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Pascal

90: L'uomo che disegnava le mappe

Ascolta l'audio
Una gita di un padre col proprio figlio e la storia dell'uomo che inventò il polo nord

Playlist puntata: 

Everything now - Arcade Fire
La stagione dell'amore - Franco Battiato
Meet me in the woods - Lord Huron
Starálfur - Sigur Ros

Prima puntata: Via delle sedie volanti di Gaspare Scimò

Ogni volta che papà me lo chiedeva sembrava che avessi la possibilità di scegliere, ma la sua non era una proposta - Gaspare, ti va di uscire? A me non andava per niente, volevo restare a casa a guardare i cartoni o a giocare, e ci provavo a rispondergli di no, ma lui diceva - Avanti, fammi compagnia. Parole, le sue, che non avevano il suono di un ordine, ma nemmeno quello di un invito. In realtà, non so spiegarlo, forse quello era il modo più gentile che conosceva per chiedermi di stare insieme. Per dirmi che dovevamo passare del tempo io e lui. Da soli. Quindi mettevo le scarpe, il giubbotto e lo seguivo. - Dove andiamo papà? - la risposta la conoscevo, ma ci provavo lo stesso e lui mi rispondeva - Dove ci porta la macchina. La macchina era una Fiat 127 turchese, e per fortuna, avevamo comprato anche lo stereo: una scatola di metallo che mio padre metteva sotto l'ascella mentre si accendeva una sigaretta giusto prima di partire. - Papà, ma la macchina dove ci porta? - E io che ne so - diceva lui serissimo. Lui fumava e io sbuffavo, ma di nascosto. E a volte trattenevo il respiro per non sentire la puzza di sigarette. Lui guidava e io guardavo fuori: mi sembrava che girassimo all'infinito, senza una meta. - Prendiamo di qua che accorciamo - diceva lui, e imboccava una serie interminabile di vicoli. - Prendiamo di qua, altrimenti ci tocca fare un giro bestiale - diceva. Di tanto in tanto. iniziava a raccontarmi delle storie e allora sì che mi piaceva e cominciavo a divertirmi, perché papà non parlava e non rideva quasi mai, ma quando lo faceva mi sembrava di sognare a occhi aperti. Ridere no, quello lo faceva solo con i suoi colleghi, e raramente, però quando gli capitava si sganasciava proprio. Con me parlava e basta. Guidava e mi raccontava pezzi della sua vita. Di suo padre, della sua infanzia, delle sue marachelle... Mi diceva che lui ne combinava di guai da piccolo e che io, in confronto, ero un bravo bambino. - Vero papà? Io sono bravo? - gli chiedevo io. - Sì, anche se ogni tanto pure tu...
Quando sbucavamo fuori da quel labirinto di vicoli, ci ritrovavamo in coda alla stessa colonna di traffico che avevamo lasciato poco prima e puntualmente si ricominciava. - Prediamo di qua che accorciamo. Erano sempre le stesse strade, gli stessi negozi e gli stessi alberi, ma per me era tutto nuovo, come le sue storie di anche quelle che conoscevo già. A volte giravamo così tanto che arrivavo a pensare che quei vicoli non fossero reali, che non esistessero. Pensavo che se li inventasse lui, ma che in ogni caso non fossero scorciatoie, come diceva lui. L'unica cosa di cui ero certo erano le cose che mi raccontava. Il più delle volte mi illudevo che in quei racconti succedesse qualcosa di incredibile, anche perché le premesse c'erano tutte, ma invece non succedeva mai niente di speciale. Erano solo i suoi ricordi, così come oggi io ho i miei. Prima di tornare a casa, passavamo da una strada e quello era l'unico posto che riconoscevo, perché papà, quando arrivavamo lì diceva - Questa è via delle Sedie Volanti. - Seeee - dicevo io ridendo. Non ci credevo che quella via si chiamasse così, non pensavo che potesse esistere una strada con un nome talmente strano, e per metterlo alla prova dicevo - E perché si chiama così? Lui non si scomponeva, mi guardava come se non ci fosse nulla di strano in quel nome e diceva - Si chiama così. Io non rimanevo tanto soddisfatto di quella risposta, e per questo mi convincevo che inventasse tutto per me: le scorciatoie e i vicoli, uno più stretto dell'altro, così stretti che in certi momenti la macchina ci passava per miracolo. Che avesse inventato perfino il nome di quella strada. Questa storia andò avanti per anni, poi sono diventato grande, abbiamo smesso di uscire insieme e io ho dimenticato tutto, fino a qualche giorno fa. Passeggiavo tra i vicoli del mercato del Capo e a un certo punto non riuscivo a capire dove mi trovavo esattamente, quindi ho alzato gli occhi per vedere il nome della strada e ho letto: Via delle sedie volanti.
 

Seconda storia: L'uomo che inventò il polo nord

August Petermann era nato in Germania, ma ben presto si era trasferito a Londra per seguire la sua passione per la geografia. Frequentò l’aristocrazia della geografia dell’Epoca Vittorana, da Von Humboldt a Charles Darwin e divenne in quegli anni segretario della Royal Geographical Society. 
Nel mondo di Petermann quello dell'artico era principalmente un problema cartaceo. Il cartografo pensava di poter risolvere a tavolino il più grande enigma del suo tempo: ritrovare l’ammiraglio inglese John Franklin, con le due navi Erebus e Terror . Trafficò con tavole delle correnti, isoterme e presunte masse territoriali per ricavarne un avventuroso e accattivante piano che presentò in pubblico nel 1852 quando indirizzò una lettera all'ammiragliato e contemporaneamente la passò alla stampa. Così facendo diede il via inavvertitamente alla corsa al Polo Nord. "È un fatto noto - scrisse - che a nord della costa siberiana esiste un mare navigabile in qualsiasi stagione. Non c'è alcun dubbio che un mare analogo esiste anche sul lato americano. È molto probabile che questi due mari aperti formino un grande oceano artico navigabile."

August Peterman era un uomo del suo tempo: allora sembrava che tutto si potesse rappresentare con le mappe, dal comportamento dei passeggeri su un treno alla crescita delle piante, dalla diffusione del colera ai capricci della meteorologia. Questa era la situazione quando Petermann finì nel turbine della ricerca di John Franklin. Reagì con gli strumenti del cartografo e così mise al mondo l'irresistibile sogno del polo nord.
Abbiamo letto questa storia su uno splendido libro di Filipp Felsc intitolato "L'uomo che inventò il polo nord" e pubblicato da Nutrimenti. 

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