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Anton Checov | Una bottega sul mar dAzov

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Un bambino seduto su un baule piange, perché suo fratello, più grande di lui, non vuole essere suo amico e lo guarda in modo sprezzante. La loro camera è piccola, povera. I vetri sono opachi, il pavimento sporco.

Anton Cechov nasce il 29 gennaio del 1860 a Tàganròg, una cittadina russa sul Mar d’Azov in una famiglia di umili origini: il nonno era un servo della gleba che era riuscito a riscattare se stesso e i suoi familiari. Il padre è un religioso fervente ma è molto violento, frusta spesso i figli. Cechov ricorderà questo: «Mio padre cominciò a educarmi, o più semplicemente a picchiarmi, quando non avevo ancora cinque anni. Ogni mattina, al risveglio, il primo pensiero era: oggi sarò picchiato?». Anton è il terzo di sei fratelli, un bambino biondo, dalla carnagione chiara e l’espressione dolce, allegra. Sua madre, una donna fragile e spaventata, proviene da una famiglia di commercianti: gentile e affettuosa con i figli, anche lei viene maltrattata dal marito. Anton ama moltissimo questa donna mite e silenziosa e scrive: «Per me non esiste nulla di più caro di mia madre in questo mondo pieno di cattiveria». I fratelli Cechov dormono poco e male, corrono nella neve con gli stivali bucati e lavorano nella bottega del padre, che allo stesso tempo è una drogheria, un’erboristeria e una merceria. Si vende il tè, l’olio d’oliva, la pomata per i capelli, i maccheroni e il pesce secco, tutto stipato su ripiani polverosi, in un bugigattolo antiquato. D’inverno la bottega è gelida, la porta aperta e richiusa senza sosta lascia entrare il vento della steppa.

Anton lì, in quella bottega, studia, mentre attorno a lui gli avventori gridano e ridono, i bicchieri tintinnano, la porta sbatte. Le lezioni del ginnasio sono difficili e ogni brutto voto viene severamente punito, prima a scuola e poi a casa. Eppure si diverte a guardare la gente, ad ascoltarla. I monaci che chiedono l’elemosina mentre bevono un bicchiere di nascosto; i marinai raccontano i loro viaggi.

Anton li ascolta tutti, uno dopo l’altro. Ognuno con i suoi gesti, i suoi tic, le sue storie: greci, ebrei, i russi, pope e mercanti recitano un’eterna commedia il cui unico spettatore è lui, Anton Cechov. Anton è bello; ha un viso fresco, i lineamenti puliti, e un piccolo petto bombato sotto la giacca dai bottoni lucenti. Diventato grande, gli capita di sogna un luogo straordinariamente triste e abbandonato, che lo fa pensare agli anni della scuola. Quel sogno lo racconta così: «grandi pietre scivolose, acqua fredda d’autunno… Mentre corro lontano dal fiume, vedo sulla mia strada il portone crollato di un cimitero, un funerale, i miei vecchi professori».


Da leggere, per approfondire
- Vita di Cechov di Irene Nemirovsky (Castelvecchi)
- Senza trama e senza finale. 99 consigli di scrittura di Anton Cechov (a cura di Piero Brunello – Minimum fax)

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