VolumeVolume off Apri il player
Nessun risultato per